“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 34 – Parte prima

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Cari amici del blog, ho diviso questo capitolo 34 in due parti perché piuttosto lungo, la seconda parte conterrà anche l’epilogo, poi “Questione di prospettiva” finirà.  Non vi nascondo che provo fin da ora un po’ di nostalgia! L’appuntamento costante con voi lettori iniziato a gennaio è stata una consuetudine che mi ha riempito di gioia, è stato bellissimo condividere con voi questa storia ed è stato veramente gratificante sapere che in tanti aspettavate la pubblicazione dei capitoli per conoscerne l’evoluzione! Chi scrive non lo fa solo per se stesso!  Ancora un ultimo appuntamento dopo questo, ma per ora godiamocelo!  Buona lettura!

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdf –  Questione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio cap34 (parte prima)

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– Capitolo trentaquattresimo –  (parte prima)

Il processo a carico di Massimo Proietti era iniziato da qualche settimana perché, nonostante il ritiro dell’accusa da parte della stagista, il pubblico ministero aveva voluto appurare che non ci fossero state intimidazioni verso la presunta vittima.  A nulla valsero le rassicurazioni dell’avvocato per tentare di tranquillizzare Massimo dicendogli che, con i presupposti a suo favore, tutto si sarebbe risolto a breve.  Lui continuava a sentirsi come un leone in gabbia, fino alla fine del processo doveva rimanere ai domiciliari e questo stato di cattività in cui versava da tempo lo rendeva sempre più nervoso e rabbioso.  L’unica cosa che riusciva a placarlo un po’ era scrivere ciò che stava vivendo; grazie alla terapia intrapresa, Massimo eseguiva alla lettera ciò che il suo terapeuta gli aveva suggerito di fare: mettere nero su bianco tutti i timori, le ansie, le preoccupazioni e così, come un alunno diligente, riempiva pagine e pagine ed ogni volta, dopo averlo fatto, si sorprendeva di quanto stesse meglio, spariva ogni traccia di negatività che veniva sostituita da una nuova energia positiva. Una mattina ebbe un’idea: aveva tanto, troppo tempo a disposizione, così, per evitare di cadere nella giungla dei pensieri tristi, pensò di raccogliere i numerosi fogli che aveva compilato, sorrise tra sé e sé all’idea bizzarra che gli era venuta di farne un libro anche se si chiese chi mai sarebbe stato interessato a leggere il diario privato di un cretino come lui che si era lasciato infinocchiare da una ragazzina mitomane.  Effettivamente non lo sapeva, comunque lo avrebbe aiutato a passare il tempo impegnandosi in qualcosa che gli avrebbe occupato la mente ed il cuore e chissà…forse non era poi un’idea così assurda quella che gli era balenata…

