“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. Piccole riflessioni –

Cari amici del blog, questo è un capitolo diverso, ha un titolo ben definito, ‘piccole riflessioni’, perché è proprio quello che spinge a fare, riflettere.  Quando  ci accadono delle situazioni particolari, prima di prendere una decisione, di agire, ci soffermiamo a pensare, così come avviene nei personaggi di questa storia… Buona lettura!

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdfQuestione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio cap Piccole riflessioni

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– Piccole riflessioni – 

Quella sera sembrava che tutti si fossero dati appuntamento per affrontare i propri demoni.

Andrea, ritornato a casa, incontrò suo padre che, come al solito, stava lavorando nel suo studio; la casa era silenziosa, nessuna pentola sul fuoco che potesse preannunciare una cena imminente, solo il ticchettio dei tasti del pc che imitava le gocce incessanti della pioggia che colpivano la finestra.   Andrea si fece coraggio ed entrò nello studio senza bussare, non voleva dare l’occasione a suo padre di dirgli che non poteva ascoltarlo, se l’avesse fatto sapeva che non avrebbe più trovato il coraggio di parlargli.

Margherita aveva appena ricevuto una mail da Juliana che le comunicava l’orario del volo con cui sarebbe arrivata l’indomani.   Ormai i giochi erano fatti e le danze iniziate, la maschera indossata già da tempo le sarebbe rimasta addosso.

Martina, dopo il ricovero di Alberto, era svuotata e terribilmente abbattuta, il pensiero di suo padre era solo in parte la causa del suo malessere, entro pochi giorni infatti, avrebbe dovuto incontrare Massimo che era agli arresti domiciliari nel residence dove alloggiava da quando era andato via; aveva insistito con il suo avvocato per vederla.   Cosa volesse ancora Massimo da lei proprio non lo sapeva, ma non se l’era sentita di rifiutare.

Angela non riusciva a prendere sonno, pensava continuamente ad Andrea, non era ancora in grado di capire se il sentimento che provava verso di lui fosse qualcosa di più di un’amicizia, si domandava se veramente quella stessa sera Andrea avrebbe parlato con suo padre chiedendogli aiuto per la sua dipendenza.   Certo, se lo avesse fatto sul serio sarebbe stata una prova d’amore molto importante che lei non avrebbe potuto ignorare.

Clara era completamente sola nell’attico.   Aveva acceso il fuoco nel caminetto in salone più per sentire il crepitio e spezzare il silenzio in casa che per scaldarsi.   Si era riempita un bicchiere di brandy, aveva staccato sia il telefono di casa che il cellulare e se ne stava a guardare il fuoco, quasi ipnotizzata dalle fiamme colorate che guizzavano come se danzassero e quell’immagine la riportò molto indietro nel tempo: lei ed Alberto novelli sposi e tanto innamorati nello chalet in montagna, un ricordo molto lontano che richiamava sentimenti che ormai non le appartenevano più.

Alberto era rimasto tutto il giorno seduto sulla poltrona davanti alla finestra, aveva cenato solo con due mele cotte che gli inservienti erano riusciti a fargli mangiare, ormai si nutriva poco e solo se qualcuno lo imboccava, si fece mettere il pigiama ma quando fu il momento di andare a letto aveva opposto resistenza con grida piuttosto acute cosicché l’infermiere, dopo vari tentativi, desistette e lo fece sedere di nuovo sulla poltrona coprendogli le gambe con una coperta.   Alberto subito si calmò ed un lieve sorriso comparve sulle labbra mentre fissava la pioggia che scendeva con ritmo cadenzato.   Si sentiva smarrito, non capiva perché si trovasse in un luogo estraneo, percepiva una solitudine profonda che forse non aveva mai provato e che non riusciva ad esternare verbalmente, cosa che invece il suo corpo fece: due lacrime gli solcarono il viso ma non appena bagnarono le sue guance Alberto non ricordò più cosa le avesse causate.

