“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 8 –

Cari amici del blog, siete sempre di più! State crescendo tantissimo e questo non può che farmi piacere, la storia di Clara, Angela, Alberto e di tutti gli altri personaggi vi sta coinvolgendo? Sembrerebbe proprio di sì! Eccovi il capitolo 8! Buona lettura!

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdf Questione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio – cap8 –

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  • Capitolo ottavo –

I giorni trascorrevano abbastanza tranquilli, Angela cercava di educare Chiara con tutto l’amore possibile, voleva che la sua bambina crescesse soprattutto serena e spensierata, che avvertisse l’amore di sua madre e che non provasse mai la terribile sensazione di essere di troppo.  Il lavoro al bistrot era sì faticoso ma anche gratificante, Franca e Mario la facevano sentire importante e spesso le ripetevano quanto fossero stati fortunati ad averla incontrata, erano sempre molto affettuosi anche con Chiara che avevano nominato loro nipotina putativa.  Purtroppo però Angela aveva sempre un pensiero fisso: il dubbio su suo padre la tormentava fino a farla svegliare durante la notte. Sapeva che non avrebbe dovuto aspettare ancora per parlare con lui, in qualche modo doveva affrontare la questione, doveva porgli le domande che le bruciavano in gola ed essere in grado di sostenerne le risposte anche se queste avrebbero potuto essere quelle che mai una figlia avrebbe voluto sentire dal proprio padre. Don Marco glielo aveva detto esplicitamente, avrebbe dovuto fare chiarezza riguardo ai dubbi che aveva per poter guardare avanti, e se questo avesse voluto dire soffrire, era l’unico modo che lui conosceva perché lei finalmente non solo tornasse a vivere la sua vita, ma potesse essere in grado di educare Chiara senza questa terribile incertezza. Dopo il lavoro Angela tornò a casa, e dopo aver abbracciato la sua bambina ed aver giocato un po’ con lei, prese la decisione che stava rimandando da tanto, avrebbe affrontato suo padre, basta proroghe, aveva già perso troppo tempo. Si sarebbe recata in clinica senza preavviso, doveva rispondere alle sue domande senza essersi preparato, non voleva dargli il tempo di approntare una strategia di difesa, aveva bisogno di guardarlo dritto negli occhi mentre gli dava la possibilità di replicare alle terribili accuse che gli avrebbe gettato in faccia come acqua fredda. Sull’onda della decisione presa stabilì d’incontrarlo il primo giorno della settimana, prima che tutto quel coraggio di cui ora si sentiva fornita potesse svanire lasciandola per sempre.  Il giorno stabilito lasciò Chiara a Valeria e si recò alla clinica dove Alberto lavorava, sapeva che quel lunedì mattina era di turno.  La sera prima non riuscì a dormire nemmeno un’ora, aveva l’adrenalina al massimo e pensò che tutto sommato fosse meglio così, doveva tenere alta la guardia, suo padre era un grande affabulatore, con le parole ci sapeva fare, lei era comunque determinata a non farsi abbindolare.  Sapeva inoltre che avrebbe dovuto parlare senza interrompersi, altrimenti sarebbe stata la fine perché lui avrebbe sicuramente tentato di pilotare la conversazione a suo vantaggio senza darle possibilità di replica.  Angela questo lo sapeva bene, fin troppo.  Entrò in clinica con il cuore a mille, sentì il battito cardiaco accelerato, fece un respiro profondo, poi un altro, aspettò l’ascensore qualche secondo e quando arrivò a destinazione ebbe un mancamento, ma fece ricorso a tutta la sua forza di volontà perché esso non avesse il sopravvento.  Ancora qualche passo e si trovò di fronte la porta con la targa su cui era scritto Prof. Alberto Carrisi, primario di ginecologia e ostetricia.  Bussò due volte, la voce di suo padre disse: “Avanti!”, e poi, con passo sicuro entrò.  Lo trovò seduto dietro la scrivania, stava leggendo con tutta probabilità dei referti, alzò lo sguardo in direzione della porta e rimase qualche secondo in silenzio, stupito, mentre i suoi occhi esprimevano una lieve sensazione di felicità.  Angela lo guardò dritto negli occhi e gli disse: “Ciao, ti devo parlare.”. Alberto, continuando a guardarla le rispose: “Ciao… A…”, non riuscì a dire il suo nome, ci provò una, due volte, senza raggiungere il risultato sperato, gli si formarono delle piccole rughe sulla fronte ed Angela ricordò che queste comparivano ogni volta che era contrariato per qualcosa, continuò a sforzarsi finché, alla fine, riuscì a dire “Ciao, Angela.”.  Lei rimase un po’ meravigliata, non aveva mai sorpreso suo padre in difficoltà, ma, al contrario, lo aveva sempre visto sfoderare una sicurezza ostentata in ogni situazione, non si era mai fatto cogliere in fallo da qualcuno, né da sua moglie o dalle sue figlie, né dai suoi colleghi, pertanto, per Angela, constatare questa piccola mancanza fu una vera e propria rivelazione.  Alberto non le chiese nulla, aspettò che fosse lei ad iniziare la conversazione, che le svelasse il motivo, la ragione della sua presenza. Questa era una tattica che metteva sempre in atto mentre il suo interlocutore gli si palesava, gli permetteva di prendere tempo per organizzare una strategia di difesa, sì perché Alberto era sicuro che chiunque voleva parlare con lui avesse sempre un qualche motivo per attaccarlo, rivendicando qualcosa o accusandolo di qualche sua mancanza.  Ma Angela, che conosceva molto bene questo meccanismo, rimase in silenzio senza abbassare lo sguardo, così fu lui che dovette iniziare a parlare. “È passato molto tempo dall’ultima volta che ci siamo visti, come mai sei qui?  Perché non mi hai avvertito che saresti venuta?”. Allora Angela gli disse: “Papà, tu ed io sappiamo bene perché non ci siamo visti, evitiamo le ipocrisie per favore, sono qui perché ho bisogno di farti una domanda da tanto tempo e desidero che tu mi risponda solo dopo che ti avrò detto tutto, voglio una risposta diretta e sincera”.  