“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 34 (parte seconda) – Epilogo –

 

Cari amici del blog, siamo arrivati alla fine di “Questione di prospettiva”! Devo confessarvi che un po’ mi dispiace, ero abituata ai nostri appuntamenti, però sono molto  contenta del riscontro ottenuto.  Tanti di voi avete commentato i vari capitoli sul blog, a volte su Facebook, e altri mi avete scritto privatamente dicendomi che la storia vi stava piacendo, che volevate subito un altro capitolo per sapere cosa sarebbe successo… Grazie veramente di cuore, il vostro supporto è molto importante, mi spinge a continuare in questa meravigliosa avventura che è scrivere, creare storie e personaggi.  Spero continuiate a seguirmi sul blog e chissà… saremo di nuovo insieme magari per un’altra avventura!  Ovviamente…. Buona lettura!

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdf –  Questione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio cap34 (parte seconda).pdf

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– Capitolo trentaquattresimo – (parte seconda) 

Andrea dopo vari mesi di terapia era più sereno, da poco aveva iniziato a ricevere le visite di suo padre ed il loro rapporto era cresciuto, si era evoluto, suo padre era diventato un punto di riferimento, la sua roccia, il suo sostegno.  In quei mesi aveva prodotto un numero considerevole di quadri e stava lavorando per preparare la sua personale all’interno della struttura.  L’equipe medica era a conoscenza dell’importanza che aveva Angela per lui, aveva preso informazioni su di lei e si dichiarò all’unanimità propensa ad un incontro, così convocò Andrea ed il direttore della struttura, il dottor Del Buono, gli disse: “Bene Andrea, qui stai facendo un ottimo percorso e ne siamo tutti contenti, tutti noi dell’equipe siamo concordi, inoltre ho parlato con i tuoi insegnanti del corso che mi hanno detto meraviglie su di te, stai preparando una mostra tutta tua ed io non posso che esserne orgoglioso, così noi tutti riteniamo che dovresti invitare la tua amica Angela all’inaugurazione, che ne dici, ti farebbe piacere?”.  Andrea non credette alle sue orecchie, gli occhi gli si illuminarono ed uno splendido sorriso si stampò sul suo viso.  Era visibilmente emozionato, le guance arrossirono ed a stento riuscì a dire: “Ne sarei felice!”.  Era troppo contento, dopo tanti mesi in cui non poteva comunicare con altre persone che non fossero i medici, gli ospiti della comunità e suo padre, ora quella notizia lo colse alla sprovvista, solo al pensiero di rivedere Angela, di parlarle, di starle vicino lo scombussolarono tutto ma era entusiasta.  La settimana che precedette la mostra Andrea alternò momenti di euforia ad altri di apprensione, la cura maniacale per ogni dettaglio riuscì solo in parte a placare l’inquietudine che nutriva per l’incontro ormai imminente con Angela.  Ma sarebbe venuta? Cosa avrebbe provato per lui? Aveva riflettuto quei mesi su ciò che le aveva detto? Purtroppo non aveva le risposte quindi non poteva fare altro che aspettare il giorno dell’inaugurazione, un’attesa lunga e dall’esito incerto.  Finalmente arrivò il gran giorno, non si sapeva chi fosse più emozionato se Andrea o suo padre che era arrivato di mattina molto presto bersagliandolo di domande: “È tutto a posto con le luci? Hai mangiato qualcosa? Guarda che se non mangi poi svieni! Sei tranquillo? Devi stare sereno andrà tutto bene!”, tanto che un operatore, vedendo che Andrea stava iniziando seriamente ad innervosirsi, prese sottobraccio il padre e lo portò a prendersi qualcosa al bar con una scusa.  Dopo aver controllato ogni cosa Andrea andò in camera sua a prepararsi e tornò con un vestito che gli stava d’incanto, sembrava uno sposo pronto per la cerimonia, era molto elegante e la sua chioma ribelle gli conferiva un fascino particolare.  Le persone iniziarono ad arrivare, si soffermavano davanti alle tele commentando positivamente, ammiravano il suo stile, apprezzavano le emozioni che sapevano trasmettere, lui ne era compiaciuto ovviamente ma non riusciva a goderne appieno perché lo sguardo ansioso era fisso all’entrata, Angela non era ancora arrivata ed il timore che non sarebbe venuta lo rendeva inquieto.  Poi, ad un tratto, eccola lì, era ancora più bella di come la ricordasse, gli mancò il fiato, non riusciva a muoversi, quando incrociò il suo sguardo sorridente mise un piede dopo l’altro e le andò incontro quasi senza rendersene conto, l’abbracciò e le disse: “Sono così felice di vederti! Avevo paura non venissi!”.  Angela era raggiante, vederlo così in forma, sorridente, riscontrare quante persone affollavano la mostra apprezzando i quadri, la riempì di gioia, l’Andrea che aveva davanti a sé era un’altra persona, socievole e cordiale, la colpì in particolare la postura eretta mentre lo ricordava con le spalle perennemente ricurve, chiuso al mondo, alle persone.  “Come hai potuto pensare che non sarei venuta? – gli disse – Non mi sarei persa la tua personale per niente al mondo!  Ormai sei famoso, guarda quante persone sono qui per te!”.  E in effetti la sala era gremita ed Andrea ne era visibilmente orgoglioso.  Venne richiamato da un insegnante che voleva presentarlo ad un signore, un vecchietto dimesso: sembrava un semplice pensionato, probabilmente un assiduo frequentatore di mostre per sfuggire alla solitudine, pensò Andrea, una persona comune come se ne vedono tante, in realtà era un famoso critico d’arte alla ricerca di nuovi talenti. Volle sapere tutto di lui, non solo come si fosse approcciato alla pittura, voleva conoscere l’uomo, l’individuo, la sua anima. Parlarono per più di mezzora, nel frattempo Angela si mise ad osservare le tele con più attenzione e notò che la maggior parte di esse avevano lei come soggetto: in alcune era da sola, in altre con sua figlia. La colpì la dolcezza degli sguardi, la tenerezza che si sprigionava in quelle con cui era con Chiara; non si poteva guardarle senza rimanerne affascinati, ed in quelle in cui lei era l’unico soggetto, appariva bellissima: non c’era l’ombra di un difetto, era sparito perfino il suo mento pronunciato che lasciava invece il posto ad un ovale perfetto, leggermente distante dalla realtà, ma proprio per questo Angela capì che era il risultato di uno sguardo pieno d’amore, comprese che Andrea era molto innamorato ed il suo amore, nonostante le difficoltà, non era mutato affatto, anzi, ne percepì la crescita e ne fu decisamente compiaciuta. Venne distolta da quei pensieri proprio da lui che le domandò: “Come sta Chiara? Speravo di vederla oggi, ma capisco che sarebbe stato uno strapazzo per lei!”.  Angela gli raccontò gli ultimi progressi della sua bambina e notò gli occhi di Andrea illuminarsi ad ogni novità.  L’interessamento di Andrea era genuino, voleva veramente bene a Chiara, e per la prima volta Angela iniziò a vederlo non solo come suo potenziale compagno per la vita, ma come l’unico vero padre per sua figlia. Da lì maturò dentro di sé la decisione di andarlo a trovare più spesso, sentì l’urgenza di volerlo conoscere più a fondo per essere veramente sicura di sceglierlo come l’unico uomo con cui invecchiare.