Martina era già tornata a casa da qualche giorno con il suo frugoletto; Alberto era buono, dormiva abbastanza e quando era sveglio non si lamentava mai, non poteva sperare in un bambino migliore; lei però cominciava ad avvertire il peso della responsabilità, non erano tanto le cose materiali a preoccuparla ma i tanti pensieri che l’assillavano: “Ce la farò da sola? Per quanto tempo riuscirò a gestire la situazione? E quando riprenderò il lavoro come farò? Forse potrò chiedere un po’ d’aiuto a mamma, ma non voglio esagerare, anche se adora Alberto, non voglio che lei si senta obbligata, e Massimo, una volta prosciolto – lei lo dava per certo- cosa farà? Amerà nostro figlio o non vorrà nemmeno conoscerlo?”.  Quest’ultimo pensiero era ciò che la tormentava di più, non vedeva suo marito da tanto tempo ed ora, francamente, era combattuta se sapere o meno, una volta per tutte, ciò che aveva deciso.  Angela le aveva detto che Massimo era stato informato della nascita di Alberto, ma da quel momento non aveva saputo più niente, l’avvocato non l’aveva contattata né per telefono né per mail, così decise di telefonargli per chiedergli di tentare di procurarsi un permesso di visita dal giudice, sempre che Massimo fosse stato d’accordo, voleva che suo marito vedesse il bambino prima di prendere qualsiasi decisione.  Dopo circa una settimana l’avvocato le comunicò il giorno e l’ora dell’appuntamento.  La notte prima dell’incontro Martina non riuscì a chiudere occhio, fortunatamente Alberto dormì tutta la notte, ma lei era egualmente esausta.  Volutamente non dedicò particolare cura al proprio abbigliamento, optò per una cosa semplice, se Massimo avesse ancora mostrato interesse per lei non sarebbe dovuto accadere per una semplice attrazione superficiale ma per qualcosa di molto più profondo.  Preparò Alberto e si recarono da lui.  Quando suonò, le venne ad aprire l’avvocato che, discretamente, se ne andò in un’altra stanza.  Massimo era dimagrito molto dall’ultima volta, i jeans e la polo che indossava erano di due taglie più grandi, Martina cercò di mascherare lo stupore e senza parlare gli protese Alberto che dormiva placidamente tra le sue braccia; Massimo tremando lo prese e se lo accostò al petto, due lacrime gli spuntarono, baciò il piccolino che sapeva di buono, poi guardò Martina, intensamente, in quello sguardo c’era tutta l’eloquenza contenuta in quei mesi, cose dette e non dette.  Dai suoi occhi trapelò ammirazione, per tutto quel tempo Martina se l’era cavata da sola, era completamente diversa, non c’era più alcuna traccia della donna arrogante, arrivista, viziata che aveva sposato, la trovò bellissima perché, nonostante gli ostacoli affrontati, era radiosa, poi lo sguardo di Massimo mutò, i suoi occhi implorarono perdono per come l’aveva trattata.  Martina lo capì, così come intuì che qualcosa stava cambiando nel loro rapporto, si sentì improvvisamente più fiduciosa, ma soprattutto riconobbe senza ombra di dubbio che amava ancora suo marito, anzi, forse non aveva mai smesso di amarlo.  Martina gli raccontò nei particolari tutto quello che era successo negli ultimi tempi, la malattia e la morte di suo padre, la riconciliazione con sua madre, ma soprattutto quella di sua sorella, e man mano che sua moglie parlava, la considerazione di Massimo verso di lei cresceva, sua moglie era davvero cambiata.  Si era caricata di tante responsabilità, conoscendo Clara riuscì solo ad immaginare quanto le fosse costato il ruolo di mediatrice tra sua madre ed Angela, inoltre la decisione presa con sua sorella di mettere fine alla sofferenza di Alberto era stata sicuramente una scelta difficile e molto dolorosa. Martina era indubbiamente cresciuta e si domandò se anche lui lo fosse, sarebbe stato in grado di prendersi cura di sua moglie e di suo figlio? Ora non aveva più nemmeno un lavoro, da quando era ai domiciliari, lo studio con cui collaborava l’aveva scaricato, i suoi clienti si erano dileguati, e comunque, una volta prosciolto, come sperava, anche se si fosse rimesso in gioco ci sarebbe voluto del tempo per creare una nuova cerchia di clienti pronta a dargli fiducia.  A quel punto si fece strada sempre di più l’idea di provare a pubblicare il suo libro, avrebbe sfruttato in suo favore la pubblicità negativa operata dai media in quei mesi: quotidiani e telegiornali lo avevano accusato prima ancora che fossero terminate le indagini, era arrivato il momento di ribaltare la situazione, avrebbe trovato un giornalista disposto ad ascoltarlo a cui avrebbe raccontato la sua storia e che avrebbe utilizzato tutto il materiale scritto da lui dopo ogni seduta per creare un vero e proprio caso editoriale che forse gli avrebbe potuto procurare denaro, per non parlare del fatto che molte trasmissioni televisive che proliferano sulla giustizia, avrebbero fatto a botte per averlo come ospite, quindi, altro denaro…Ma decise di non dire ancora niente a Martina, preferiva prima trovare il contatto giusto, poi le avrebbe raccontato tutto.  Nel frattempo Alberto si era svegliato reclamando la poppata, allora Martina disse: “Ti spiace se lo allatto qui? Sai, quando ha fame se non lo accontento subito è capace di trasformarsi da angioletto in un essere posseduto”, Massimo guardò tutti e due, mamma e figlio, sfoderando il primo sorriso da quando Martina era arrivata, “Figurati – disse – mi fa piacere guardarvi, siete così belli…mi avete contagiato con la vostra serenità.  Sono felice tu sia venuta con Alberto, non sai quanta gioia mi avete dato e Dio solo sa quanto ne avessi bisogno! Grazie Martina, grazie di tutto, ora non c’è che da aspettare che quest’incubo finisca al più presto, l’avvocato è ottimista ma preferisco non pronunciarmi, perdonami se non riesco a farti nessuna promessa al momento, ma ti giuro che appena questa storia sarà finita, se tu sei d’accordo, parleremo di tante cose – lo sguardo di Massimo si posò su Alberto – ed insieme, ce la faremo.”.   Martina annuì, mise Alberto nel passeggino, abbracciò forte suo marito e andò via.

 