Gli raccontò tutto quello che Carla le aveva detto quel giorno riguardo a Bruna.   Quando finì, gli chiese espressamente se fosse tutto vero; Alberto, con un’espressione contrita, annuì ammettendo la sua colpevolezza, gli occhi azzurro intenso sembrarono due laghi colmi di tristezza, continuò a fissare sua figlia in un modo che le era totalmente sconosciuto, sì, sembrava che invocasse il suo aiuto, chiedeva sostegno proprio a lei, la figlia che aveva cacciato via da casa, la figlia che, con il suo comportamento ingenuo e superficiale, lo aveva messo in imbarazzo.  Gli occhi gli si riempirono di lacrime che non si decidevano a scendere. Angela, che era arrivata combattiva, pronta ad insultarlo, a denigrarlo, a minacciarlo, rimase letteralmente spiazzata, non poteva certo immaginare che sarebbe crollato subito, aveva immaginato più volte quella scena ed ogni volta aveva pensato che avrebbe negato tutto facendo emergere e dominare il suo lato arrogante che lo poneva su di un piedistallo dal quale nessuno avrebbe potuto farlo scendere. “Papà”, gli disse con un tono che si era leggermente addolcito, “ma come hai potuto farlo?? Bruna ha la mia età!!!  Che razza di persona sei?? Chi sei veramente???”.  Le domande le uscirono dalla bocca emettendo un suono stridulo, lo sgomento s’impadronì di lei.  Era già difficile ammettere di avere un padre arrogante, duro, un giudice inesorabile, ma ammettere di avere come padre uno che aveva violentato una ragazzina la gettò in un profondo sconforto, si sentì un sacco vuoto, non ebbe la forza di fargli l’altra domanda, quella che le bruciava ancora di più, decise di voler credere per sempre ad una specie di raptus di cui un uomo era stato preda negando definitivamente la possibilità della perversione di un padre verso le sue figlie.  Per qualche minuto un silenzio terribilmente esplicito s’impadronì della stanza, erano due estranei, ognuno assorto in pensieri tristi e dolorosi.  Ad un certo punto Alberto ruppe quel silenzio carico di accuse e le disse: “Non cerco di giustificarmi, non ho scuse, ho sbagliato, sì ho sbagliato enormemente e non c’è giorno che passi da quel maledetto pomeriggio senza biasimarmi.  Mi faccio letteralmente schifo Angela, schifo!”. Aveva quasi urlato le ultime parole, poi scoppiò in un pianto fragoroso, singhiozzando come un bambino inconsolabile.  Poi, tentando di ricomporsi un poco continuò: “Sono anni ormai che il rapporto con tua madre è una farsa che recitiamo soprattutto per gli altri.  Nessuno deve sospettare che Alberto e Clara Carrisi sono una coppia fasulla dove l’apparenza predomina, tua madre su questo è stata subito molto chiara, io mi sono sentito sempre più solo, sono un uomo Angela, un uomo ancora non troppo vecchio per provare desideri, gioie, e perché no, anche piacere!”. A questo punto Angela avvertì la rabbia crescerle dentro e pronta ad esplodere e con tutta la forza gli gridò: “Sì papà, ma Bruna, perché Bruna, una ragazzina che ha la mia stessa età!  È venuta da te perché non stava bene, lo sai quanto sia discreta, non è certo il tipo di ragazza sciocca e provocante!  Lei si fidava di te! Tu l’hai violentata!! Certo che sei un uomo che ha diritto di provare ancora piacere, ma non sulla pelle di una ragazza!!  Come hai potuto abusare di lei?  Cosa pensavi, davvero credevi che non ci sarebbero state delle conseguenze???”. Alberto, come se avesse preso coscienza per la prima volta delle ripercussioni causate dal suo gesto, si abbandonò sulla sedia dello studio senza forze, reclinò il capo avvilito, provò disprezzo per sé stesso e tutto il mondo gli crollò addosso.  Non riuscì a guardare sua figlia negli occhi, si vergognò, tutta l’arroganza scomparve, sembrò un sacco vuoto. Ma un guizzo del vecchio Alberto era ancora nell’aria, sembrò diventare improvvisamente consapevole che tutta la sua vita era in un equilibrio precario, si rese conto, forse per la prima volta, che la sua carriera costruita con anni ed anni di lavoro stava per essere gettata al vento, così disse ad Angela con voce tremante: “Ti prego, aiutami!  Dimmi che non hai parlato con nessuno di questa storia, ti prego, rispondimi!”, a quel punto Angela sentì un conato di vomito affiorarle alla bocca, tutta la rabbia che aveva cercato di tenere sepolta in un angolo remoto del suo cuore emerse con una violenza tale da farle proferire queste parole: “Papà, ma come puoi pensare solo a te ed alla tua stramaledetta reputazione??? Hai distrutto la vita di una ragazza, te ne rendi conto??? Bruna probabilmente non riuscirà più a sollevarsi da questa merda in cui l’hai gettata!”. Poi, con una cattiveria nella quale non si riconobbe aggiunse con una calma simulata: “Bruna vuole denunciarti, è agguerrita ed io certo non posso biasimarla!  Farei la stessa cosa al posto suo!”.  Appena finì di pronunciare queste parole, Alberto sollevò la testa e la guardò dritto negli occhi con un’espressione incredula e terrorizzata, tentando di ricomporsi le disse con un filo di voce: “Ti ha già detto quando?”. Angela, sebbene fosse notevolmente tentata di andare avanti senza voltarsi indietro, scorgendo per la prima volta la paura nei suoi occhi, si rese conto di quanto fosse vecchio e vulnerabile e provò un po’ di pena, abbassando il tono, ma con voce ferma gli rispose: “No, non ancora, ma non credo passerà molto tempo.  Trovati un bravo avvocato, ma sappi che io non ti difenderò, starò dalla parte di Bruna perché è giusto che tu paghi per il tuo errore.  Davvero non so come tu abbia potuto pontificare quando sono rimasta incinta, come proprio tu abbia potuto giudicarmi, mi hai trattato peggio di una puttana, non hai voluto conoscere tua nipote, a proposito, è una bambina meravigliosa e si chiama Chiara”, dette queste ultime parole Angela si diresse verso la porta, l’aprì e la sbatté con forza lasciando un uomo totalmente spogliato della sua dignità.