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Massimo Proietti prosciolto, torna in libertà”, un titolo in taglio basso che rimandava all’articolo all’interno del giornale; la notizia non era più così sensazionale come quando era stato indagato, ora che era innocente sembrava non importare più a nessuno che lui ne fosse uscito pulito, questo pensò Massimo quando lesse diversi quotidiani.   Avevano sbattuto il mostro in prima pagina facendogli perdere tutti i clienti ed ora farsene degli altri avrebbe richiesto tanto tempo.  Purtroppo la sua idea di scrivere un libro-intervista con un giornalista celebre e di grande visibilità era ancora in alto mare, Massimo non aveva ancora trovato il contatto giusto. Sapeva che non sarebbe stato facile, ma doveva agire in fretta, cavalcare l’onda della notizia prima che diventasse roba vecchia.  Stette tutta la mattina al telefono e finalmente riuscì a parlare con un giornalista disposto ad ascoltarlo, fissò un appuntamento per il giorno seguente e si augurò che il suo progetto non si rivelasse un flop.  Doveva sperare che la sua storia interessasse ancora, ricreare il polverone che c’era stato per mesi ed augurarsi che tante persone comprassero il libro, sempre che una casa editrice fosse stata disponibile a pubblicarlo. C’erano molti nodi da sciogliere, ma si doveva pur incominciare da qualcosa, altrimenti come avrebbe potuto chiedere a Martina di ritornare insieme, cosa avrebbe potuto offrire a lei ed al bambino? Nulla di nulla.  Non voleva assolutamente che Martina lo perdonasse e riaccogliesse solo per pietà, aveva scoperto che l’amava ancora, anzi più di prima, e voleva ricominciare con lei un rapporto alla pari.  Decise però che avrebbe dovuto parlarle al più presto, dirle tutto: per cominciare avrebbe dovuto chiederle chiaramente se era disposta a perdonarlo e, solo se avesse acconsentito, informarla di tutto, era determinato ad evitare qualsiasi malinteso per il futuro.  Così la chiamò subito e nel comporre il numero la mano gli tremò, ancora non si era abituato alla libertà ritrovata; Martina rispose al secondo squillo e le disse: “Ciao Martina, posso parlarti un attimo?”, ma Martina non parlava, non lo aveva più sentito da quando era stato prosciolto e non sapeva cosa pensare, non volendolo pressare, aveva aspettato invano una sua telefonata, “Martina ci sei? – continuò Massimo – “Certo! Ciao, sono un po’ sorpresa, non ti sei fatto vivo da quando sei stato dichiarato innocente, perché non mi hai chiamato?”.  Massimo era imbarazzato, avrebbe voluto tanto dirle che era stato il suo primo pensiero, ma non ce la fece, la paura di un rifiuto lo bloccò e le uniche parole che gli uscirono furono: “Ti spiego tutto a voce, possiamo vederci?”, “D’accordo – gli rispose, – ma puoi venire da me? Sai Alberto sta facendo il suo pisolino e non vorrei svegliarlo”, non sapevano che di lì a poco avrebbero rigettato le fondamenta del loro matrimonio.  Quando giunse a quella che era stata la loro casa, Massimo era molto emozionato, non vedeva l’ora di abbracciare e baciare sua moglie ed il loro bambino, ma era spaventato, quale sarebbe stata la reazione di Martina nel vederlo? Lo avrebbe perdonato per tutto il male che le aveva fatto? Sarebbero riusciti a lasciarsi alle spalle tutto il dolore, la rabbia, le incomprensioni per ricominciare da zero? Come la vide, ottenne le risposte che cercava, capì subito dai suoi occhi che l’aveva perdonato da tempo e che lo amava ancora, istintivamente l’abbracciò ed iniziarono a baciarsi come non avevano mai fatto prima, in quel lungo bacio c’era tutto: il perdono, il dolore passato, la paura, il desiderio di ricominciare insieme.  L’interruppe il pianto di Alberto che reclamava la loro attenzione, Martina lo prese in braccio e lo diede a Massimo che, rivedendo quel miracolo, iniziò a piangere sommessamente; tutta la tensione accumulata nei mesi, l’angoscia per il rischio di rimanere nel tunnel trovò sfogo in quell’istante, ecco, quello era il momento giusto per dire a Martina tutto quello che si era prefisso e così fece, non tralasciò alcun dettaglio e sua moglie lo appoggiò immediatamente, senza esitare, restare uniti era fondamentale  se volevano che il loro rapporto crescesse su basi solide.

