Un medico umano

Ieri sera ho visto un film che mi ha fatto riflettere parecchio: Patch Adams, interpretato da un magistrale Robin Williams.  Per chi non lo avesse mai visto è la storia di Hunter Doherty Patch Adams che diventò medico nel 1971, e che durante l’università rifiutava l’ambiente rigoroso accademico del tempo e aveva un modo tutto suo di curarsi dei pazienti, totalmente rivoluzionario per l’epoca: s’infiltrava nei reparti senza autorizzazione pur essendo appena al primo anno di università sapendo perfettamente che questa era una pratica riservata solo agli studenti del terzo anno, per dedicarsi ai malati terminali ed ai piccoli pazienti affetti da tumore con l’intento di farli sorridere, e così, anche se per poco, distoglierli dal dolore e dalla paura della morte.  Accusato di “eccessiva felicità”venne minacciato di espulsione, ma di fronte ad una commissione che doveva giudicare il suo caso, le motivazioni che espose per difendersi furono così sorprendenti che gli venne consentito di proseguire gli studi fino alla laurea.  Aiutò molte persone che non potevano permettersi un’assicurazione sanitaria necessaria in America per usufruire di cure mediche, fondando il Gesundheit  Institute, un ospedale alternativo.  Qui ebbe la possibilità di assistere molte persone rivoluzionando il rapporto medico-paziente rendendolo più umano.  Sosteneva che lo humor fosse un eccellente antidoto allo stress.  Questa visione umana tra medico e paziente sarebbe fantastica se si attuasse ad esempio nei nostri ospedali, pochi sono quei dottori che veramente sentono la loro professione come una missione verso l’altro;  troppo spesso il paziente è visto come un numero e non come una persona, dietro ad un bambino malato ci sono dei genitori in apprensione che si trovano come impotenti spettatori ad assistere alla sofferenza del proprio figlio e che hanno tutto il diritto di sapere ogni piccola informazione sulla sua malattia, mentre, molto, troppo spesso, i medici si rivolgono loro fornendo queste informazioni, ma con termini difficili che richiederebbero un traduttore , incrementando quell’ansia.  Dietro ad un paziente anziano ci sono dei figli che pur rendendosi conto dell’avanzata età del proprio genitore, cercano di fargli ottenere le migliori cure, lo accudiscono, e spesso si trovano davanti degli interlocutori che mostrano segni di insofferenza per quel paziente che in fondo ha già vissuto la sua vita e che, per non si sa quale motivo, non dovrebbe ottenere la stessa attenzione di altri più giovani di lui..  In fondo basterebbe che ci fosse meno fretta, spendere una parola in più con il malato e con coloro che lo assistono magari donando un sorriso, questo farebbe sicuramente la differenza.

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