Intenzioni, progetti, propositi si propagano nelle case…

Una volta a casa, Martina ripensò a ciò che era avvenuto durante la visita. Massimo era cambiato, le era parso più maturo, più riflessivo, più disponibile all’ascolto, e senza dubbio si era intenerito alla vista di Alberto, forse qualcosa si stava muovendo dentro di lui, forse avrebbe assunto il così temibile ruolo di padre che lo aveva sempre spaventato, forse voleva ricostruire con lei la propria famiglia, forse…forse… Martina ripeté a sé stessa di non fantasticare, di rimanere con i piedi ben saldi a terra, tante erano le cose in sospeso, anche suo marito lo aveva detto, ma proprio non ce la faceva a non pensare al futuro, rivedere Massimo dopo tanto tempo l’aveva scombussolata, cogliere quello sguardo di tenerezza mentre prendeva in braccio suo figlio aveva cancellato quasi del tutto il dolore provato in passato; sentì di averlo perdonato e che era pronta a ricominciare con lui se questo fosse stato anche il suo desiderio, ma sapeva che non doveva correre troppo, il tempo, come sempre in questi casi, sarebbe stato un alleato importante per prendere qualsiasi decisione. Non poteva fare altro che aspettare, ma nel frattempo decise di preparare il terreno adatto, voleva eliminare qualsiasi elemento di disturbo che avrebbe potuto intralciare una possibile rinascita.  Nel giro di pochi mesi avrebbe dovuto riprendere il lavoro, questo era un fatto che non poteva modificare in nessun modo, però qualcosa – si disse –avrebbe potuto tentare, cercare un altro lavoro per esempio, con un ambiente diverso, un posto dove non le avrebbero fatto mobbing, dove non l’avrebbero reclusa in un ufficio angusto affidandole centinaia di pratiche noiose che nessuno voleva evadere dequalificando il ruolo che deteneva precedentemente. Quella sera stessa, inviò il curriculum a vari studi legali sperando di ottenere dei colloqui.  Riprendendo a lavorare avrebbe dovuto anche organizzarsi con Alberto, ma si ripromise di fare un passo alla volta: nel frattempo si complimentò con se stessa, non era rimasta a compiangersi, a fantasticare, aveva agito! Si sedette sul divano con un bicchiere di vino rosso per festeggiare e, mentre lo sorseggiava, si guardò intorno; la sua era una casa bellissima, un attico in una zona prestigiosa della città, ma purtroppo l’affitto era troppo caro per la situazione attuale.  Non sapeva ancora cosa ne sarebbe stato della sua vita privata; Massimo, una volta conclusa la sua avventura con la giustizia, comunque non aveva più un lavoro e di certo la pubblicità mediatica negativa aveva fatto terra bruciata intorno a lui, perciò Martina poteva contare solo sul suo stipendio.  Così pensò che il prossimo passo sarebbe stato cercare un appartamento più economico, tante persone vivevano in zone meno prestigiose e non ne facevano certo un dramma!  Continuò a sorseggiare il vino con soddisfazione perché anche se negli ultimi mesi la sua vita era stata uno tsunami, aveva saputo affrontare ogni difficoltà a testa alta, con fatica, è vero, ma ce l’aveva fatta e questo pensiero le diede la forza ed il coraggio necessari per continuare a lottare sia per se stessa che per suo figlio.

In un’altra casa, estremamente lussuosa, stavano srotolandosi altri pensieri.  Clara era appena tornata dopo aver fatto visita ad Angela e Chiara.  Il percorso in macchina l’aveva stancata ma era talmente contenta che non ci fece caso.  Giocare con la sua nipotina l’aveva rinvigorita più degli integratori che il medico le aveva prescritto.  Quando Chiara aveva visto sua nonna, come le altre volte, le era andata incontro con quel suo modo buffo che ricordava Frankenstein (aveva da poco iniziato a camminare da sola e non si sentiva totalmente sicura), poi le aveva buttato le braccia al collo chiamandola nonnina e Clara a quel punto si era puntualmente sciolta come il burro.  Non aveva mai provato quella sensazione, nemmeno quando le figlie erano piccole, era troppo occupata ad organizzare eventi per contribuire all’ascesa di suo marito nell’olimpo della medicina, così spesso affidava le bambine a Jennifer che se ne occupava a tempo pieno, solo ora si rese conto, con una punta di malinconia, della vacuità di certe azioni che negli anni l’avevano privata di tanto. Ma non era da Clara Carrisi voltarsi indietro! Quello che contava ora era il presente ed il futuro, non il passato, aveva scoperto che aveva da dare ancora tanto amore sia alle figlie che ai nipotini e si ripromise che questo sarebbe stato il suo obiettivo.  Si sedette in salotto nella sua poltrona preferita, si tolse le scarpe e pensò “Certo che i bambini sono deliziosi, ma non ricordavo che stancassero così tanto!”, e si addormentò di botto.

In comunità da varie ore regnava il silenzio, tutti gli ospiti stavano dormendo tranne uno: Andrea era nella sua stanza con la luce del tavolo accesa, seduto davanti al suo ultimo quadro.  Nella struttura in cui era ospite aveva iniziato da mesi un corso di pittura svolto da professionisti, gli insegnanti erano persone del settore, c’erano perfino degli artisti famosi e tra questi un pittore che svolgeva con particolare passione il suo incarico; non lo faceva per soldi, no, dopotutto anche gli altri insegnanti erano dei volontari probabilmente mossi da spirito umanitario e da sentimenti di solidarietà, però lui aveva una ragione in più. Tanti anni prima era stato un visitatore assiduo di quella struttura, veniva a trovare sua figlia che la droga si era portata via vincendo in una terribile lotta, e ora, insegnando in quella struttura, cercava di dare ai ragazzi ciò che ormai non poteva più donare a lei. Fu proprio lui ad accorgersi che Andrea non aveva solo delle potenzialità come gli avevano già detto, ma che c’era molto di più nei suoi quadri: ogni sorta di banalità era assente, la tecnica che utilizzava non era mai fine a se stessa e con il passare del tempo si era affinato; le sue opere erano un’esplosione di emozioni, tutti gli insegnanti erano impressionati e qualcuno di loro provava anche un po’ d’invidia per quel talento che senza sforzo apparente riusciva a catturare come una calamita chi ammirava le sue tele.  Ciò che però disarmava di più i suoi estimatori era il suo atteggiamento, quando lo elogiavano si schermiva, diventava rosso in viso e guardava per terra, come se non comprendesse l’effettivo valore di ciò che sapeva fare. Per lui dipingere era come respirare, quando lo faceva si astraeva da tutto ciò che lo circondava ed era estremamente concentrato sulla tela, ogni pennellata era data con una competenza di artista esperto; i colori si fondevano in un’armonia magica ed il soggetto del quadro, paesaggio o ritratto che fosse, acquisivano una forma eccezionale priva di errori.  Dipingere lo faceva stare bene, si sentiva rilassato e fiducioso, tutti i pensieri negativi scomparivano improvvisamente, l’odore dei colori e della trementina gli erano familiari, gli infondevano quella sicurezza, quella serenità che spesso rincorreva durante il giorno senza mai afferrarla.  Ecco perché stava seduto a contemplare la sua ultima fatica, voleva tardare il momento di andare a letto dove i demoni l’avrebbero perseguitato nel sonno. Quella tela che ritraeva Angela con in braccio Chiara gli trasmetteva serenità e fiducia, tutto sarebbe andato a posto, avrebbe vinto la sua battaglia, non avrebbe avvertito più quel bisogno impellente di ricorrere alla droga per non pensare. Nel suo cuore si stava facendo strada la possibilità che la vita potesse ancora riservargli dei momenti meravigliosi e la convinzione che era troppo giovane per arrendersi senza continuare a lottare.