Il contatto che Massimo si era procurato si rivelò molto proficuo, il giornalista accettò la proposta ed insieme iniziarono la stesura del libro.  Furono mesi di duro lavoro, serrato, ma Massimo ne era sempre più entusiasta. Ogni giorno, soddisfatto, telefonava a Martina per raccontarle i progressi.  Il libro trovò subito un editore importante per la pubblicazione ed il lancio fu un successo.  I programmi televisivi, soprattutto quelli di approfondimento giornalistico che si focalizzano sulla cronaca, ed i talk show, si contendevano la presenza dei due uomini riportando alla ribalta anche altri casi di errori giudiziari avvenuti nel passato.  Massimo vendette molte copie e ne fu felice, non solo da un punto di vista economico, ma anche perché tutto quel polverone sollevato gli permise di riacquistare dignità.  La pubblicità fornita dal libro gli diede anche la possibilità di riproporsi sul mercato come broker, aprì un suo studio, piccolo ma confortevole, nel lavoro era sempre stato bravo, così venne contattato da varie persone e si rimise in circolazione. La dura esperienza vissuta lo aveva segnato ma gli aveva dato anche la forza di rialzare la testa, di superare le difficoltà anche grazie all’equilibrio ristabilito nella vita privata.  Anche Martina stava vivendo dei cambiamenti, il colloquio con lo studio legale per il quale si era proposta andò bene, venne assunta e si trovò a lavorare con una passione ed un entusiasmo arricchiti anche dall’esperienza ‘pro bono’ che non aveva mai svolto prima, scoprì l’enorme piacere di essere utile a tante persone e questo le dava una piacevole sensazione.  Per Alberto si avvalse dell’aiuto di Clara che le diede un piccolo contributo per la baby sitter ed anche la ricerca della casa ebbe buon esito: ora finalmente avrebbero potuto vivere insieme, lei, Massimo ed Alberto.  Lasciare il quartiere in cui avevano vissuto fu più facile di quanto si fossero aspettati, l’attico era senza dubbio magnifico ma con troppi ricordi spiacevoli, cambiare zona quindi non fu un trauma ma un valore aggiunto, inoltre lo studio di Massimo distava poco dalla nuova casa ed il piccolo Alberto e Martina ne potevano godere appieno. La sera, quando Alberto dormiva, Massimo e Martina parlavano per ore condividendo le rispettive giornate, ognuno partecipando della vita dell’altro, si sentivano dei sopravvissuti, grati di aver saputo cogliere una seconda possibilità.

Nella comunità Andrea proseguiva il suo percorso migliorando di giorno in giorno; gran parte del merito era da attribuirsi alla sua arte, sembrava che ogni tela prodotta gli facesse compiere un passo in avanti ma senza alcun dubbio, anche le visite frequenti di Angela e Chiara contribuirono alla sua serenità.  Dopo ogni incontro Andrea rifioriva, il volto si rilassava e socializzava sempre di più con gli altri ospiti.  Con Chiara giocava divertendosi, era evidente che non lo faceva per accattivarsi il favore di Angela, lui veramente provava piacere a stare con quella bambina, la coccolava, le raccontava delle storie e Chiara sembrava trovarsi perfettamente a proprio agio; quando lo vedeva, gli correva incontro tendendogli le braccia e storpiando il suo nome in quel modo buffo che fanno i bambini quando iniziano a parlare.  Angela, si sentiva sempre più vicina a lui, non solo per l’amore che nutriva per Chiara, ma perché Andrea appariva ormai in modo palese quella bella persona che lei già aveva intuito essere molto tempo prima.  Parlavano di tante cose: di Chiara, del lavoro, dei quadri;  Andrea le rivelò che sarebbe stata allestita una sua personale i  n una famosa galleria d’arte, quel vecchietto dimesso che si era tanto interessato a lui quando aveva esibito i suoi dipinti in comunità aveva organizzato tutto, ancora non ci credeva ma ne era chiaramente felice, perfino l’equipe medica lo incoraggiò, avrebbe potuto presenziare all’evento anche se doveva essere accompagnato da un operatore, ma non gli importava, ancora pochi mesi e, se tutto fosse andato bene, sarebbe tornato a casa, aveva quasi vinto la sua battaglia.  Per la prima volta Angela sentì che finalmente poteva sbilanciarsi, gli si avvicinò, prese il suo viso tra le mani e lo baciò sotto lo sguardo divertito di Chiara.

