Riflessioni di una lettrice su “Se ami qualcuno dillo” di Marco Bonini

Di recensioni sul romanzo di Marco Bonini “Se ami qualcuno dillo” ne potete trovare un’infinità in rete, molto ben dettagliate e ben fatte, ciò che scrivo in questo post vuole solo essere la semplice opinione di una lettrice qualsiasi, sempre alla ricerca di un buon libro che sappia donare una carica di positività e magari un suggerimento pratico da mettere in atto nella propria vita.  Sì, perché quello che io personalmente cerco in un libro è la condivisione con l’autore, potermi ritrovare almeno un po’ nella storia che racconta e sentirmi, man mano che leggo, sempre più coinvolta.  Il libro di Bonini è riuscito a farmi sentire così.  L’analisi che l’autore elabora riguardo alla relazione con suo padre è quella che ogni figlio, in un certo momento della propria vita, fa verso il genitore con cui ha vissuto un rapporto conflittuale.  E Marco certamente sa di cosa parla: un padre autoritario, maschilista, che fin da bambino gli inculca l’idea che le donne sono sempre portatrici di guai: “Lascia stà le donne, so’ solo ’na perdita de tempo.”, gli dice.  Un padre che, seguendo questo suo principio, vive con l’altro sesso un rapporto che non è mai alla pari, forse per il timore di essere ferito, di soffrire, ma sarà proprio la sofferenza, non quella spirituale, ma quella fisica, un infarto, a cambiargli la vita, rendendolo vulnerabile e dipendente dagli altri. Un papà che deve ricominciare tutto daccapo, ma al contrario del vecchio Sergio, il nuovo saprà anche dispensare carezze al momento giusto. Questo nuovo genitore spiazzerà Marco in modo positivo: un gesto di affetto che suo padre etichettava come smanceria, viene poi donato semplicemente e forse, soltanto in quel momento, Marco si rende conto di quanto gli siano mancati gli abbracci di suo padre quando era bambino; quando a sua volta anche lui diventa padre, capisce quanto saranno importanti per suo figlio, per la sua crescita emotiva.  All’inizio, in questo post, vi ho parlato della ricerca di condivisione che desidero trovare quando mi avventuro in un nuovo romanzo e che ho trovato in questo libro: mi ha fatto ripensare al rapporto conflittuale con mia madre e alle conseguenze che questo ha avuto sui miei figli.  Io e mia madre non abbiamo mai avuto un grande dialogo, c’è da dire che ho quasi sessanta anni e noi tutti di quella generazione vivevamo il rapporto con i nostri genitori all’insegna della vita militare: un padre-colonnello che impartiva gli ordini, una madre-sergente che li faceva eseguire; il dialogo non era contemplato, c’erano doveri da eseguire (studiare, andare bene a scuola, aiutare nelle faccende domestiche) e nient’altro.  Tutto quello che riguardava la sfera emotiva veniva considerato superfluo ed ininfluente per l’educazione.  Quando eravamo adolescenti, se avevamo una difficoltà, dovevamo cavarcela da soli, i genitori provvedevano a noi dal punto di vista economico e noi figli non dovevamo deluderli, punto: questo era ciò che ci veniva richiesto.  Nel tempo, però, questo modo di pensare creò un enorme distanza tra me e mia madre, molte le cose che non le dicevo per timore di una reazione che avrebbe messo a tacere qualsiasi tipo di rimostranza.  Ma ci fu qualcosa che nessuno in famiglia aveva previsto: un tumore che, più di quaranta anni fa, non aveva alcuna possibilità di essere sconfitto e che la devastò in poco tempo.  Mentre i medici tentavano di individuare le cause dei sintomi, tra un ricovero e l’altro, iniziai a scriverle delle lettere, era l’unico modo che avevo trovato per dirle ciò che a voce non ero mai riuscita a fare.  Credo che ne fu sorpresa, e dopo tanti anni, non riesco a ricordare se anche lei usò questa stessa modalità o se, a causa dell’affaticamento dovuto alla malattia, mi rispose a voce, ma quello che è rimasto indelebile nel mio ricordo è la tenerezza che non avevo mai sperimentato nel nostro rapporto.  La malattia l’aveva ammorbidita, la percezione che presto avrebbe dovuto lasciare la sua famiglia per sempre probabilmente la spinse ad abbattere quel muro che si era costruita perché, come genitore, aveva paura di perdere autorità.  Finalmente anche la componente emotiva fu presa in considerazione e venne sempre più naturale dialogare serenamente anche se i nostri punti di vista rimasero, a volte, discordanti.  Il libro di Bonini mi ha fatto tornare in mente questo ricordo prezioso donandomi un occhio più caritatevole verso mia madre, allontanando il giudizio che per anni ho avuto verso di lei per gli abbracci non dati, le carezze negate, riconciliandomi con la mia storia di bambina, di adolescente e di donna. Anch’io sono diventata un genitore e mi sono scoperta con tante carenze, ho commesso tanti errori e molto probabilmente ne farò degli altri, perché quando nasce un figlio, purtroppo, nessuno possiede un libretto di istruzioni.

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