“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – cap. 4 –

Cari amici del blog, grazie per il vostro affetto!  Crescete ogni giorno di più, quindi il romanzo vi sta appassionando!  Ecco il capitolo 4 Buona lettura!

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdf – Questione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio cap 4

 

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– Capitolo quarto –

Finalmente don Marco riuscì a liberarsi una domenica, partì subito dopo l’ultima messa della mattina e arrivò da Angela nel primo pomeriggio. Bussò alla porta e fu accolto con grande gioia da Angela che, approfittando del sonnellino di Chiara, iniziò subito a parlare, saltò ogni premessa, era ansiosa di arrivare al cuore della conversazione. “Don Marco, devo dirti una cosa che non mi fa dormire da parecchi giorni, fammi dire tutto senza interrompermi altrimenti non avrò più il coraggio di continuare.”. Gli raccontò tutto: di Carla e Bruna che erano venute al centro, di come Bruna, mentre Carla raccontava, non avesse il coraggio di guardarla negli occhi, dell’accusa terribile rivolta a suo padre. Quando Angela finì, trascorsero pochi secondi di totale silenzio mentre varie espressioni si alternavano sul volto di don Marco: sconcerto, rabbia, dubbio. Dopo aver mescolato lo zucchero nel caffè per un tempo esagerato, disse: “Adesso capisco perché avessi urgenza di parlare con me, sai, nonostante mi avessi rassicurato che tutto andava bene, che tutto proseguiva nel verso giusto qui al centro, qualche dubbio in effetti ce l’avevo. Non che mi senta sollevato, questo no, quello che mi hai appena raccontato è terribile, ma sono contento che non riguardi te direttamente, capisci? Non fraintendermi, posso solo immaginare quanto questa notizia sia una bomba che ti è piombata! Ma non emettere giudizi affrettati, ti prego, quello che ora mi sento di dirti è che dovresti parlare direttamente con tuo padre, senza filtri, dicendogli esattamente quello che hai detto a me.”. A quelle parole Angela si sentì scombussolata, gli rispose tutto d’un fiato: “Ma don Marco, tu sai bene come i miei mi hanno trattata da quando ho detto loro di essere incinta, sai perfettamente che l’unica presenza che ho di mio padre è la firma sull’assegno mensile, non vuole, insieme a mia madre, saperne più niente di me e di Chiara!!! Come faccio? Come posso guardarlo in faccia senza provare rabbia anzi odio anche per quello che ha fatto a Bruna? Don Marco, Bruna ha la mia età, e se avesse avuto pensieri di quel genere anche su di me o su mia sorella? Solo pensarci mi fa stare da schifo, mi viene da vomitare!”. “Ma non ne hai la certezza! – disse don Marco – devi ascoltarlo, devi dargli il beneficio del dubbio, e l’unico modo che hai è parlargli guardandolo negli occhi, digli tutto, proprio tutto, anche i dubbi che hai su di te e tua sorella, non lasciare che l’incertezza ti divori l’anima, sii sincera!”. Angela sapeva in cuor suo che don Marco aveva sicuramente ragione, ma solo l’idea di rivedere suo padre dopo tanti mesi di silenzio la terrorizzava, aveva paura di se stessa, di quello che sarebbe potuto uscire dalla sua bocca ma anche da quella di suo padre, aveva già dovuto digerire tanto veleno e non sopportava nemmeno l’idea di dover essere umiliata ancora una volta. Nel frattempo Chiara si era svegliata reclamando la sua mamma, così Angela la prese in braccio e, dopo averle dato un bacino sulla fronte, guardando negli occhi don Marco disse: “Non ho la più pallida idea di come farò, ma hai ragione, devo trovare il modo per parlargli al più presto!”. Restarono a parlare ancora per un po’, don Marco cercò di rassicurarla dicendole che non sarebbe stata sola il giorno in cui avrebbe parlato con suo padre, che non doveva nutrire nessun dubbio al riguardo, perché sarebbe stato al suo fianco un Padre che sapeva bene quello che faceva, un Padre che l’amava, anzi, che l’aveva sempre amata e anche se tutta questa storia le sembrava un assurdo, le disse che tutto nella vita ha un senso, tutto, anche quello che ci fa soffrire, perché alla fine del tunnel, glielo garantiva, avrebbe visto la luce.