In un’altra casa si sentiva in sottofondo una ninna nanna che una mamma, nonostante fosse tornata stanca dal lavoro, stava cantando alla sua bambina: Angela stava addormentando Chiara.  Appena si rese conto che quel dolce canto aveva sortito l’effetto sperato, si fece una doccia calda e poi spiluccò del pane e formaggio, non aveva molta fame, era ancora scossa dalla telefonata che aveva ricevuto dal padre di Andrea: suo figlio era entusiasta del corso che stava frequentando ed aveva perfino azzardato l’ipotesi di realizzare una sua personale nella struttura che lo ospitava perché tutti gli insegnanti lo stavano incoraggiando da tempo e finalmente sembrava si fosse deciso. Le disse anche che chiedeva in continuazione di lei e di Chiara, che era tanto innamorato e che aveva paura lei lo avesse dimenticato. Angela avrebbe voluto rassicurarlo subito ma preferì essere vaga, aveva deciso di non essere precipitosa, doveva prima parlare faccia a faccia con Andrea, essere veramente sicura delle sue intenzioni, sapere direttamente dalla sua bocca se era sempre determinato a farla finita con le canne per sempre, solo allora anche lei gli avrebbe rivelato i suoi sentimenti, non poteva rischiare, doveva essere prudente per lei e per Chiara. A breve avrebbe potuto incontrarlo, doveva solo pazientare un altro po’. Quel lungo periodo trascorso senza parlarsi le aveva permesso di riflettere, la sincerità che Andrea le aveva dimostrato rivelandole la sua dipendenza l’aveva disarmata, le aveva rivelato di essere innamorato rischiando di non essere corrisposto ma questo non gli aveva impedito di continuare a sperare per tutto quel tempo.  Nessun ragazzo prima si era mostrato così maturo e responsabile.  L’amava per quello che era senza alcuna pretesa di cambiarla e Chiara non era per lui un problema, anzi, si era creata subito una perfetta sintonia tra loro, “ed i bambini non sbagliano”, pensò Angela.