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Da quel giorno passò molto tempo e tanti furono i fatti che accaddero, alcuni belli e gioiosi, altri un po’ tristi ma densi di emozione.  Andrea aveva finito il suo percorso in comunità confermando definitivamente la fine di ogni rapporto con la droga, era diventato ‘pulito’ come si dice, scoprendo di avere tanta forza dentro di sé: la passione per la pittura diede un enorme contributo, ma ovviamente Angela e Chiara fecero il resto.   La sua personale alla galleria d’arte fu un successo strepitoso, tante le tele vendute ad un prezzo altissimo (secondo Andrea), giusto (secondo il critico d’arte che aveva organizzato la mostra).  I giornali diedero largo spazio all’evento e la pubblicità raggiunse un numero considerevole di persone, soprattutto tanti addetti ai lavori che gli chiesero di allestire altre mostre presso le loro gallerie.  Il suo divenne un nome celebre ed i suoi quadri trovarono grande approvazione nel mercato dell’arte, ora era finalmente in grado di camminare con le proprie gambe e poteva cementare il suo rapporto con Angela, così decise di chiederle di sposarlo. La invitò a cena con la sua piccolina, il padre di Andrea voleva lasciarli soli ma Andrea insistette perché rimanesse, aveva tutto il diritto di condividere con lui quel momento. Preparò la cena personalmente, comprò il gelato al gusto fiordilatte per Chiara e si vestì come un figurino. L’ansia gli tenne compagnia per tutto il giorno, Angela lo avrebbe considerato matto o avrebbe risposto semplicemente con un ‘si’?  Certo erano molto giovani, ma durante la permanenza in comunità si erano frequentati molto, avevano anche parlato del futuro, un futuro che volevano condividere, si erano conosciuti profondamente in un tempo relativamente breve, cosa che spesso non avviene in alcune coppie di eterni fidanzati, “basta” – si disse – “adesso basta, è inutile stare qui a martoriarmi, tra poco saprò.”.   Suo padre era nervoso quanto lui ma tentò in tutti i modi di dissimulare il suo stato d’animo cercando di tranquillizzarlo, Angela gli piaceva tanto e si era affezionato a Chiara che ormai lo aveva eletto il suo nonnino, e per non condizionarlo non aveva espresso alcuna opinione in proposito quando Andrea gli aveva comunicato la sua decisione, sperando però in cuor suo che Angela accettasse la proposta.  Appena arrivata, Angela notò subito la tavola apparecchiata ad arte, Andrea e suo padre erano vestiti come due invitati ad un matrimonio e tutto ciò la insospettì, cominciò a sentirsi un po’ nervosa, circospetta, ma non disse nulla.  Si sedettero a tavola ed iniziarono a mangiare come se nulla fosse, anche se un po’ di agitazione serpeggiò durante la cena: Andrea fece cadere un bicchiere rovesciando il vino rosso sulla tovaglia immacolata, suo padre si alzò tante volte con la scusa di prendere delle cose in cucina e Angela, nonostante fosse tutto buonissimo, riuscì solo ad assaggiare le pietanze.  Solo Chiara, seduta nel seggiolone, sembrava l’immagine della serenità, sorrideva felice a tutti battendo le manine, tutte le persone che amava erano con lei e non poteva chiedere di meglio. Finalmente arrivò il dolce, Andrea portò la coppetta di gelato a Chiara ed un profiterole succulento che Angela riconobbe come uno dei capolavori di Margherita, avvertire in un certo senso la presenza della sua amica la tranquillizzò un poco, poi, dietro richiesta di Andrea, Angela tentò di fare le porzioni, quando il coltello urtò qualcosa di duro, guardò meglio e vide una scatolina avvolta nel cellophane, il cuore cominciò a batterle forte e le mani le tremarono, prese la scatolina e l’aprì: un anello con un piccolo brillante apparve, Andrea la guardò intensamente negli occhi e le disse: “Angela mi vuoi sposare?”, “Si Andrea!”, e si baciarono.

