“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 32 –

Cari amici del blog tra poco i personaggi di “Questione di prospettiva” ci lasceranno, spero che un po’ vi dispiacerà… per il momento, però, continueranno a farvi compagnia. E’ un capitolo lungo ma non ho voluto dividerlo, perché il flusso di emozioni possa raggiungervi.  Buona lettura!

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdf –  Questione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio cap 32

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– Capitolo trentaduesimo – 

Erano state delle giornate piuttosto impegnative, la decisione presa insieme a sua sorella per Alberto, affrontare Clara, il pensiero di Massimo, l’avevano fortemente provata, così Martina cercò di concentrarsi solo sul suo bambino.   Aveva già sperimentato altre volte che quando certi pensieri tristi le si affollavano nella testa, l’unico rimedio era fantasticare sul piccolino che custodiva nella pancia, sentirlo muovere e fare capriole le ricordava di avere un nuovo mondo che l’aspettava, una nuova esperienza da vivere che l’avrebbe riempita di gioia, questo sempre rimanendo ancorata alla realtà.   Sapeva perfettamente che non sarebbe stato facile, non solo perché era da sola, ma anche perché la situazione di Massimo non si era ancora risolta; era sempre agli arresti domiciliari ma aveva saputo dal suo avvocato che, fortunatamente, la terapia a cui si era sottoposto stava dando dei buoni risultati.  Sul bambino lui non si era pronunciato durante il loro incontro e per saperne di più avrebbe dovuto aspettare il permesso del giudice per poterlo rivedere; si era comunque ripromessa di chiedergli direttamente che intenzioni avesse una volta che il caso si fosse risolto, sì perché lei ormai credeva ciecamente nella sua innocenza e si era raccomandata che l’avvocato riferisse a Massimo di questa sua certezza.   Mentre il bambino le sferrava un altro calcio squillò il cellulare, era la clinica che ospitava Alberto; immediatamente sentì il cuore accelerare il proprio battito, l’istinto la stava mettendo in stato di allerta, il dott. Guarnieri, il medico che seguiva suo padre, le disse: “Signora Proietti?”.  “Si, sono io dottore, mi dica pure”, ormai Martina sentì il cuore che sembrava uscirle dal petto, “Mi spiace doverle dare una brutta notizia – proseguì il dottore – ma suo padre è deceduto qualche minuto fa, ha avuto un arresto cardiaco.”, il dottore non sentendo alcuna reazione disse: “Mi ha sentito signora Proietti?”, Martina era rimasta in apnea mentre apprendeva la notizia estraniandosi per un attimo perché aveva avuto un flash back dei momenti più belli trascorsi con suo padre, poi però si riprese e rispose: “Sono qui dottore, mi scusi, pensavo di essere in parte preparata a questo momento ma mi rendo conto solo ora che non lo sono affatto.”.   Sentì le lacrime pungerle gli occhi, e prima di scoppiare a piangere e riattaccare promise di richiamare, il tempo di avvisare sua sorella e sua madre, in realtà aveva un urgente bisogno di stare sola e raccogliere le idee. Iniziò a piangere sommessamente, senza far rumore, il petto ansimava su e giù ritmicamente, ed il dolore di perdere una parte di sé, del suo passato, la sua infanzia, l’adolescenza, la sopraffece; sapeva che doveva riprendersi al più presto per comunicare la notizia ad Angela, ma quello che la preoccupava di più era come dirlo a sua madre: non aveva la più pallida idea di come avrebbe reagito.  Bevve un bicchiere d’acqua e telefonò a sua sorella che, appresa la notizia, le assicurò che sarebbe venuta subito, il tempo di organizzarsi per lasciare Chiara e chiedere ad un volontario di accompagnarla in macchina per fare prima. Concordarono di andare a casa di Clara per dirle di Alberto, sicure che, anche questa volta, insieme avrebbero trovato la forza di affrontare la situazione.  Angela arrivò dopo circa due ore, Chiara aveva fatto i capricci perché, come tutti i bambini, aveva avvertito qualcosa nell’aria.   