Dalla strada buia si scorgeva una luce accesa nell’appartamento di Margherita, ormai era notte fonda ma lei non riusciva a dormire.  Da quando era tornata a casa le parole di don Marco l’avevano inseguita per tutto il giorno e la conversazione con Franca non aveva fatto altro che renderle ancora più vivide. La testardaggine di quell’uomo, la sua fiducia sconfinata in quel dio che lei non conosceva, continuavano ad interrogarla, scoprì che anche lei avrebbe voluto possederla, effettivamente le cose avrebbero assunto un altro aspetto, un’altra prospettiva, ed anche se non sarebbe guarita, forse, in un certo senso, sarebbe finalmente uscita da quell’angoscia; la chiave di tutto era avere una speranza, dare un senso alla malattia.  E se avesse creduto a questo dio buono di cui parlava don Marco? Se gli avesse affidato totalmente l’inferno in cui viveva, anche lei avrebbe sperimentato che niente avrebbe potuto più farle paura: né il dolore fisico, né rimanere in una carrozzina, né dipendere totalmente da altre persone, né morire?  Ma pur prendendo in considerazione questa possibilità, non aveva idea di come riuscirci. “Sono troppo fragile – pensò Margherita – come faccio a fidarmi?”.  Poi la Margherita razionale e concreta esordì: “Ma cosa sto dicendo?  Mi sono completamente rimbambita?  Adesso comincio pure a credere a qualcosa che non vedo! Sarà anche questa una conseguenza della malattia?”, non riusciva a spiegarsi come solo avesse potuto pensare quelle cose, lei non era mai stata una credulona, una persona che si potesse facilmente persuadere a sposare una qualsiasi tesi se non ne era convinta. E ora? Ora aveva dei dubbi, la questione era innegabile, e questo la sorprese. “Continuo a rimuginare le parole di don Marco, non riesco proprio ad evitarlo – si disse – da quando ho parlato con lui ho come un tarlo che mi rode nella testa, lui era così sicuro, così certo di questo dio che ama tutti ed anche me, così come sono…don Marco ha detto che è buono, ma quando penso a come sto, a tutto quello che è successo nella mia vita non vedo niente di buono, vedo solo tanto dolore e sofferenza…ma lui ha anche detto che il dolore è mistero, è qualcosa che nessuno può spiegare, anche quel tale, quel Giobbe della bibbia era arrabbiato, però poi tutto è cambiato quando ha accettato il mistero, quando ha visto questo dio buono perché presente nel suo dolore, è arrivato perfino a benedirlo! Don Marco ha detto che a quel Giobbe gli era cambiato il cuore.  D’altronde quel dio è lo stesso che ha creato tutto, questo sostiene don Marco, è quello che ha dato suo figlio che è morto in croce ma che poi è risorto vincendo la morte, sconfiggendo tutte le nostre paure. Ecco siamo al punto dolente, sono annientata dalla paura, ho il terrore di perdere la mia autonomia per questa maledetta bestia che è la sclerosi, veramente credendo in questo dio questa angoscia scomparirà? Davvero riuscirò a fidarmi delle persone che mi amano? Sarebbe proprio un miracolo!”.  Dopo aver pensato queste cose Margherita, senza rendersene conto, continuò a riflettere, ma questa volta ad alta voce: “Bene, è ufficiale, alla fine posso dichiarare tranquillamente che oltre alla sclerosi ho anche una forma piuttosto strana di demenza che mi ha fatto diventare una sciocca credulona, adesso mi metto anche ad affermare che i miracoli esistono! Sono ormai ufficialmente andata fuori di testa!”, ma dicendo queste cose un lieve sorriso le si palesò sulle labbra: il suo cuore stava cambiando.  La mattina seguente Margherita si recò al lavoro e la sorprese vedere alcune persone intorno a Franca che discutevano animatamente osservando insieme ciò che sembravano dei progetti sparpagliati su un tavolo.  Accennò un segno di saluto a tutto il gruppo e mentre stava andando a cambiarsi Franca le disse: “Ciao Margherita, ti presento l’architetto Mariani ed il suo staff, stiamo vedendo come modificare il laboratorio affinché tu possa gestire meglio il tuo spazio, non solo nell’imminente, ma anche in futuro, nessuna barriera architettonica dovrà impedirti di preparare le tue meravigliose torte, altrimenti chi li sente i clienti!”.   Franca parlò senza filtri, schietta e diretta, com’era abituata.  La naturalezza con cui si espresse non irritò assolutamente Margherita, la spontaneità con cui aveva annunciato tra le righe l’inevitabilità dell’uso della carrozzina a cui la sua pasticcera preferita avrebbe dovuto ricorrere e la necessità di risolvere la situazione non urtarono affatto la sua suscettibilità anzi, Margherita lesse in questo l’amore che Franca nutriva nei suoi confronti, il desiderio di rendere le cose più semplici possibili e la stima che riponeva nella sua professione, quindi pensò che forse si poteva finalmente fidare delle persone che, come Franca, le volevano bene.  Trascorse tutta la mattina a fare impasti, ad elaborare torte con un’energia che non ricordava da tempo. Nel pomeriggio entrò una signora sulla cinquantina che spingeva una carrozzina con una ragazza che avrà avuto più o meno sedici anni. Margherita stava allestendo le vetrine del bancone gettando ogni tanto lo sguardo su di loro ed involontariamente ascoltò stralci del dialogo.  La mamma della ragazza cercava in tutti i modi di farla sentire a suo agio, ma la ragazzina a stento le parlava, aveva gli occhi piantati a terra, lo sguardo triste perfino quando due fette di torta al cioccolato vennero messe sul tavolo. La signora disse: “Dai Claudia, guarda cosa ci hanno portato, si sente un profumo intenso di cioccolato…che dici, ce le mangiamo?”. La guardava con l’angoscia che traboccava dagli occhi, si percepiva quanto si sentisse impotente, mentre sua figlia continuava a guardare a terra senza risponderle. Margherita dal bancone aveva assistito a tutta la scena ed aveva notato anche alcune difficoltà di movimento della ragazza, difficoltà a lei molto familiari. Sentì l’impulso di avvicinarsi a quel tavolo, così prese una sedia e si sedette con loro.  La ragazza alzò lo sguardo e la fissò incuriosita così come sua madre, ma Margherita non diede loro il tempo di reagire e le anticipò raccontando tutto di sé, della sua malattia, delle sue difficoltà quotidiane, delle sue paure.  Si aprì completamente con loro, due perfette estranee, e si stupì di come le parole le uscissero di bocca con naturalezza, ricordò alla ragazza quante persone le stessero vicino e di come bisogna accettare il loro aiuto perché la semplicità e l’amore guida i loro gesti.  La ragazza fu rapita dalle parole di Margherita, si sentì finalmente compresa da qualcuno che stava vivendo la stessa paura, la stessa rabbia e le pose delle domande che non aveva mai avuto il coraggio di fare a nessuno.  Parlarono fitto fitto per un tempo che a Margherita sembrò un secolo, non riusciva a credere a quello che stava accadendo, lei, proprio lei, stava incoraggiando quella ragazza a non mollare, la invitava con energia a guardarsi intorno e ad imparare ad apprezzare tutto l’amore che la circondava.  Poi scrisse su un bigliettino il proprio numero di telefono e lo porse alla ragazza invitandola a chiamarla tutte le volte che si fosse sentita giù e sola nel suo dolore, la salutò affettuosamente lasciando madre e figlia a gustare la migliore fetta di torta al cioccolato che avessero mai mangiato. Mentre stava decorando una torta, Margherita pensò a ciò che era avvenuto poco prima e si stupì: ma era proprio lei, la stessa Margherita che pensava sempre ai fatti suoi, quella che odiava chiunque invadesse la sua privacy e che invece si era aperta senza riserve con quella ragazzina offrendole il suo aiuto? Sorrise tra sé e sé e come un lampo le vennero in mente le parole di don Marco “Devi andare oltre la sofferenza, oltre il dolore fisico e spirituale! La sofferenza può far diventare egocentrici, incentrati su se stessi senza considerare affatto le altre persone, mentre tu queste persone non devi ignorarle, gente che magari come te sta soffrendo terribilmente… Hai la possibilità, con questa malattia, di sviluppare la tua sensibilità verso gli altri…allora vivresti il tuo dolore in un modo diverso, arricchito perché capiresti che il tuo dolore ti permette di maturare, di crescere.”.   Margherita era davvero contenta di aver parlato con quella ragazzina, di averle teso una mano, solo ora cominciava ad intravedere il senso della follia che stava vivendo.