Cominciarono subito a concentrarsi sui preparativi del matrimonio, ma una cosa fu imprescindibile per Angela, volle assolutamente che fosse don Marco a celebrarlo, così si recò da lui con Andrea per dargli la notizia.  Don Marco aveva conosciuto Andrea solo tramite Angela: inizialmente lei gli aveva confidato le sue perplessità, ma in seguito gli raccontò quanto il loro rapporto fosse cresciuto, quindi don Marco non poté che essere felice nell’apprendere la notizia ed accolse con gioia la loro proposta.  Pochi giorni prima Andrea aveva visitato un casolare in vendita nel paese dove Angela lavorava, lo andarono a vedere insieme, certo c’erano dei lavori di ristrutturazione da effettuare, ma per la data del matrimonio gli avevano garantito che sarebbe stato pronto.   Angela ne era entusiasta, si trovava in mezzo alla campagna, circondato da viti e frutteti, non distante dal paese, era un vero incanto.   All’interno c’era una cucina con un grande camino, solo quella stanza era grande quanto l’appartamento dove viveva! Chiara avrebbe avuto tanto spazio per giocare, stare all’aria aperta e crescere magnificamente.   Quando Angela comunicò a Martina ed a Clara delle nozze ne furono entusiaste e sua madre, mente organizzativa super collaudata, stava per lanciarsi come un treno ad alta velocità quando Angela la informò che lei ed Andrea avevano optato per una cerimonia molto semplice e con pochi invitati che, dopo la funzione, avrebbero festeggiato con loro nel casolare ristrutturato.  Clara rimase un po’ delusa e dovette fare uno sforzo titanico per non contraddirla; la ‘vecchia’ Clara esperta ideatrice di eventi stava riemergendo, ma fortunatamente capì quanto fosse importante rispettare il desiderio di sua figlia, perciò si adeguò e decise, seppure con grande difficoltà, di non intromettersi, limitandosi ad aiutarla solo dietro esplicita richiesta.  I lavori al casale procedevano velocemente, ogni volta che Angela ed Andrea si recavano lì se ne innamoravano sempre di più, vedendo come migliorava durante la ristrutturazione, ricevettero la conferma che era il posto giusto per cominciare la loro vita insieme a Chiara ed inoltre era anche il luogo perfetto per Andrea per continuare a creare le sue opere, ormai il suo era un nome emergente nel mondo dell’arte e questo lo inorgogliva parecchio.  Tutto il paese si strinse intorno a loro il giorno del matrimonio, erano felici per quella coppia giovane di cui quasi tutti ormai conoscevano le tante difficoltà superate.  Clara dovette ricredersi, anche se non era stata lei ad organizzare il matrimonio, dovette ammettere che l’organizzazione fu impeccabile.  Gli sposi erano circondati dalle persone che più contavano nella loro vita: Angela ebbe come testimoni Franca e Margherita che si presentò radiosa sulla sua nuova carrozzina fiammante spinta dalla zia Juliana, mentre quelli di Andrea furono suo padre ed il celebre pittore, suo ex insegnante in comunità che aveva sempre creduto nel suo talento. Tutto si svolse nel migliore dei modi.

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Chiara cresceva serena, aveva ormai cinque anni e trascorreva molto tempo con Andrea dopo la scuola, si sedeva accanto a lui nello studio su una piccola sedia e dipingeva per ore senza stancarsi.   Da un po’ di tempo i suoi genitori volevano regalarle un fratellino che sembrava non volesse arrivare.  Un giorno, dopo un ritardo considerevole, Angela decise di fare il test di gravidanza e scoprì di essere incinta; ne fu felice, finalmente questa volta avrebbe potuto condividere l’esperienza con qualcuno che l’amava più di ogni altra cosa; ma la sua reazione fu irrilevante comparata a quella di Andrea che iniziò a saltare per tutta la casa urlando come un forsennato che sarebbe diventato papà.   Chiara lo sentì e subito dopo gli disse: “Ma tu sei già il mio papà!”, quando sentì quelle parole gli si gelò il sangue, prese Chiara tra le braccia e le disse: “Ma certo piccolina, scusa, certo che sono il tuo papà, volevo dire che sarò anche il papà del tuo fratellino, o sorellina, veramente ancora non si sa, ma comunque tu sei e sarai sempre la mia principessa”.  A quelle parole il visino di Chiara che prima si era rabbuiato si illuminò tutto e gli stampò un grande bacio sulla guancia. Per Chiara, Andrea era e sarebbe stato per sempre l’unico papà.  Angela, dopo la visita da Alberto in clinica, aveva chiamato Luca per dirgli di Chiara, l’aveva fatto per sua figlia, anche se Chiara era troppo piccola per capire sentiva di dover essere sincera, in verità non lo faceva solo per la sua bambina ma anche per se stessa: non era giusto che se Andrea avesse fatto parte della loro vita, il rapporto tra loro iniziasse con una menzogna, ma Luca la liquidò subito dicendole: “Non voglio sapere niente, tu per me non sei mai esistita, non mi chiamare più!”.