Come entrò a casa di Martina l’abbracciò forte, ognuna con la testa sulla spalla dell’altra pianse silenziosamente la perdita del proprio padre; i ricordi in comune e tutte le cose che non gli avevano potuto dire a causa della malattia contribuirono ad aumentare il senso di frustrazione e quella sensazione di vuoto che provocò loro un dolore fisico, come una fitta al cuore.   Angela fu la prima a riprendersi e, asciugate le lacrime con il dorso della mano, disse: “Ora ci tocca la parte più difficile, dirlo a Clara.”.   Per la verità Martina, dopo la telefonata con il dott. Guarnieri, aveva già cercato il modo migliore per informare sua madre, ma senza successo.  “Non ho la più pallida idea di come dirglielo, – disse Martina – dall’ultima volta che le abbiamo parlato ha fatto sapere in modo esplicito che non voleva avere alcuna notizia al riguardo e le avevo promesso che avrei rispettato il suo volere, ma ora non posso più farlo! Non so cosa ci dobbiamo aspettare, urla, rabbia, indifferenza?  Da molto tempo mamma è un enigma anche per me, non riesco proprio ad entrare nella sua testa!”.  “Il punto non è entrare nella sua testa Martina, – replicò Angela – il punto è entrare nel suo cuore, sempre che ne abbia uno! Sono ancora convinta che la cosa migliore sia di andare a casa sua e ci affideremo ai nostri di cuori, parleremo senza programmare niente, e speriamo di farcela.”.  Martina richiamò la clinica e parlò con il dottor Guarnieri per prendere accordi in vista del funerale, poi insieme alla sorella si recò da Clara, erano sicure di trovarla in casa perché solitamente non usciva mai nel primo pomeriggio, momento dedicato al suo sonnellino pomeridiano.  Giunte a casa di Clara fecero ambedue un respiro profondo per placare l’ansia, poi suonarono il campanello e, in pochi secondi arrivò Jennifer.  Quando le vide mostrò un sorriso raggiante, ma poi, osservando meglio le loro facce, il sorriso scomparve per lasciare il posto ad un’espressione scura e prima di avere il tempo di formulare una domanda Angela l’anticipò: “Papà è morto poche ore fa, il dottore che lo aveva in cura ha avvisato Martina.”.   Jennifer si portò le mani al viso e gli occhi le si inumidirono ma non riuscì a dire nulla, le fece entrare ed andò ad avvisare Clara della loro presenza.   Angela e Martina aspettarono qualche minuto in salotto, probabilmente Clara stava dormendo ma evidentemente si erano sbagliate perché quando fece il suo ingresso in salotto sembrava appena uscita da una rivista di moda: il trucco perfetto, i capelli pettinati, ed una vestaglia di seta grigio perla lunga fino ai piedi le conferiva un aspetto regale; fece un’entrata teatrale, tipica del suo comportamento, con passi lenti e misurati si avvicinò alla sua poltrona, si sedette ed ignorando volutamente Angela disse: “Bene Martina, avrai sicuramente una ragione molto valida se sei venuta a quest’ora interrompendo quello che è il mio momento di riposo da sempre!”, dopo un momento di esitazione Angela lasciò che a parlare fosse sua sorella, sentiva la rabbia crescerle dentro e cercava di non farla esplodere, “Mamma – disse Martina – papà è morto poche ore fa.”.   Un brivido percorse la schiena di Clara e con le mani fresche di manicure che sfoggiavano uno smalto rosso fuoco si accostò il bavero della vestaglia al collo, il viso divenne bianco come un cencio e per un attimo le sue figlie pensarono potesse perdere i sensi; Jennifer nel frattempo le aveva portato un bicchiere d’acqua che Clara bevve voracemente come se in quella sorsata avida potesse ingoiare la notizia appena ricevuta, poi fissando Martina negli occhi, senza mostrare la benché minima emozione, con voce totalmente atona disse: “Allora è veramente finita, come intendi procedere?”; non degnò neppure di uno sguardo Angela che per lei continuava ad essere invisibile e Angela, da parte sua, fece uno sforzo titanico per non urlare ciò che provava in quel momento riuscendo a rimanere nel proprio stato di invisibilità.   