 Conseguenze

 Andrea

Quando entrò nello studio suo padre aveva gli occhi incollati allo schermo del computer e gli chiese distrattamente: “Vuoi qualcosa? Guarda che sono in una fase delicatissima, ti posso dedicare solo un paio di minuti.”.  Andrea non si lasciò scoraggiare, continuò ad avanzare nella stanza e si sedette nella sedia proprio di fronte a lui, si schiarì la voce e disse: “Mi spiace, ma dovrai dedicarmi più di due minuti, non posso più aspettare papà, devi ascoltarmi e per favore non interrompermi fino a quando non avrò finito.”.   Gli disse tutto, delle notti insonni cercando uno straccio di scusa al comportamento assurdo di sua madre, della dipendenza dalle canne e del timore che potessero non bastargli più rischiando di assecondare la tentazione di provare qualcosa di più potente e distruttivo, gli confessò di aver rubato in casa per procurarsi il denaro, di soffrire di una profonda solitudine che ogni giorno lo rendeva sempre più vulnerabile, di aver bisogno di aiuto.  Volutamente non gli parlò di Angela, non se la sentì di rivelargli l’unica cosa bella che stava vivendo prima di sapere come avrebbe reagito alla sua confessione.   Suo padre per la prima volta rimase senza parole, lo guardò fisso negli occhi, spense il computer e gli disse: “Cosa stai dicendo?  Non riesco a seguirti, fammi capire bene, hai rubato in casa tua?  Ma se ogni volta che mi chiedevi dei soldi te li ho sempre dati senza fare storie, che bisogno avevi di rubare??? A meno che non stiamo parlando di quattro canne, ma di un quantitativo esagerato!”.   Il padre di Andrea faceva parte di quella schiera di genitori che consideravano una semplice ragazzata fumarsi qualche canna con gli amici, per la verità anche lui ogni tanto, a casa, incurante delle conseguenze, si concedeva quella ‘ragazzata’ per staccare, per allentare la tensione causata dal lavoro ma non avrebbe mai pensato che suo figlio fosse arrivato a quel punto…gli sembrò assurdo, stupido, aveva sempre ritenuto ‘demente’ chi dipendesse da qualcosa, qualsiasi cosa, un segno di fragilità, “i deboli – diceva – sono sinonimo di feccia, non meritano nessuna considerazione, nessuna pietà” ed ora invece era costretto ad ammettere che proprio suo figlio faceva parte di quella categoria.   Improvvisamente realizzò che quella era la prima vera conversazione che stava facendo con suo figlio, non gli aveva mai dedicato che dei residui di tempo, e proprio questa mancanza era stata una delle accuse che la sua ex moglie gli aveva sempre rivolto e per la prima volta si trovò a darle ragione.   Vide Andrea come se fosse la prima volta, un ragazzo di vent’anni, un uomo acerbo pieno di ferite che i ‘grandi’ gli avevano inferto inconsciamente, ma che comunque avevano lasciato il segno.  Inconsapevolmente la sua idea di debolezza si stava modificando, non era più così negativa ora che riguardava suo figlio.   Si rese conto che il lavoro, a cui aveva dato sempre la priorità, era stato un paraocchi per tanto tempo, impedendogli di vedere quello che sarebbe stato palese per chiunque, permettendo che suo figlio, sentendosi solo, precipitasse.   Ma nonostante fosse stato un padre inadeguato, ora suo figlio, vincendo ogni remora, gli stava chiedendo aiuto.   Si alzò dalla sedia e l’unica cosa che riuscì a dirgli fu: “Certo che ti aiuterò, sei mio figlio! Tu ed io combatteremo questa battaglia!  Cercherò subito un centro, il migliore, dove potrai disintossicarti, e stai tranquillo, non ti lascerò solo, faremo insieme questo percorso, ci affideremo a delle persone competenti che potranno sconfiggere tutte le delusioni che finora hai tentato di combattere da solo e spero tu possa trovare delle risposte alle tante domande che hai ancora dentro di te.”, detto questo lo abbracciò forte ed Andrea si lasciò avvolgere dalle sue braccia forti e salde.