Passarono alcuni giorni da quell’episodio e Margherita sentì che la bestia la stava riattaccando in modo subdolo: il dolore alle articolazioni era sempre più frequente, faceva più fatica a camminare ed aveva maggiore difficoltà a gestire l’equilibrio.  Entro pochi giorni avrebbe dovuto fare la visita di controllo ed era piuttosto preoccupata, temeva un responso negativo sul decorso e prendere in considerazione l’eventualità che il neurologo le potesse dire che le cose si stavano mettendo male la paralizzò perché sapeva che dare concretezza alla gravità dell’evoluzione della malattia l’avrebbe fatta precipitare di nuovo nell’angoscia per il futuro.  Però questa volta sentì che sarebbe stato diverso, infatti a quel controllo non sarebbe andata da sola, sua zia Juliana, Angela e Franca l’avrebbero accompagnata ed insieme avrebbero accolto il verdetto; senza dubbio, con loro, sarebbe stata più forte.  Il giorno stabilito si recarono tutte e quattro alla visita, Margherita era visibilmente nervosa e taciturna, invano sua zia e le sue amiche proposero diversi argomenti per distrarla. Giunte all’appuntamento, Margherita entrò nella stanza da sola e raccontò al dottore come aveva trascorso quei giorni dall’ultimo controllo, poi, dopo la visita, gli disse: “Dottore, per favore, vorrei entrassero le mie amiche e mia zia prima che lei emetta la sentenza”, cercò di usare un tono scherzoso tanto per alleggerire l’atmosfera.  Franca, Angela e Juliana, appena entrate mostrarono un’apprensione negli occhi che con difficoltà cercarono di dissimulare, tutte e tre fissarono lo sguardo verso il dottore che disse: “ Margherita puoi stare tranquilla, la situazione è stazionaria, non ci sono peggioramenti, ho guardato attentamente gli esami che mi hai portato e dopo la visita che ti ho fatto e nonostante i dolori che continui a sentire, devo dirti che ora sei in stand by, e questa è una buona notizia, come già ti ho detto altre volte la medicina non è in grado di stabilire esattamente il decorso di questa malattia, può variare da persona a persona, quello che posso dirti è di cercare di vivere nel modo più normale possibile.  Se avrai bisogno di aiuto chiedilo senza timore, mi sembra di vedere qui che hai addirittura un comitato di persone pro Margherita: fatti circondare da tutti coloro che ti vogliono bene, ti assicuro che questa è la medicina migliore; ovviamente continuerai a prendere i farmaci che ti prescrivo, ti allevieranno un po’ il dolore fisico, ma quello che adesso devi fare è prenderti cura soprattutto dell’aspetto psicologico, se ti butti giù la malattia non farà che prendere il sopravvento.”.  Margherita accolse la notizia un po’ sollevata, ma vedendo le facce rattristate delle sue accompagnatrici disse: “Beh, ora non potete scappare…vi starò appiccicata con la colla, non potrete più liberarvi di me!”, ma visto che le tre donne rimanevano in silenzio, aggiunse: “Non fate quelle facce, non sono ancora morta, continuerò a lottare finché potrò, da sola so che non ce la potrei fare ma con voi mi sento più forte, avete capito che ho bisogno di voi? ecco… l’ho detto.”.  Le tre donne l’abbracciarono rassicurandola con parole d’incoraggiamento ma nel tragitto di ritorno nessuna di loro fiatò facendosi silenziosamente le stesse domande: “Quello che Margherita aveva detto lo pensava veramente? Aveva abbandonato per sempre il suo piano?”. Non ebbero però il coraggio di chiederglielo per timore di essere contraddette. Vedevano che Margherita, nonostante tutto, era piuttosto serena, forse stava pensando a ciò che don Marco le aveva detto riguardo al potere della preghiera…Franca infatti le aveva confidato che ad ogni messa don Marco chiedeva a tutti i parrocchiani una preghiera speciale per una donna che stava soffrendo molto perché potesse continuare a vivere con serenità la prova che Dio le stava mandando.  Ma nonostante ciò non erano tranquille, c’era ancora la possibilità che volesse andare fino in fondo, non potevano sapere che quella stessa notte Margherita avrebbe preso una delle decisioni più importanti della sua vita: avrebbe telefonato alla signora Rizzo dicendole che non era più possibile effettuare l’operazione in Brasile; ancora non sapeva cosa esattamente le avrebbe detto, ma era certa che avrebbe trovato una scusa plausibile, se poi la signora avesse creduto o meno a ciò che avrebbe ascoltato, non le importava minimamente, la cosa essenziale era che si sentiva serena nonostante tutto.  Margherita era eccitata per quel cambiamento inaspettato: fino a qualche tempo prima era determinata a portare a termine il suo piano ma poi era scattato qualcosa dopo aver parlato con don Marco, ci erano voluti dei giorni, ma le parole di quel giovane sacerdote avevano lavorato nella sua testa come un trapano riuscendo a scalfire tutte le certezze ed ora ne era veramente contenta.  