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Alcune volte, soprattutto durante la gravidanza, Angela portava Chiara con sé al bistrot dopo la scuola per stare il più possibile con lei, non voleva nemmeno per un attimo che si sentisse trascurata, ma soprattutto desiderava si affezionasse al fratellino (si era saputo che era un maschio) e cercava il più possibile di non provocare in lei alcuna forma di gelosia.  Chiara appena vedeva Margherita si sedeva sulle sue ginocchia facendosi scorrazzare per il locale, clienti permettendo ovviamente.  Quella bambina era la migliore medicina per Margherita, anche se era stata una giornata no, bastava che Chiara entrasse nel locale salutandola con un “ciao zietta” che Margherita riusciva per un po’ ad ignorare la malattia.  Ormai non riusciva a produrre la stessa quantità di torte e di dolci come prima, ma da tempo era diventata la tutor di una giovane pasticcera che Franca aveva assunto, compito di Margherita era quello di istruirla indicandole passo dopo passo come eseguire le sue meravigliose creazioni.  Margherita fu molto riconoscente a Franca per non averla esclusa dall’unica cosa che ancora la spingeva ad uscire di casa, Franca l’aveva nominata capo pasticcera dicendole che era insostituibile, e Margherita aveva finto di crederci e per questo provò una profonda gratitudine per la sua amica che, come aveva promesso anni prima, era rimasta al suo fianco.  Si era avverato ciò che don Marco le aveva detto anni prima, da quell’incontro erano trascorsi anni, ma lei si rese conto sempre di più che nel tempo aveva cominciato a considerare a poco a poco la sua malattia in un modo diverso, il suo atteggiamento era cambiato ed era certa che ciò non fosse stato merito suo.  Ripensò a come don Marco era stato determinato a coinvolgere tutta la parrocchia in una preghiera incessante profetizzando i suoi risultati, ora anche lei finalmente ci credeva perché il suo cuore era cambiato.  Col tempo imparò a capire cosa voleva dire ‘andare oltre la sofferenza’; aveva incontrato tante persone, clienti, vicini di casa, che avevano vissuto o stavano affrontando prove terribili e lei si era ritrovata a dare la sua esperienza, ad esprimere non solo la sua solidarietà ma ad accendere in loro una speranza con una semplicità che sapeva perfettamente non appartenerle affatto.  Era riuscita ad accettare l’aiuto degli altri, delle persone che le volevano bene e che continuavano con amore a starle vicino, questi erano fatti concreti incontestabili.  Franca ed Angela avevano assistito alla sua metamorfosi sorprendendosene ogni giorno, non c’era più traccia della ‘vecchia’ Margherita, era una donna nuova, completamente rinnovata anche se duramente minata nel fisico.

Non solo l’infanzia di Chiara, ma anche quella del suo fratellino Marco (così chiamato in onore di don Marco) si svolse in parte al bistrot, Angela dopo la scuola li portava con sé al lavoro perché erano la migliore medicina per Margherita.  Erano premurosi con quella signora che per loro era una zia un po’ burbera ma affettuosa a cui volevano molto bene, e poi potevano anche gustare le sue famose torte ora riprodotte egregiamente dalla nuova pasticcera.  Quella consuetudine si protrasse nel tempo: Chiara era ormai diventata una bella ragazza prossima alla maturità, così, spesso chiedeva alla ‘zietta’ di ascoltarla e correggerla, ma Margherita fungeva anche da pungolo per Marco che di voglia di studiare ne aveva proprio poca, lo preparò agli esami di terza media usando vari mezzi, uno infallibile era prenderlo per la gola, non gli faceva fare merenda fino a quando non finiva i compiti.  Per molto tempo riuscì a dare il suo contributo al bistrot, poi la malattia si mostrò particolarmente aggressiva al punto di doversi allettare, ciò che aveva sempre temuto alla fine giunse quasi sorprendendola, ma non rimase mai da sola.  Angela e Franca pianificarono i turni per assisterla, assunsero anche un’infermiera fissa, l’aiutavano con la massima leggerezza, mai, nemmeno una volta, le fecero pesare la loro disponibilità, cercavano di essere sempre allegre anche se vederla soffrire le faceva stare male e quando tornavano dalle rispettive famiglie il senso d’impotenza prendeva il sopravvento lasciandole con un senso di vuoto che solo in parte veniva colmato dai rispettivi affetti.   Ma Margherita ebbe anche un amico speciale che andava a trovarla: don Marco trascorreva interi pomeriggi con lei e Margherita trovava conforto nelle sue parole; gli confessò che, nonostante la malattia stesse vincendo, non era angosciata, e si trovò ad ammettere che quel dio con cui litigava spesso nei momenti di maggior sofferenza iniziava veramente a sentirlo come un papà a cui delegare tutto quello che le stava accadendo e che non capiva.  Le ripetute infezioni vescicali a cui era soggetta si complicarono in infezioni renali a cui si aggiunsero gravi problemi respiratori.  Margherita morì una sera d’autunno, Juliana era con lei, l’ultimo mese l’aveva assistita come fosse stata sua figlia, quella figlia che non era mai arrivata.