Margherita

Margherita andò all’aeroporto ad accogliere Juliana.   Era emozionata, felice di rivederla dopo tanti anni, ma anche spaventata.  Ancora non sapeva se sua zia l’avrebbe veramente aiutata.  E se si fosse rifiutata considerando l’immoralità dell’azione?  Lei era sempre stata, per quel che ricordava Margherita, una donna corretta, coscienziosa, integra, sarebbe andata fino in fondo?  Improvvisamente fu presa da uno stato d’ansia terribile, cercò con tutte le forze di cacciarlo via, non voleva che Juliana si insospettisse, perciò si sedette cercando di non pensare a nulla.  Percepì un po’ di sonnolenza, la notte l’aveva trascorsa preparandosi tisane rilassanti che non avevano sortito alcun effetto ed ormai mancava poco all’atterraggio.   Quando si aprirono le porte agli arrivi, Margherita vide Juliana con due grandi valigie, la riconobbe subito nonostante l’avesse lasciata che era poco più di una ragazza mentre ora aveva davanti a sé una donna sulla sessantina.   Agitò le braccia chiamandola, Juliana la guardò e le rivolse quel sorriso dolce che Margherita ricordava così bene.   Si strinsero in un abbraccio lunghissimo, nessuna delle due parlò, quell’abbraccio diceva più di mille parole.  Si erano invertite le parti, la bambina che un tempo era sovrastata dalla zia, seppure piccola di statura, ora la superava di almeno mezzo metro e Juliana quasi scomparve in quell’abbraccio.  Poi si guardarono, si osservarono a lungo verificando i rispettivi cambiamenti, Juliana nel suo italiano con accento brasilianizzato le disse: “Meu amor, sono veramente felice di vederti!  Tua zia è qui e non devi preoccuparti di niente!”.   Margherita di colpo si sentì la bambina di sette anni che viveva in Brasile, pianse di gioia, ma era anche triste perché il tempo a disposizione per realizzare il piano stava riducendosi, riusciva a percepire ogni secondo che passava.  “Ma perché cammini così, como se diz?…zoppicando?”, la domanda tanto temuta da Margherita arrivò, ma non la trovò impreparata, il primo atto si stava consumando: “È una stupidaggine zia, voglio fare la ragazzina ed ecco i risultati!  Sono caduta sul tapis roulant in palestra, pensa che scema sono stata!  Mi sono slogata una caviglia ed ho qualche livido, ma non è niente di grave, tranquilla, tra un mesetto sarà tutto passato!”.  Juliana al momento sembrò accontentarsi della spiegazione di Margherita, ma da quel momento iniziò ad osservarla senza farsi accorgere.