Alla domanda di sua madre Martina rimase per qualche secondo senza parole, non sapeva come interpretare quella richiesta, poi le disse: “Cosa intendi mamma? Scusa, ma non ho capito!”.   Clara, dopo un profondo respiro continuò: “Immagino che ora si dovrà procedere con il funerale, la sepoltura e tutto il resto, penso che si dovrebbe fare tutto con discrezione, una cosa semplice e senza tanto rumore, non credi?”, a quel punto Angela sbottò, urlando con tutta la forza che aveva represso fino a quel momento: “Ma come puoi parlare così, è morto tuo marito, nostro padre, dopo sofferenze indicibili che tu hai volutamente ignorato per soddisfare il tuo egoismo, tu piccola donna borghese senza cuore! Perché mai papà non avrebbe diritto ad un funerale degno di lui, per quale motivo i suoi colleghi non dovrebbero avere la possibilità di dargli l’ultimo saluto? Di cosa hai paura, dei commenti della gente? Eh, certo, perché tu sicuramente avrai raccontato un sacco di balle durante tutto questo tempo ed ora non vuoi che le persone sappiano che sei una bugiarda patentata!”.   Clara si lasciò investire dalla rabbia di sua figlia senza battere ciglio e continuò a rivolgersi solo a Martina con lo stesso tono spento di prima: “Intendo dire Martina che sarebbe meglio fare una piccola cerimonia privata direttamente lì in clinica per poi procedere alla sepoltura nella tomba di famiglia; nessun annuncio sui giornali, solo uno breve qui nel palazzo a cerimonia avvenuta.  Trovo sia inutile spargere ai quattro venti la notizia che deve rimanere strettamente un fatto privato.”.   Clara rimarcò la parola ‘deve’ che non lasciava spazio a nessuna rimostranza. Martina rimase interdetta, spiazzata da quella reazione e non riuscì a controbattere nemmeno una parola, ma ben differente fu la reazione di Angela che con veemenza si rivolse di nuovo a Clara posizionandosi di fronte a lei e guardandola dritta in faccia le disse: “Guardami bene Clara, non pensare di continuare ad ignorarmi perché questa volta non te lo permetterò! Quell’uomo, nostro padre, tuo marito per tanti, lunghissimi e forse troppi anni, ha fatto sicuramente tanti errori, Dio solo sa se ne ha fatti, – Angela fece una piccola pausa perché si accorse che le si stava incrinando la voce ma fece un profondo respiro e proseguì –  ma è stato un gran lavoratore, ha provveduto sempre alla sua famiglia, poi una malattia subdola ed umiliante l’ha colpito improvvisamente e duramente facendolo soffrire tanto; ora non c’è più, non farà più parte della nostra vita ed è possibile che tu non riesca a pensare ad altro se non al giudizio delle persone? E poi di quali persone stiamo parlando? Gente estranea, al massimo dei conoscenti ai quali non è mai fregato niente né di lui né della nostra famiglia! Cosa hai al posto del cuore: una pietra, un masso enorme? Papà ha tutto il diritto di avere al suo funerale le persone che lo stimavano professionalmente, e noi, le sue figlie, abbiamo lo stesso diritto di salutarlo per l’ultima volta senza nasconderci!”.   Dopo aver parlato, Angela era completamente esausta, tanto da lasciarsi cadere sul divano di pelle; si prese la testa fra le mani ed iniziò a piangere silenziosamente, del tutto disinteressata ad un’eventuale reazione di Clara.   Seguirono alcuni minuti di silenzio assoluto, si sentivano solo dei rumori provenire dalla cucina che Jennifer stava riordinando e nessuna delle tre donne osò interrompere quella quiete innaturale che le lasciava libere di vagare ognuna nei propri pensieri.  Poi Clara si alzò, si mise dietro la poltrona posando fermamente le mani sullo schienale, serrandolo così forte che le nocche divennero bianche, parlò con un tono apparentemente pacato e le sue parole giunsero alle figlie con estrema precisione come frecce scagliate per colpire il bersaglio: “Voi due non sapete niente, proprio niente di vostro padre, lo avete amato fin da bambine perché io vi ho fatto credere che fosse una persona meravigliosa che quasi rasentasse la perfezione.  