Il giorno del funerale la piccola chiesetta del paese era gremita, tante persone rimasero fuori nonostante la pioggerellina autunnale che scorreva ininterrottamente.  Oltre gli amici di Margherita erano presenti tante persone comuni: quelli che avevano assaggiato le sue torte, quelli che erano entrati nel bistrot magari solo per un caffè ed avevano ottenuto da lei un’attenzione, una parola di conforto.  Don Marco celebrò il funerale che, grazie a lui, non fu una cerimonia triste e lugubre ma tutti i presenti ricevettero una parola di speranza, strappò perfino qualche risata durante l’omelia: “Margherita non aveva certo quello che si può definire un carattere facile, ricordo la prima volta che l’ho incontrata nel bistrot di Franca e Mario, nemmeno salutava i clienti, china sulle torte meravigliose che preparava non degnava nessuno di uno sguardo.  Poi un giorno mi ha cercato per parlare, la sofferenza che pativa le segnava il viso ma era talmente orgogliosa che tentava di dissimularla.  Era spaventata, terrorizzata dalla malattia, ma chi non lo sarebbe stato? Molti di voi non sanno quanto abbia sofferto nella sua infanzia ed anche in seguito, così si era creata un’armatura attorno a sé per sfuggire al dolore, ecco perché appariva così scorbutica, davvero, era proprio così! – le persone cominciarono a ridacchiare insieme a don Marco, poi il pubblico si fece di nuovo attento – beh, come dicevo era spaventata e arrabbiata, non capiva proprio il perché di tanta sofferenza, ma d’altronde quanti di noi qui, oggi, quando siamo nella prova, ci poniamo questa domanda? Credo tutti.  Margherita all’inizio era schiacciata dalla malattia, aveva perso l’orientamento, si sentiva ancora più sola, si era isolata da tutti perché aveva perso la speranza.  Pensateci bene, quello che ci fa stare male quando dobbiamo affrontare delle situazioni pesanti nella nostra vita è proprio la disperazione, diamo per scontato che questa ci schiaccerà e proviamo angoscia, non è vero? Ma questo avviene solo perché ci dimentichiamo una cosa fondamentale, che abbiamo un padre celeste che ci ama profondamente e che non vorrebbe mai e poi mai che qualcuno dei suoi figli soffrisse…ovviamente ecco sorgere allora la grande domanda ‘se è vero che non vuole che soffriamo, perché ci manda questa prova?’, è una domanda legittima, dettata anche dal fatto che vogliamo trovare una spiegazione a tutto, siamo abituati ad un mondo logico e controllato, dobbiamo comprendere tutto con la nostra ragione… ma volete sapere una cosa?  non ho la risposta, posso dirvi e dire a me stesso che tutto questo è un mistero, come un mistero è la vita, come un mistero è questa creazione che nessun uomo ha contribuito a formare, ma una cosa sì che ve la posso dire, che Cristo ha vinto la morte con la sua resurrezione, che anche una prova dolorosa, una morte quindi ha senso, altrimenti la nostra vita ne avrebbe? Avrebbe senso mangiare, bere, dormire, lavorare, amare se poi tutto finisce una volta che andiamo sotto terra? San Tommaso Moro disse una cosa bellissima a sua figlia prima di morire: ‘Nulla può accadere che Dio non l’abbia voluto; anche se ciò può sembrare male, è però il meglio per noi.’.   Ecco siamo chiamati a fidarci di Dio, di questo padre, e Margherita, posso dirlo con certezza, alla fine si è fidata ed è riuscita a contagiare, sì contagiare anche altre persone, ha messo a disposizione degli altri la sua sofferenza instillando loro la speranza, quando lo faceva non pensava più a sé, al suo dolore, ma ha aiutato chiunque le si avvicinasse” – in chiesa c’era una giovane donna in lacrime, era in carrozzina con in braccio il suo bambino ed il marito a fianco, era la stessa ragazzina entrata con sua madre nel bistrot tanti anni prima –  “State tranquilli – proseguì don Marco –  ho praticamente finito, non mi dilungherò oltre, desidero solo che tutti insieme leggiamo la preghiera che avete in quei foglietti sui banchi, sono certo che Margherita la ripeterà con noi.”.   Finita l’omelia, tutta l’assemblea, coinvolta dalle parole di don Marco, si alzò in piedi recitando la preghiera di un anonimo brasiliano:

Dio conta su me

“Dio solo può dare la fede, ma tu puoi dare la tua testimonianza. Dio solo può dare la speranza, ma tu puoi dare fiducia ai tuoi fratelli. Dio solo può dare l’amore, ma tu puoi insegnare all’altro ad amare. Dio solo può dare la forza, ma tu puoi sostenere uno sfiduciato. Dio solo può fare ciò che sembra impossibile, ma tu puoi fare il possibile. Dio solo è sufficiente a se stesso, ma preferisce contare su TE.”

Dopo la proclamazione della preghiera ci fu un silenzio generale, l’assemblea era palesemente commossa, si udirono dei piccoli singulti e discrete soffiate di naso, tutti erano profondamente scossi e coloro che erano stati più intimi di Margherita sentivano già la sua mancanza, come Chiara e Marco: la loro zietta era diventata parte integrante della loro famiglia, premurosi e servizievoli erano andati a trovarla tutti i giorni da quando era costretta a letto, e dirle addio non fu per niente facile.

 