Martina

Con enorme difficoltà, dopo una notte passata praticamente insonne, Martina si alzò e dopo la doccia bevve solo del tè, non riuscì a mettere niente nello stomaco che si ribellava a qualsiasi cibo solido.  Era molto preoccupata per quell’incontro, aveva accettato di vedere Massimo solo perché il suo avvocato aveva insistito tanto e, a fatica, era finalmente riuscito ad ottenere il permesso dal giudice. L’avvocato l’aveva letteralmente supplicata e lei ancora non capiva perché.  Era Massimo che aveva scelto di andarsene e di tagliare i ponti con lei, cosa voleva ora? Perché insistere a volerla assolutamente incontrare?  Prima di andarsene di casa le aveva mostrato tutto il suo disprezzo, la totale assenza di stima nei suoi confronti come moglie ma soprattutto come donna.  “Forse – pensò Martina – adesso ha paura per quello che potrà succedergli, soprattutto se verrà condannato.  Non posso nemmeno prendere in considerazione ciò che ha fatto, approfittare così di una ragazzina…aspetta Martina, non avere fretta di giudicare, che ti ha detto don Marco?  Bisogna avere le prove prima di condannare qualcuno, dargli il beneficio del dubbio, aspettare il processo.  Ma non è facile, ci conosciamo da tanto tempo e per me è terribilmente difficile rimanere oggettiva, anche perché non posso dimenticare il male che mi ha fatto.”.  Ormai l’appuntamento era prossimo, finì di prepararsi e si recò al residence dove alloggiava suo marito.   L’avvocato la stava aspettando in strada per prepararla, le disse che Massimo era molto sciupato dall’ultima volta che lei lo aveva visto, era dimagrito considerevolmente, era molto nervoso e preoccupato e facilmente irritabile perché sapeva di essere innocente e tutta quella storia lo stava mangiando vivo.  Entrata nell’appartamento Martina rimase letteralmente spiazzata, suo marito stava molto peggio di come le aveva preannunciato l’avvocato, era trasandato: la barba lunga, i capelli spettinati e la carnagione spenta, i vestiti di almeno due taglie più grandi a causa del dimagramento.  Tutto questo fu un colpo per Martina che sapeva perfettamente quanto Massimo avesse sempre tenuto al proprio aspetto cosa che lei, a volte, giudicava un tantino eccessiva, quasi maniacale, ma quando glielo faceva notare lui era sempre solito replicare, modificando un famoso proverbio, “l’abito fa il monaco cara Martina” ed aggiungeva: “anzi, fa il cardinale!” Anche Massimo rimase sorpreso nel vedere sua moglie, gli occhi denunciarono un lieve turbamento quando li posò inconsciamente sulla pancia arrotondata che le sporgeva dal cappotto, anche Martina esibiva un palese cambiamento nel suo look: ballerine ai piedi, poco trucco, i capelli raccolti sulla nuca con un fermaglio semplice.  “Ciao Martina, grazie per essere venuta”, le disse, Martina gli rispose con un semplice cenno di assenso della testa aspettando che fosse lui a continuare. “Ti ho chiesto di venire qui perché ho bisogno di parlarti.  Hai saputo ovviamente della mia situazione, tutti i media ne hanno parlato, anzi, mi hanno già condannato, ma volevo dirti che sono innocente, credimi per favore! Non ho nemmeno sfiorato quella ragazza, non so proprio perché si stia accanendo contro di me.  Tu mi conosci da tanto tempo, lo so che non mi sono comportato bene con te e che sei arrabbiata, ma ti prego, cerca di essere oggettiva, sai che non potrei mai fare quello di cui sono stato accusato!” – mentre parlava il viso si stava contorcendo in smorfie di dolore, piangeva senza vergogna e si accendeva una sigaretta dopo l’altra.  “Sono disperato – proseguì – tutti credono ciecamente alla ragazza: i colleghi, il mio capo, la gente comune, ma io sono innocente!  Ho fatto un unico errore, essere gentile con lei, spiegarle quali sarebbero state le sue mansioni come stagista e basta, nient’altro, lo giuro!  I miei genitori mi sostengono, certo, non potrebbero sopportare un’infamia del genere nella nostra famiglia, ma in fondo in fondo non mi credono, lo so, l’ho capito da come mi hanno guardato quando ci siamo incontrati.  Con fatica l’avvocato era riuscito ad ottenere il permesso dal giudice per farli venire e da quando sono agli arresti domiciliari non sono venuti che una volta, una sola volta, mi credi? Non hanno più chiesto di potere ritornare e quando sono stati qui non sono rimasti più di dieci minuti riuscendo a guardarmi in faccia solo per qualche secondo, avevano già emesso la condanna guardandosi bene da non accusarmi pubblicamente altrimenti anche loro sarebbero stati trascinati nel fango.  Ora guardami bene negli occhi, davvero anche tu pensi che io possa aver commesso un’azione così spregevole?”.   Martina lo ascoltò fino alla fine, e molto seriamente gli disse: “Mi hai ferito molto Massimo, ciò che mi hai detto quando te ne sei andato è stato terribile, da quando sono entrata non mi hai chiesto nemmeno una volta del bambino e sinceramente devo confessarti che anch’io ti ritenevo colpevole prima che tu parlassi, ma come mi ha consigliato una persona saggia, non devo giudicarti prima di avere le prove, né farmi condizionare dal dolore che mi hai causato, il rancore non deve essere giudice in questa situazione.  Ci conosciamo da quando eravamo dei ragazzini e no, ora non credo tu possa essere capace di un’azione così orribile, soprattutto vedendo come stai soffrendo.  Penso che se fossi veramente colpevole la tua arroganza sarebbe rimasta intatta, invece ti trovo molto cambiato. Quando si è ingiustamente accusati di qualcosa di molto grave si sta male, molto male, crolla completamente la fiducia verso tutto e tutti, non solo perché non si crede più nella persona verso cui l’avevamo riposta, ma anche perché subentra una sorta di diffidenza, di scetticismo verso chiunque e ci si sente profondamente soli, non è vero?”, pronunciando le ultime parole lo guardò dritto negli occhi, ma Massimo non riuscì a sostenere il suo sguardo.  Negli occhi di Martina non c’era più rabbia né acredine ma solo un’infinita tristezza, non solo per Massimo, ma anche per se stessa, improvvisamente capì che l’uomo di cui un tempo si era innamorata, forte e deciso, era diventato un bambino che aveva bisogno di essere rassicurato.  A pensarci bene non era mai cresciuto veramente, Martina si rese conto per la prima volta che la finta sicurezza di suo marito era solo una maschera che aveva imparato ad indossare fin da piccolo e che adesso si era completamente sgretolata; ora, senza quell’armatura, le sue difese si erano ridotte a meno di zero e capì che per Massimo riprendere in mano la propria vita era la priorità, ed era consapevole che farlo da solo sarebbe stata un’impresa titanica, purtroppo però lei, in quel momento, si sentiva troppo fragile e ferita per tendergli una mano; per Martina la priorità era suo figlio.  Mentre pensava queste cose Massimo le disse a bruciapelo: “Martina non mi abbandonerai, vero? Non posso contare su nessuno, ti prego, aiutami!”.   L’invocazione che le lanciò era disperata, gli occhi cercarono quelli di lei sperando in un assenso e a quel punto tutta la fermezza di Martina si frantumò e gli disse: “Stai tranquillo, se avrai bisogno di me ci sarò.”, prese il cappotto e se ne andò.