Vi ho comunicato la mia scelta di mettere vostro padre in una clinica specializzata quando è iniziata la sua malattia senza darvi tante spiegazioni, ora però non posso più tacere, siete grandi e dovete sapere tutto! Non voglio, sì non voglio più essere la cattiva, la donna senza cuore che voi avete da tempo condannato senza sapere un bel niente.   Ho amato vostro padre tanto, troppo e non ho voluto vedere tante cose, ero accecata dall’amore che provavo verso di lui.   Eravamo entrambi molto giovani, lui si era laureato in medicina con ottimi voti e, dopo la specializzazione, aveva iniziato a lavorare in una clinica privata, lavoro che mio padre gli aveva trovato grazie ai suoi contatti. Io ero quella che si dice la ‘rampolla’ di una famiglia borghese benestante che aveva ricevuto la migliore educazione.  I miei adoravano Alberto ed hanno caldeggiato il nostro matrimonio fin dall’inizio. Siamo stati fidanzati appena un anno, ma in quell’anno non ho voluto dare ascolto al mio istinto, vostro padre era un uomo affascinante ed estremamente galante, e poi ci sapeva fare molto bene con le parole.  Già durante il fidanzamento, quando notavo delle colleghe, o delle pazienti che flirtavano con lui, con argomenti molto convincenti sosteneva che io ero l’unica donna della sua vita e gli ho sempre creduto, ho voluto credergli ma le cose non sono cambiate dopo esserci sposati.  Gli sono sempre stata accanto, l’ho supportato nell’ascesa della carriera: mio padre aveva molti contatti importanti, così ho trascorso tanti anni organizzando cene, eventi di ogni genere perché più gente possibile potesse conoscerlo ed aiutarlo nella scalata al successo, tutto questo sempre fingendo di non vedere, non volevo vedere la realtà che era lì proprio davanti a me.   Mi ha tradito tante volte, ma ogni volta che accadeva chiudevo gli occhi, perché alla fine della relazione di turno, tornava sempre da me, da voi, la nostra famiglia comunque vinceva, restavamo uniti; ogni volta non sapevo come sarebbe andata a finire ma lottavo come una leonessa perché nessuno potesse intrufolarsi nella nostra vita distruggendola.  Pensate sia stato facile? Semplice? Avete una pallida idea di quante umiliazioni abbia dovuto sopportare? Vi siete messe su un piedistallo pronte a giudicare con il dito puntato senza porvi nessuna domanda.  Perfino agli imputati per gravi reati si concede il beneficio del dubbio, ma ovviamente a me questo trattamento non lo avete riservato! Clara è una donna senza cuore, Clara è un’egoista a cui non interessa niente degli altri! Ma come vi permettete?  Tu Angela hai detto che sono stata sposata troppi anni con tuo padre, sì sono stati veramente troppi ma non come intendi tu. Certe volte mi guardo indietro e mi meraviglio della pazienza, della tolleranza che ho nutrito in tutti questi anni! Non avete idea di quante bugie ho sentito a cui ho fatto sempre finta di credere insultando la mia intelligenza, ma ho sempre sopportato col rischio di implodere più volte per il dolore che provavo.  Non volevo distruggere l’immagine di vostro padre, dovevate crescere pensando a lui come al vostro eroe, un papà amorevole pronto a soddisfare i vostri bisogni, io dovevo essere l’unica a conoscere la verità, l’unica a soffrire per tutto ciò che levava alla famiglia, voi non dovevate accorgervi di niente, e così è stato no?”.  Le ultime parole furono pronunciate da Clara con foga, le mani strinsero talmente forte lo schienale della poltrona che le si spezzò un’unghia, istintivamente si portò il dito alla bocca tentando di strappare con rabbia il residuo che era rimasto ostinatamente attaccato al dito.  