L’indomani entrò nel bistrot sfoggiando un sorriso che nessuno mai aveva avuto il piacere di vedere e disse: “Buongiorno a tutti, oggi è veramente un gran giorno, vorrei aprire una bottiglia di champagne, ma è troppo presto, quindi prendetevi una piccola pausa per un caffè e venite a sedervi qui vicino, devo darvi una notizia bomba.”, Angela e Franca la guardarono incuriosite, Franca portò i caffè e Margherita guardandole negli occhi disse: “ La bestia che mi ha assalito si sta facendo sempre più agguerrita, i dolori sono indescrivibili, molte volte ho cercato di non mostrare quanto soffrissi e so che ormai sarà sempre più difficile nasconderlo.  Al controllo c’eravate anche voi, non so cosa mi riserverà il futuro, forse dovrò dipendere dagli altri e voi sapete quanto questo, per il mio carattere, sia fonte di sofferenza, sono molto orgogliosa e non mi piace mostrarmi debole ma non potrò farne a meno.  Finalmente sento di potermi aprire completamente con voi, di potermi fidare perché mi avete dimostrato, in quest’ultimo periodo soprattutto, cosa vuol dire l’amicizia, quella vera.  Tu Angela, non ti sei fatta fermare affatto dal mio brutto carattere, sei andata oltre, e tu Franca, stai addirittura rivoluzionando il locale per me senza badare a spese perché possa continuare a lavorare finché potrò.  Mi avete detto sempre la verità anche se poteva farmi male, e soprattutto mi avete fatto conoscere don Marco che ha compiuto la vera rivoluzione.  Quell’uomo ha la capacità di dirti delle cose con una tale naturalezza e spontaneità che solo in un primo momento sembrano far parte di una chiacchierata innocente, ma dopo, a mente fredda, ti rendi conto che ogni singola parola è proprio per te, per la tua vita e comincia a scavarti dentro fino a quando non cominci a prenderla seriamente in considerazione.  Sapete del mio piano quindi non ci girerò tanto intorno, non so cosa mi sia successo, davvero, non riesco a spiegarmelo nemmeno io, però stanotte ho preso una decisione: non ho più alcuna intenzione di terminare la mia vita prima del tempo. Con questo non voglio dirvi che improvvisamente io sia diventata una credente modello, assolutamente no, però non posso negare che abbia iniziato a vedere tutta la mia storia con occhi completamente diversi. L’angoscia che provo non è scomparsa, continuo ad avere paura del futuro: la possibilità di finire su una carrozzina mi lascia senza respiro, ma mai quanto rimanere in un letto dovendo dipendere totalmente dagli altri, ma ho deciso di vivere giorno per giorno e spero fortemente che questo famoso dio di cui mi ha parlato don Marco, non mi lascerà sola. Ma volete sapere una cosa incredibile? Nonostante tutto, sono abbastanza serena. Sono una persona molto concreta, voi mi conoscete, e una cosa devo riconoscerla: mi siete state sempre vicino, se questo sia un caso oppure un progetto misterioso di questo dio non lo so proprio, insomma, voglio stare qui per continuare a rompervi le scatole!”.  Quando ebbe finito di parlare Angela e Franca, raggianti, l’abbracciarono forte, non fu necessario aggiungere una parola di più.  Mancava però ancora una persona importante nella vita di Margherita che non sapeva della decisione presa, sua zia Juliana.  Finito il turno Margherita si recò a casa e la trovò che era al telefono con Vinicius, non capiva bene cosa si stessero dicendo ma non ce ne fu bisogno perché quando Juliana riattaccò le disse tutto: “Ho deciso di fare una pausa dalla clinica, come si dice…aspettativa, si certo, prenderò un’aspettativa per stare qui con te.  Nessun problema per te, meu amor, io ti aiuto, sono contenta così, Vinicius un po’ meno…”.  “Ma no zia, torna pure in Brasile – disse Margherita – non ti preoccupare! Hai già fatto tanto per me, non voglio che stai lontano dal tuo amore ora che l’hai trovato!”, ma di fronte all’inflessibilità di sua zia per cercare di convincerla aggiunse: “Devo darti una notizia sensazionale!  Ho deciso stanotte che non andrò più in Svizzera o almeno, se ci andrò, sarà per visitare le montagne che sono là, come mi ha detto don Marco.  Stai tranquilla, non sono sola, Angela e Franca mi aiuteranno!”.  Alla notizia Juliana mostrò un ampio sorriso, gli occhi le si inumidirono e pianse dalla felicità, le andò incontro e la strinse forte tra le braccia dicendo: “È una notizia meravigliosa, sono molto felice per te ma resto qui ancora per un po’, desidero aiutarti!”.   Allora Margherita non insisté oltre, decise di mettere in pratica ciò che aveva detto alle sue amiche: finalmente avrebbe messo l’orgoglio da parte.  La mattina dopo contattò la signora Rizzo, preferì parlarle per telefono perché non era così sicura che, trovandosela di fronte, sarebbe riuscita a raccontarle una bugia colossale senza scoppiarle a ridere in faccia. 