Intanto le cose al bistrot procedevano nella norma, i clienti erano molto assidui e l’atmosfera serena e familiare, come sempre. Franca era completamente ignara delle dinamiche private tra le sue collaboratrici, ma essendo una donna dotata di grande sensibilità, non aveva potuto fare a meno di non accorgersi che sia Margherita che Angela avevano assunto degli atteggiamenti piuttosto strani: la prima era più silenziosa e pareva ancora più assorta del solito, mentre Angela sorrideva a stento ai clienti giusto il tempo di prendere gli ordini, per poi riassumere un’espressione seria come per riappropriarsi del controllo dei suoi pensieri. Franca sapeva perfettamente che un approccio diretto verso l’una o l’altra non avrebbe sortito nessun effetto se non quello di metterle sulla difensiva con l’unica conseguenza di farle rinchiudere ancora di più in loro stesse, per cui si propose di zittire immediatamente il suo istinto materno per permettere al suo lato razionale di prevalere così da agire in modo mirato e sicuramente più funzionale. Decise di cominciare con Angela perché don Marco, quando era venuto a parlare con lei, era andato a salutarla prima di tornare in parrocchia, ovviamente non gli chiese nulla riguardo alla sua visita, si accontentò di quello che don Marco le aveva detto, Angela aveva bisogno di un seggiolone per Chiara e ne aveva visto uno economico sul catalogo di Ikea, così lui glielo avrebbe procurato prima possibile, ormai la piccola stava crescendo e passando alle prime pappe…. Ma Franca non se l’era bevuta, sentì in cuor suo che c’era dell’altro, decise comunque di prendere spunto dalla visita di don Marco e disse ad Angela: “Sei contenta che don Marco sia venuto? Sai, ti è molto affezionato! Io quando ci parlo provo immediatamente una serenità che permane a lungo, posso viverci di rendita per alcuni giorni!”. Inizialmente Angela non disse niente, un po’ sorpresa da quella affermazione, ma aveva imparato, conoscendola, che Franca non diceva mai niente a caso, le sue affermazioni avevano sempre uno scopo, era molto abile a trovare le parole giuste e la persona che le ascoltava capiva sempre che dietro di esse si celava un sincero interesse e desiderio di aiutare. Così Angela, senza guardarla annuì, poi però non poté fare a meno di fissarla negli occhi e capì che Franca era pronta ad ascoltarla senza riserve, i suoi dolci occhi azzurri la imploravano di liberarsi da quel peso che lei aveva solo intuito. Angela prese due tazze e le mise sul tavolino più appartato del locale, vi posò sopra la tisaniera e iniziò a parlare senza interruzione: le raccontò della visita di Carla e Bruna, di tutto il dolore che stava provando da quel giorno, l’odio per suo padre, il timore che lui potesse aver provato un sentimento perverso anche nei confronti suoi e di sua sorella, la conversazione avuta con don Marco ed il piccolissimo dubbio che suo padre fosse innocente. Franca, prima di parlare, sorseggiò la sua tisana con calma, come per dare ordine ai suoi pensieri dopo aver ricevuto quelle terribili confidenze, sapeva di dover pesare ogni parola molto attentamente, doveva tenere a bada il suo istinto, l’ultima cosa di cui Angela avesse bisogno in quel momento era di altro odio, livore, accuse verso suo padre. “Sai Angela, non ti nascondo che quello che mi hai raccontato è sconvolgente. In questo momento ho tanti sentimenti che stanno facendo a botte dentro di me. So che non hai rapporti con i tuoi da prima che nascesse Chiara, ma penso che don Marco abbia ragione, comunque dovresti parlare con tuo padre al più presto ed avere con lui un confronto diretto prima di emettere qualsiasi giudizio. Sai, col tempo ho capito che non c’è bianco o nero, molte volte dobbiamo affrontare le situazioni optando per il grigio, cioè dobbiamo valutare, soppesare molte cose che