Mentre Martina cercava di metabolizzare ciò che aveva appena sentito, Angela invece ritornò alla carica come un toro nell’arena, ormai i toni si erano surriscaldati, la rabbia tenuta compressa per tanto tempo uscì con violenza, non si era fatta per niente intimidire dalle parole di sua madre e quasi urlando disse, rivolgendosi ironicamente a sua sorella: “Ma certo, siamo di fronte a Santa Clara e non lo sapevamo Martina, come abbiamo fatto a non accorgerci che avevamo in mezzo a noi una vittima sacrificale, come abbiamo potuto essere così superficiali da non notare gli enormi sacrifici compiuti da questa donna? – poi si rivolse a sua madre guardandola direttamente negli occhi – Sei molto abile Clara, ma certo, hai cercato di proteggerci in tutti questi anni, soprattutto me, vero Clara? Mi hai sbattuto fuori casa, non ti è mai fregato niente di tua nipote, una bellissima bambina che amo con tutto il mio cuore, questo è il tuo concetto di protezione? Papà ti ha tradito, d’accordo, sicuramente non è piacevole per nessuno essere traditi, ma vogliamo parlare del tradimento di una madre verso la propria figlia? Che dici, ti sembra una cosa meno grave? A cosa ti è servito non parlare dei tradimenti di papà per mantenere la famiglia unita, quando poi proprio tu, hai spinto perché la famiglia si dividesse? Perché questo è quello che è successo quando mi hai cacciato via, o forse io non conto per te, non sono parte di questa stramaledetta famiglia di merda?”.   Martina con la mano fece segno a sua sorella di fermarsi, di non dire altro ma Angela ormai era un treno in corsa e continuò con maggiore violenza: “No Martina, non sto zitta! Ed allora Clara, che dici? Non parli più??? Voglio dirti un’altra cosa, piantala di parlare del tuo desiderio di protezione nei nostri confronti, tu avevi una paura tremenda che la gente, sì la famosa gente, venisse a sapere come stavano le cose in realtà, che papà aveva altre donne, e questo ti umiliava profondamente, ti feriva nell’orgoglio, come si permetteva di cercare altre donne quando in casa aveva tale esempio di perfezione? Mai e poi mai ‘gli altri’ dovevano sapere, altrimenti la povera Clara sarebbe stata derisa da tutti! Questo è quello che veramente ti interessava: non perdere la faccia! Ammettilo una buona volta!”.   Clara, che nel frattempo si era riseduta sulla poltrona, contro ogni aspettativa, non fece alcun tentativo di difendersi dalle accuse che Angela le stava rivolgendo, aveva lo sguardo nel vuoto come intontita da quel cumulo di violenza che si stava sprigionando nella stanza, ma come Angela finì di parlare sembrò riaversi da quello stato di trance in cui era caduta, non disse nulla, ma i suoi occhi di ghiaccio avevano perso l’arroganza abituale per lasciare il posto ad una tristezza profonda.  Forse nel cuore di Clara stava facendo breccia prepotentemente il dubbio con il conseguente crollo dell’armatura indossata negli anni: era come se per la prima volta si rendesse conto che l’immagine che si era costruita aveva allontanato a poco a poco tutti i componenti della sua famiglia.  Solo ora era consapevole che per difendersi dall’indifferenza di suo marito aveva costruito un muro intorno a sé che aveva però limitato l’accesso anche alle sue figlie generando una incomunicabilità che, col passare degli anni, era diventata definitiva, con Angela sicuramente; ma la situazione non era certamente migliore con Martina.  Prima di rimanere incinta c’era dialogo tra loro, ma dopo…Clara sapeva perfettamente che Martina non condivideva il suo comportamento, soprattutto quello avuto verso Alberto.   Come una stanza buia illuminata improvvisamente da migliaia di led, Clara ebbe la percezione di quanto la sua vita fosse triste e misera.  Si accasciò sulla poltrona e le spalle ricurve fecero aderire la vestaglia alla schiena ossuta, la sua magrezza risaltò in modo evidente e, inaspettatamente, gli occhi le si riempirono di lacrime che iniziarono a scenderle sulle guance trascinando l’abbondante trucco, in poco tempo il viso assomigliò alla maschera di un clown, ma lei sembrò non curarsene, si era totalmente arresa ad una manifestazione emotiva che lei, da sempre, aveva condannato negli altri come segno di debolezza.  Ora invece permetteva, senza opporre resistenza, che tutte la tristezza, l’amarezza e lo sconforto uscissero fuori disinteressandosi delle conseguenze.  