Quando Alberto dormiva, Martina trascorreva tutto il tempo a disposizione navigando in rete scorrendo le varie offerte di lavoro.  Era piuttosto sconfortata perché non riusciva a trovare un’alternativa adeguata, poi posò lo sguardo sull’annuncio di uno studio di avvocati che esercitava anche a titolo gratuito per persone disagiate e qualcosa le scattò dentro.  Come si sarebbe trovata a lavorare anche per dei clienti di quel genere? Era abituata ad un tipo di clientela appartenente all’alta borghesia, i casi che lei trattava erano essenzialmente divorzi in cui si discuteva dell’affidamento dei figli e di come aggiudicarsi migliaia di euro, case al mare o in montagna a discapito del coniuge; a dire il vero curava anche contratti tra società, almeno prima di rimanere incinta, ma varie cose accomunavano le due tipologie di lavoro, l’arroganza dei suoi clienti, la prosopopea degli avvocati della controparte e dei suoi colleghi e la totale assenza, salvo in rarissimi casi, di umanità.  Era stufa di signore piene di gioielli che trattavano tutti dall’alto in basso, aveva bisogno di contatti più veri, anche di clienti che davvero avessero bisogno di un avvocato ma che magari non potevano permetterselo, così mandò il suo curriculum, sentiva che quello, ora, sarebbe stato il posto giusto per lei.  Ma quella non fu la sua unica ricerca in quei giorni, doveva assolutamente trovare una casa più economica anche se più piccola e magari in periferia, ormai era costretta a lasciare al più presto l’appartamento in cui viveva prima di indebitarsi.  Prese nota di alcuni appartamenti e decise di contattare un’agenzia che le potesse facilitare la ricerca.  Una mattina, mentre controllava la posta sperando di ricevere notizie riguardo al lavoro, suonò il cellulare, era l’avvocato di suo marito, “Pronto signora Proietti? – le disse – mi sente? Ho una notizia sensazionale, il processo è stato archiviato, suo marito è stato prosciolto perché il fatto non sussiste, finalmente tornerà ad essere un uomo libero, ma mi ha sentito?”.  L’avvocato era talmente entusiasta che non pensò nemmeno per un attimo alla ripercussione che la notizia avrebbe avuto su Martina che, stordita, era rimasta immobile con in mano il cellulare da cui la voce euforica dell’avvocato continuava a sprigionarsi.  “Pronto signora, mi ha sentito? Ha capito quello che le ho detto?” – l’avvocato quasi gridò l’ultima domanda e Martina gli chiese: “Quando potrò vederlo?”, “Le farò sapere io quando, ma non ci vorrà molto signora, stia tranquilla, suo marito ancora non ci crede, ci siamo tolti un bel peso, non è vero?”, e senza aspettare la risposta chiuse la telefonata.  Martina rimase immobile con il cellulare tra le mani per qualche secondo, poi si alternarono in lei varie emozioni: gioia, ansia, allegria, euforia; prese in braccio Alberto che si era appena svegliato e lo fece volteggiare ridendo, poi lo baciò e lo strinse a sé dicendo: “Sai piccolino, tra poco rincontrerai il tuo papà, vedrai, non potrà fare a meno di innamorarsi anche lui di te così come lo sono io, troverò un’altra casa che ci accoglierà tutti e tre, una casa bellissima anche se più piccola di questa e ricominceremo daccapo, sì, ce la faremo, non so ancora come ma ce la faremo e finalmente ci lasceremo alle spalle tutte le cose brutte!”.  Poi sentì il bisogno di condividere la notizia di Massimo, non solo perché era contenta ma anche perché voleva dare ufficialità al suo progetto per evitare che il timore di non riuscirlo a realizzare la paralizzasse, non aveva nessuna certezza che Massimo l’amasse ancora, che amasse il loro bambino, che volesse prendersi quelle responsabilità dalle quali era fuggito, così telefonò a sua madre ed a sua sorella, diede loro la notizia e le informò di tutto, furono due brevi telefonate, pregò loro di non fare commenti in proposito perché aveva paura che quel po’ di coraggio che era riuscita a trovare svanisse davanti alla oggettiva perplessità di tutte e due.

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