Appena fuori dalla clinica Angela pianse incessantemente facendo esplodere quelle lacrime che aveva trattenuto, era talmente spossata che dovette sedersi su una panchina nei giardinetti adiacenti alla clinica.  Le scoppiò un mal di testa tremendo, le tempie pulsavano, prese il cellulare e si trovò a comporre il numero di don Marco.  Come sentì la sua voce, il pianto che nel frattempo era riuscita a placare riemerse con maggiore veemenza tanto che don Marco le disse: “Angela, Angela, sei tu??? Che succede??  Ti prego, rispondimi, così mi fai preoccupare!!”.  “Ho appena parlato con mio padre – gli disse singhiozzando – e sono distrutta, don Marco, lo odio, lo odio per quello che ha fatto a Bruna, non ci sono scusanti, è un mostro!”.  Don Marco aspettò un poco che Angela si calmasse, non tentò nemmeno per un attimo di contrastarla utilizzando argomentazioni farcite di perdono cristiano rischiando di perdere il contatto che lei stessa aveva cercato, non era quello il momento, ora aveva bisogno di sentirsi confortata ed appoggiata, avrebbe rimandato ad un’ altra occasione, sicuramente più opportuna, l’annuncio dell’esistenza di un padre molto più amorevole di Alberto, un padre che ama veramente i suoi figli, e dopo, dolcemente, le avrebbe detto quanto il perdono per chi ci ha ferito, o ha ferito le persone che amiamo, sia di fondamentale importanza se vogliamo vivere la nostra vita liberi ed in pienezza.  In quel momento si limitò a poche parole: “Angela, ora ritorna a casa, vai dalla tua piccolina e vedrai che ti sentirai subito meglio, io verrò domattina e parleremo con calma, che ne dici?”.  Angela, rassicurata da quella promessa, dopo averlo ringraziato, si sentì pronta a ritornare a casa dalla sua principessa, era più tranquilla, ma i pensieri nella sua testa continuarono a camminare, pensò e ripensò alla conversazione avuta con suo padre, e c’era qualcosa che non le tornava, ma non sapeva proprio cosa fosse, poi si ricordò. Suo padre, appena era entrata nel suo studio, non era riuscito a pronunciare il suo nome, ricordò perfettamente che si era come incantato sulla A e la cosa le risultò piuttosto strana; va bene che l’aveva mandata via di casa, va bene che non si vedevano da tempo, ma questo veramente poteva giustificare che un padre dimenticasse il nome della propria figlia? Non fu solo questa l’unica stranezza che Angela aveva notato, analizzando con più accuratezza tutta la conversazione, si ricordò che suo padre si era come incantato un paio di volte mentre lei parlava, al momento aveva pensato ad una delle sue strategie per far sentire inadeguato il suo interlocutore, ma ragionando con maggiore attenzione, prese in considerazione la possibilità che la causa potesse essere un’altra.  Vista l’importanza dell’argomento che stavano trattando, e conoscendo bene Alberto, Angela sapeva perfettamente che non si sarebbe mai e poi mai assentato nemmeno per un attimo durante il confronto, ma anzi, avrebbe mantenuto molto alto il livello d’attenzione, pertanto quelle sue assenze momentanee la sconcertarono parecchio.  Decise per il momento di lasciar perdere, non se la sentiva di affrontare altri problemi, l’unica cosa che voleva in quel momento era ritornare a casa da Chiara, prenderla in braccio ed abbracciarla forte, odorarla per bene, voleva inebriarsi del profumo della sua bambina.