Martina, ma soprattutto Angela, erano esterrefatte, si guardarono con aria interrogativa incerte sul da farsi, la rabbia che aveva colto Angela fino a quel momento sembrò svanita, ambedue provarono l’impulso di abbracciare Clara ma non riuscivano a muoversi, erano come paralizzate, stavano resistendo ad un sentimento a loro sconosciuto che si era palesato non solo sorprendendole ma anche infondendo loro un certo timore.  Poi, in un tacito assenso, si diressero verso di lei e la strinsero forte meravigliandosi della sua arrendevolezza: Clara infatti non fece alcun tentativo per sciogliersi da quell’abbraccio. Quello fu un momento memorabile nella famiglia Carrisi che portò sicuramene ad una svolta nei rapporti: per la prima volta le figlie videro Clara non solo come la madre da cui pretendere la perfezione, ma come una donna con le proprie esigenze e sofferenze che aveva tenuto nascoste per non farle soffrire, purtroppo senza riuscirci; aveva sbagliato in passato a non parlare chiaro con Alberto, poi ne aveva ignorato la malattia e la sofferenza procurando ulteriore dolore alle sue figlie.  In definitiva non aveva giovato né a lei né agli altri membri della famiglia aver indossato dei paraocchi per tanto tempo, e rendersi conto inequivocabilmente di aver fallito come madre e di doverlo ammettere con sé stessa le procurò il crollo.   Fortunatamente Jennifer interruppe quei pensieri negativi, con il suo bel sorriso entrò nel salone portando del caffè ed un vassoio di biscotti che aveva appena cucinato e con la discrezione che la caratterizzava, posò tutto sul tavolino del salone e se ne andò silenziosamente.  Martina servì una tazzina di caffè a sua madre, poi, dopo qualche minuto, rompendo il silenzio le disse: “Mamma, non sentirti obbligata a venire al funerale, penseremo io ed Angela ad organizzare tutto se vuoi, tu non dovrai fare nulla, sentiti libera; onestamente dopo aver sentito quello che ci hai raccontato posso capire…possiamo capire…- disse quest’ultime parole guardando Angela che annuì – se invece vorrai venire staremo al tuo fianco per sostenerti.”.  Clara ascoltò le parole di Martina senza smettere di guardare negli occhi Angela, voleva assicurarsi che quell’abbraccio di prima era realmente avvenuto e non fosse stato un frutto della sua immaginazione; quando vide che Angela stava annuendo sentì scomparso quel peso enorme che aveva sul cuore da tanti anni, le parole le salirono sulle labbra senza sforzo: “Perdonami Angela, se puoi! Perdonami!”. Angela avvertì un nodo alla gola e schiarendosi la voce, si rivolse a lei con quell’appellativo che non usava più da tanto: “Mamma, devi conoscere tua nipote, sapessi quanto è buona, ubbidiente, piena di vita!  Si chiama Chiara ma ha i capelli neri, sorride sempre tanto che tutti la chiamano cuor contento!”.  Clara sorrise debolmente, non riusciva a mangiare niente: troppe emozioni in una sola volta.  Improvvisamente era molto stanca ma in pace, serena, e questo suo stato la sorprese parecchio, da tanto tempo era come rinchiusa in una prigione che lei stessa si era costruita e che le aveva procurato solo dolore; era frastornata, ma questa nuova condizione le infuse una libertà alla quale però doveva ancora abituarsi.  “Martina, Angela, – disse – ho preso una decisione: organizzeremo insieme il funerale di vostro padre, ora siamo veramente una famiglia, il passato è passato, non possiamo cambiarlo purtroppo ma possiamo cambiare il nostro modo di agire per il futuro; comunicate la notizia a chi volete, contattate la chiesa ed insieme affronteremo tutto.”.  Poi rivolse lo sguardo ad Angela e le disse: “Sono molto onorata di conoscere tua figlia Chiara, mia nipote, e cercherò con tutte le mie forze, con tutto l’amore, di recuperare il tempo che stupidamente ho sprecato. Spero che lei mi accetti e che in futuro possa sempre rivolgersi a me senza riserve, non vedo l’ora di abbracciarla!”, poi guardò Martina e le disse: “Devo chiedere perdono anche a te Martina, non ho mai capito niente, di te, di Massimo, di questa creatura, lo so.  Ti sarò vicina d’ora in poi, veramente, sarò orgogliosa di essere anche la nonna di tuo figlio…a proposito non so se sarà un maschietto o una femminuccia.”.  Martina le disse che un fiocco azzurro avrebbe fatto parte della famiglia, e così cominciarono tutte e tre a fantasticare sul nome da dare al piccolo proponendone alcuni altisonanti ed impossibili, così, finalmente solo per il piacere di scherzare con leggerezza.