 Epilogo

Ogni anno, puntualmente, quando arrivava quella data, tutti i ricordi la travolgevano come un carro armato che abbatte le sue vittime, ed ogni anno, immancabilmente, quando quel giorno si avvicinava, pensava, ingenuamente, che sarebbe stata pronta ad affrontarlo, sperava di riuscire a dominare le sue emozioni.  Credeva che l’età, insieme alle rughe, al sovrappeso, alla cellulite avesse portato con sé quell’equilibrio, quella pacatezza che le avrebbe permesso di estinguere l’incendio che era scoppiato in ogni parte del suo corpo e che ancora, dopo tanti anni, non solo non era stato domato, ma che sarebbe potuto divampare ancora più violento bruciando chiunque avesse avuto a che fare con lei.  Tante le curiosità che mai sarebbe riuscita a soddisfare, che donna sarebbe stata la sua principessa? Si sarebbe sposata? Avrebbe avuto dei figli? Sarebbe stata una mamma dolce e sensibile? Tutto era fermo a quel maledetto giorno, a quella ragazza premurosa che aveva scherzato con suo fratello e che aveva stampato un sonoro bacio sulla guancia di sua madre prima di uscire.  Erano trascorsi tanti anni, Angela era più vecchia e stanca, aveva dovuto superare tanti ostacoli e prendere tante decisioni…tanta vita era passata ma quel dolore era fisso lì nel suo cuore, aveva fatto un buco, come un trapano, e sapeva che niente avrebbe potuto colmarlo fino al giorno in cui avrebbe raggiunto la sua bambina.  Da quando era accaduto l’incidente una parte di sé era morta, per molti mesi si era lasciata vivere, poi aveva ripreso il lavoro ma nonostante l’affetto che tutti le avevano dimostrato, non era riuscita a reagire. Era furente, nutriva la stessa rabbia che aveva alimentato per tanto tempo la sua amica Margherita, si sentiva colpita ingiustamente, arrivò perfino a pensare di essere stata una sciocca tutte le volte che aveva cercato di consolare la sua amica.  Poi il pensiero volò al cambiamento radicale che Margherita aveva fatto, grazie anche all’intervento di don Marco. Aveva bisogno di lui, avrebbe voluto parlargli, chiedergli tante cose, ma purtroppo don Marco era partito per il Brasile anni prima come missionario e non se la sentì di rivolgersi ad un altro sacerdote che non fosse lui, dover raccontare tutta la sua storia daccapo con il rischio di rimanere delusa. Tutto era rimasto fermo dalla morte di Chiara.  Mentre era accasciata a terra vide da lontano due figure approssimarsi, forse due uomini, non li distingueva bene, poi man mano che si avvicinarono riconobbe Andrea e suo figlio che, ormai ventenne, aveva raggiunto in altezza suo marito, l’aiutarono ad alzarsi tirandola per le braccia, Andrea fu il primo a parlare: “Basta Angela, devi lasciarla andare, non puoi farla soffrire, lo sai che vedendoti così lei ci sta male!”.  “Ma è morta, morta Andrea, come può stare male?”, gridò Angela, ma Andrea con voce ferma riprese: “Che dici Angela? Ti sei dimenticata tutto, tutto quello che ci ha insegnato don Marco? Ricordi quello che Margherita ti raccontò dopo che aveva parlato per la prima volta con lui? Mi dicesti che anche tu eri rimasta colpita, quella storia di riconciliarsi con il proprio passato, di ricominciare a vivere pienamente e tu l’hai fatto! L’hai fatto con la tua famiglia, con Clara, tuo padre e tua sorella, hai scelto me come compagno di vita, abbiamo cresciuto insieme Chiara e poi abbiamo avuto questo magnifico ragazzo – ed abbracciò Marco ancora più forte – non devi arrenderti! Ricordi le parole di don Marco al funerale di Margherita? Imprimitele nel cuore, ti prego, non dimenticarle mai! Io mi ci sono aggrappato in questi anni e mi hanno dato la forza di andare avanti nonostante tutto!”.  Angela li guardò intensamente e si rese conto che suo marito aveva completamente ragione, le sue parole le giunsero come se le sentisse per la prima volta, circondò con un abbraccio i suoi due uomini, i suoi pilastri, capì che finalmente poteva dire addio alla sua principessa.

Fine

10 thoughts on ““Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 34 (parte seconda) – Epilogo –”

  1. Cara amica…non riesco a trovare le parole giuste, ma c’è tanto e c’è tutto in questo tuo racconto. Grazie, semplicemente grazie. Antonella

  2. L’ultimo capitolo mi ha fatto venire i brividi mi è dispiaciuto della morte di Chiara presenza quotidiana del libro… complimenti è un romanzo davvero toccante… e con tanti bei principi di vita

    1. Ti ringrazio Tiziana, come ho già detto un’infinità di volte,il parere di voi lettori, soprattutto se positivo, mi riempie di gioia, e parte del mio obiettivo è già raggiunto, ma è anche una carica per non arrendersi e continuare a scrivere con la speranza di venire pubblicata. Grazie

  3. Tante storie difficili non tutte a lieto fine. Rimane un po’ di amaro nel leggere il finale che ho voluto rileggere sperando di non aver capito ma oltre a Margherita che ha vissuto tanti anni in più circondata da tanto Amore ci lascia anche un insospettabile dolcissimo personaggio.
    Mi sono chiesta perché scegliere un finale così drammatico anche se ricco di parole di conforto … ma poi … credo di aver capito … bisogna lasciarli andare anche se sono stati parte viscerale di noi … anche se sembra ingiusto sopravviver loro … mi auguro che questo libro sia servito a compiere un definitivo passo verso l’accettazione e il diritto di tornare ad essere felici per che’ è per questo che siamo nati….l
    E’ un libro questo cara Nico che consiglio a tutti ma che consigliero’ di leggere soprattutto a persone in cerca di risposte ai dolori della vita … perché ciò che hai scritto è forte, penetrante e lascia il segno.
    Grazie Nicoletta! In bocca al lupo!!!

  4. Peccato sia finito! Ho riletto due volte questo capitolo perché ogni parola, che racconta la vita, entra nel cuore…come alcuni personaggi che ho amato particolarmente.. Margherita… Don Marco. Grazie Nico.. Mi hai regalato, con questo libro, dei bei momenti di riflessione e emozioni veramente intense. Auguro a te e ai tuoi personaggi di poter essere conosciuti da un pubblico più vasto che imparerà ad amarli come i lettori del web

  5. …. Come sempre, ci lasci senza parole…. Profondo il messaggio, ti tocca proprio nelle viscere… È una forte empatia con i personaggi del libro… È come spesso accade in alcuni ti immedesimi.. Grazie

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