riguardano l’altra persona con cui ci relazioniamo, quella stessa persona che magari ci ha offeso, fatto soffrire, dobbiamo provare a metterci nei suoi panni liberi dal pregiudizio, osservando oggettivamente tutta la situazione. Non è facile, anzi tutto ciò richiede non solo maturità, ma soprattutto una grande dose di umanità. Quando abbiamo passato quel terribile periodo con Francesco – Franca abbassò la voce per non farsi sentire – il nostro primo figlio, Massimiliano, sembrava sopportare con grande maturità tutto il trambusto che si era creato nella nostra famiglia, studiava diligentemente, gli esami li superava con ottimi voti, a casa ci aiutava nelle piccole cose come apparecchiare, sparecchiare, insomma, sembrava che tutta la storia terribile che ci era piombata addosso lui la stesse vivendo con grande senso di responsabilità, forse essendo il primogenito si sentiva in dovere di mantenere un atteggiamento solido e adulto. Poi, d’improvviso, un giorno, non mi ricordo nemmeno più quale fu il pretesto, ci disse delle cose terribili: che non eravamo dei buoni genitori, che non sapevamo gestire la situazione, che ce ne fregavamo completamente di lui per proteggere Francesco che, secondo lui, era il nostro prediletto. Furono parole che ci tagliarono in due, una lama che si conficcò nella nostra carne, avremmo voluto urlargli che era ingiusto, che come genitori eravamo costretti ad aiutare il figlio che in quel momento era più debole, che Francesco non era affatto il nostro prediletto, li amavamo tutti e due allo stesso modo, ma Francesco doveva poter contare su di noi perché non era più in grado di difendersi da se stesso e dal mostro da cui era diventato dipendente. In un primo momento, dopo le accuse, restammo scioccati, non ci aspettavamo assolutamente quella reazione che c’era sembrata un fulmine a ciel sereno, era sbottato con tanta violenza ed acredine che stentammo a riconoscerlo. Poi, lentamente, molto lentamente, io e Mario ci guardammo negli occhi, tutti e due avevamo una gran voglia di piangere e lasciarci andare al nostro dolore, ma reagimmo, cominciammo a domandarci perché, perché Massimiliano avesse avuto quella reazione, probabilmente aveva tenuto tutto dentro, forse lo avevamo caricato eccessivamente non tenendo conto della sua giovane età, in fondo era appena ventenne, era ancora un ragazzino bisognoso di attenzioni, a quella età si è ancora molto insicuri su tutto: gli studi, le ragazze, gli amici, il carattere si sta ancora formando, ma noi purtroppo non potevamo in quel momento dargli quello di cui aveva bisogno, eravamo totalmente riversati su Francesco che Mario aveva sbattuto fuori casa. La nostra testa era assillata dalle solite domande: Francesco dove sarà ora? Cercherà una nuova dose? Come la pagherà? Gli faranno del male? Avrà mangiato o si lascerà andare completamente?Lo rivedremo vivo o sentiremo dal telegiornale che l’ennesimo ragazzo è morto di overdose? Queste domande non le avevamo mai esternate, stavamo attenti, soprattutto davanti a Massimiliano, ma ci rendemmo conto che non era questo il punto; Massimiliano le aveva percepite dai nostri sguardi, dai nostri movimenti nervosi, dai silenzi a tavola, dall’apprensione che ci coglieva ogni volta che sentivamo il telegiornale della sera. Lui aveva assorbito tutto, come una spugna, ed a un certo punto non ce l’ha fatta più, ci ha vomitato addosso tutto quello che gli stava implodendo. Ecco Angela, questo è il grigio, considerare ciò che prova l’altro, le circostanze che lo hanno spinto a comportarsi in un certo modo anche se sbagliato. Certo, Massimiliano allora era giovane, ma abbastanza adulto da dover capire la situazione, il dolore che noi, impotenti, stavamo provando, ma il grigio è proprio questo cara Angela, capire la sofferenza che l’altro sta vivendo e dimenticarsi della propria. Permettimi di darti questo consiglio, valuta bene tutto e, dopo averlo fatto, scegli il grigio.”.

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