Quando Angela fece ritorno a casa, ringraziò Valeria per essere rimasta tutto quel tempo con sua figlia.  Poi andò in camera da Chiara, vederla dormire serena, abbracciata alla palla che le aveva regalato Andrea la fece sorridere, era talmente affezionata a quel giocattolo che non se ne separava mai, ed il pensiero volò ad Andrea, chissà come stava proseguendo il periodo di recupero, chissà se riusciva ad adattarsi al cambiamento, chissà se era ancora innamorato di lei o se almeno la pensasse di tanto in tanto.  Doveva accontentarsi delle notizie fornite dal padre di Andrea che la teneva sempre aggiornata, ogni volta le diceva che suo figlio chiedeva continuamente di lei e di Chiara, che sentiva tanto la loro mancanza. Però questo non la rassicurava completamente, in fondo il papà di Andrea le era affezionato e forse nel riferire ci metteva un po’ del suo…Inoltre Angela sapeva che la posta era controllata dagli operatori, era una delle condizioni per poter comunicare all’esterno, quindi era possibile che Andrea non volesse parlare di cose intime che altri, suo padre incluso, avrebbero saputo, oppure la riabilitazione era così pesante che non aveva la forza di pensare ad altre cose, o, più semplicemente, forse non era più innamorato di lei come prima.  Questa ultima ipotesi non la volle nemmeno prendere in considerazione anche se sapeva di doverlo fare, doveva rimanere oggettiva anche perché lei stessa non era ancora sicura dei propri sentimenti.  A differenza del rapporto con Luca, quello con Andrea era iniziato con una modalità totalmente diversa; Luca era un bel ragazzo, insieme si divertivano con gli amici, ma Angela non riusciva veramente a ricordare cosa l’avesse spinta a diventare la sua ragazza.   Il sesso era iniziato quasi subito, in modo abbastanza naturale, tutti i loro amici, in fondo, appena cominciavano una relazione davano per scontato che il sesso fosse in cima alla lista e lo vivevano senza preoccuparsene troppo; in verità per lei non fu proprio così, si adeguò essenzialmente ad un modo di pensare comune tra i suoi coetanei, ma sia la prima volta che fecero l’amore che le successive, ricordò di aver provato un certo disagio, lei stessa non seppe spiegarsi il perché, ma sta di fatto che quella sensazione permase.   Inoltre la reazione di Luca quando era rimasta incinta la fece riflettere bene sulla totale estraneità tra loro e, a parte quell’esserino, non avevano assolutamente niente in comune.  Con Andrea invece era stato tutto diverso, le si era dichiarato sorprendendola, ed aveva sentito verso di lui una tenerezza che fino a quel momento non aveva mai provato per nessuno.  La dedizione che Andrea subito le aveva dimostrato e la dolcezza verso Chiara, l’avevano colpita.   Lui si era aperto senza riserve, raccontandole del difficile rapporto con suo padre e della dipendenza dalle canne sapendo perfettamente che così facendo avrebbe potuto perderla ancora prima di iniziare una relazione con lei, ma lo aveva fatto lo stesso.  La sua sincerità, ecco, soprattutto quella, l’aveva disarmata.  Purtroppo, prima che entrasse in comunità, avevano avuto troppo poco tempo per conoscersi meglio, Angela gli aveva accennato solo poche cose: il difficile rapporto con suo padre, la complicità nel nuovo rapporto con Martina ed il disfacimento progressivo di quello con sua madre.  Ora però sentiva l’urgenza di informarlo sulle ultime cose successe: la morte di suo padre ed il dolore della perdita e la riconciliazione con sua madre, ma qualcosa la frenò, qualcosa che era collegata al dubbio, all’incertezza della loro storia.