 Clara

Continuava a sentire freddo, il caminetto ed il brandy sembravano non aver sortito l’effetto sperato. Svogliatamente si alzò dalla poltrona per andare nella sua camera a prendere una coperta e nel corridoio si sorprese a guardarsi nell’enorme specchio a parete.   Ciò che vide la sconvolse.  Le rughe sembravano essersi moltiplicate in pochi giorni, il collo che, in presenza di altre persone, copriva accuratamente con morbidi e costosi foulard di seta, esibiva una pelle floscia e molliccia, ma ciò che la colpì più di tutto, impressionandola, furono i suoi occhi.   Fin da bambina, tutti ne lodavano il colore, un grigio perla che le conferiva un’espressione da adulta, poi, crescendo, quegli occhi di ghiaccio avevano fatto soffrire molti pretendenti che erano stati rifiutati.  Quel colore così anomalo era diventato la caratteristica della sua personalità, l’elemento che la distingueva e che attirava ancora l’attenzione di molti uomini.   Ora però quegli occhi comunicavano una stanchezza che non era solo fisica, e tradivano l’immagine che continuamente cercava di dare di sé, quella di una donna appagata, combattiva e che sapeva affrontare le controversie della vita, quegli occhi ora rivelavano una donna spaventata dalla vecchiaia che incombeva e dalla solitudine.  Mentre continuava a guardarsi ebbe un moto di stizza e ad alta voce disse: “Basta piangersi addosso, Clara, tira fuori la grinta, quella che hai sempre avuto e che ti ha distinto da tutta la massa dei perdenti! Tu sei una combattente, ed ora devi lottare come sai fare, avanti a testa alta!”.   Lasciò perdere la coperta ed i propositi di isolamento davanti al camino e scelse uno dei completi pantalone più eleganti, si truccò alla perfezione e decise di uscire per andare da Martina senza avvisarla, le avrebbe fatto una sorpresa.  Aveva un bisogno disperato di compagnia e pur di appagarlo era pronta a superare la riluttanza per la pancia di sua figlia.  Suonò al citofono e si diresse all’ascensore con passo militare, si attaccò al campanello finché sua figlia non le venne ad aprire.  “Mamma, come mai sei venuta senza avvisarmi? È successo qualcosa a papà?” – Martina era visibilmente preoccupata, la sua voce manifestava una sincera apprensione – “Non penso che una madre debba avvisare ogni volta prima di vedere la propria figlia, non sono mica un’estranea! – disse Clara – Stai tranquilla, papà è in buone mani, non gli è successo niente, possibile che questo potrebbe essere per te l’unico motivo della mia visita? Volevo proporti di uscire insieme, magari facciamo un po’ di shopping così ci distraiamo, è da tanto che non lo facciamo più insieme!”.  Martina rimase per un attimo impietrita, era allibita.  Ma come le era venuta in mente una proposta del genere, non si era accorta che le cose erano cambiate?  Proporre un pomeriggio di shopping come se suo padre malato di Alzheimer non fosse ricoverato, come se lei non fosse incinta di vari mesi con una pancia ormai evidente e che, da sola, non stesse affrontando la gravidanza e, come se non bastasse, avendo anche un marito accusato di molestie sessuali?  Come faceva sua madre a fare finta che i numerosi fatti accaduti non avessero modificato lo stile di vita di entrambe? Comunque sia, Martina si propose di restare calma, soprattutto per il bambino, e le rispose: “Scusa mamma, ma non ce la faccio proprio, sono molto stanca e voglio rimanere a casa a riposarmi per recuperare un po’ di forze.  Chiama una delle tue amiche, sarà felice di accompagnarti.”.   A quelle parole Clara, la donna dagli occhi di ghiaccio, si lasciò cadere sconfitta sul divano e, per la prima volta, Martina colse nei suoi occhi un’espressione diversa, era triste e delusa, con un filo di voce Clara le disse: “Non ho amiche, quelle che pensavo di avere si sono rivelate solo una pessima fotocopia.”.  Per la prima volta Martina scorse un segnale di fragilità in sua madre, l’abbracciò forte e questa volta Clara la lasciò fare.