Quando Angela, fuori di sé, lasciò lo studio del padre, Alberto era rimasto seduto sulla sua lussuosa sedia ergonomica di pelle per un tempo indefinito. Continuò a fissare, senza vederle, le ecografie sulla scrivaniaSi sentì svuotato, senza forze, come se avesse corso la maratona di New York. Ricordò a malapena di aver parlato con una persona e, sottoponendosi ad uno sforzo smisurato, riuscì perfino a ricostruirne il volto senza però ricordarne il nome; la sensazione di disagio profondo in cui versava non lo abbandonò, percepì il suo respiro affannoso e la consapevolezza di aver compiuto un’azione deplorevole della quale già non ricordava più nulla, era così prostrato che non riuscì più a concentrarsi sul lavoro. Improvvisamente vide una piccola pozza d’acqua sull’ecografia che stava guardando da svariati minuti che lo distolse da quelle sensazioni e si portò meccanicamente una mano alla guancia, solo allora si accorse che le lacrime uscivano copiosamente senza riuscire a capacitarsi però quale fosse la causa che le alimentava.  L’impossibilità di dare una spiegazione a tutto quello che gli stava capitando, lo gettò in uno sgomento profondo e udì persino il suo respiro farsi sempre più accelerato, come di chi sta annaspando nell’acqua per non affogare.  L’infermiera che entrò poco dopo nello studio, osservandogli il viso che nel frattempo era diventato di un rosso acceso gli chiese: “Tutto bene professore? Si sente bene? Vuole un bicchiere d’acqua?”. A quella serie di domande che il suo cervello faticava ad immagazzinare, dopo un breve lasso di tempo rispose: “Si tutto bene, grazie, devo essere piuttosto stanco, sa, stamattina sono uscito di casa molto presto e non ho avuto il tempo di fare colazione, sarà certamente un calo di zuccheri, per favore, mi faccia portare un tè molto zuccherato con un biscotto, sicuramente servirà a riequilibrare la situazione.”. Appena l’infermiera se ne andò, Alberto si rinchiuse nel suo mondo ovattato, estraneo alla realtà esterna fatta di relazioni tra persone, di eventi gioiosi e dolorosi; una sorta di anestesia naturale lo pervase, quella stessa anestesia che proteggendolo dai sensi di colpa impedì al mostro che era emerso di annientarlo.

 

 

 

 

 

 

6 thoughts on ““Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 8 –”

  1. L’ottavo capitolo mi è piaciuto davvero molto.E’avvincente,travolgentelascia senza respiro.Rimango del mio parere per’o’riguardo alla scelta stilisticaQuando vuoi ne riparliamo

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