Angela

 Angela mise a letto Chiara che si addormentò in un attimo.  Ripensò alla giornata piacevole che aveva trascorso con Andrea.  Era rimasta sorpresa dai modi di gentiluomo che cozzavano decisamente sia con il suo aspetto casual che con il suo modo di camminare dinoccolato.    Chiara si era innamorata subito della sua palla tanto che l’aveva voluta con sé nel lettino ed il libro era stato un regalo azzeccato, non vedeva l’ora di iniziarlo.   Andrea aveva proprio indovinato, poteva avere giusto un’idea molto sommaria dei suoi gusti e invece aveva fatto centro.  Si ritrovò a pensare a quello che le aveva detto, alla tenera dichiarazione d’amore, alla sua sincerità quando il cellulare squillò, era lui: “Angela ce l’ho fatta! Sono riuscito a parlare con mio padre e ti confesso, avevo una paura tremenda, ma è andata!  All’inizio ho dovuto insistere perché mi ascoltasse, ma gli ho detto tutto e stranamente non si è arrabbiato, anzi mi ha detto che cercherà una struttura dove potermi disintossicare, ma non sarò solo in questa battaglia, la faremo insieme, così mi ha detto, insieme, hai capito? Ed è la prima volta! Come vedi l’ho fatto, te lo avevo promesso, ora prenditi il tempo che ti serve, non devi rispondermi subito, ma una cosa la devo sapere ora: quando sarò ricoverato probabilmente per un po’ di tempo non potrò vedere nessuno, ma tu promettimi che appena possibile verrai a trovarmi, non mi dimenticare per favore!”.   Angela solitamente era una persona riflessiva, non era da lei rispondere senza prima aver ragionato a sufficienza invece si sorprese a dire: “Sono felice per te Andrea, non dubitare, fammi sapere subito dove andrai, ti verrò a trovare con Chiara appena ti daranno il permesso!  Grazie ancora per la bellissima giornata trascorsa e per i regali, Chiara ha preteso la sua palla nel lettino ed io comincerò stasera stessa il libro.   Coraggio Andrea, sta andando tutto per il meglio!”.    Angela lo credeva davvero, sentì che finalmente le loro vite avrebbero subito una svolta.

6 thoughts on ““Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. Piccole riflessioni –”

  1. Trovo che il mettere insieme tutti i personaggi in questo capitolo è stata una mossa vincente. Ho molto apprezzato. Grazie e ti prego non mi far aspettare molto il prossimo capitolo, mi raccomando. Ormai ognuno di loro mi è familiare. Ciao Nico. Antonella

    1. Grazie mille Antonella! Non aspetterai molto, ma ti ricordo che mi piacerebbe far conoscere questa storia a più persone e ogni lettore che, come te, si sta appassionando, se ne parla ad altri svolge una funzione importantissima, quindi condividi il più possibile!

  2. Trovo geniale, ma utile per dare vigore alla storia, aver tracciato un percorso indipendente dei personaggi .E’una storia entusiasmante e non vedo l’ ora di poter godere di un altro capitolo.

  3. Bell idea questa di introdurre una flash sull anima dei personaggi…li senti più vicini , ne condividi le storie..Brava mi sei piaciuta!!

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