Era decisamente una giornata no, Andrea non aveva dormito granché quella notte ed era nervoso. Erano passati più di quattro mesi da quando era in comunità, stava vedendo dei progressi, su questo non nutriva alcun dubbio, però sentiva moltissimo la mancanza di Angela, la possibilità di parlarle, di sentire la sua voce, sapeva di essere ancora estremamente vulnerabile ed aveva bisogno di lei; questo impedimento dovuto alle regole della comunità lo rendevano a volte aggressivo nei confronti degli operatori e di certo ciò non giovava alla valutazione a cui era sottoposto negli incontri individuali con lo psicologo, sapeva di sbagliare ma non poteva agire diversamente.   I giorni trascorrevano tutti uguali: attività manuali, incontri di gruppo ed individuali con lo psicologo, per poi arrivare alla sera senza entusiasmo, perché il giorno successivo sarebbe trascorso nello stesso modo.  Aveva timore che Angela, non sentendolo per tanto tempo, si fosse dimenticata di lui, quella piccola speranza che lei gli aveva dato, fornendogli la forza di entrare in comunità, poteva essersi affievolita, o peggio, dileguata del tutto.  Dopo i primi quattro mesi in cui comunicò con suo padre per posta, ora poteva anche telefonargli ed ogni volta, immancabilmente, iniziava e concludeva la telefonata parlando sempre di Angela, era avido di notizie e suo padre cercava di rassicurarlo, ma con scarso successo, perché Andrea era sospettoso, temeva gli mentisse per farlo stare tranquillo e purtroppo avrebbe dovuto aspettare ancora un lungo periodo di tempo prima di parlare con lei, solo lo psicologo, una volta dato il consenso, avrebbe potuto realizzare il suo desiderio.   Il percorso in comunità non era per niente facile: soprattutto il primo periodo fu terribile perché non aveva potuto ricorrere alle canne per tacitare l’ansia che lo invadeva, ma lo aveva superato, aveva cercato con tutte le sue forze di rimanere fedele alla conversazione avuta con Angela prima del ricovero e c’era riuscito.   Per il momento doveva accontentarsi di questo, doveva farsi forza e superare la malinconia per arrivare all’obiettivo: rivederla e parlarle.  Da quando era in comunità frequentava dei corsi di disegno e pittura e scopriva, lezione dopo lezione, non solo di appassionarsi sempre di più ma di sperimentare una gran pace, soprattutto se si misurava con i disegni a mano libera.  L’insegnante lo incoraggiava e gli aveva perfino detto che dentro di lui si nascondeva un vero e proprio talento che doveva coltivare apprendendo sempre di più fino a farlo emergere liberamente. Inizialmente faceva dei ritratti che ricordavano inequivocabilmente il volto di Angela ma poi, mano a mano che proseguivano le lezioni, il soggetto cambiò, qualche volta era suo padre, altre sua madre da giovane, così come se la ricordava l’ultima volta che l’aveva vista, poi paesaggi e nature morte; ogni disegno, progressivamente, si arricchiva di esperienza.   In quei mesi aveva prodotto anche varie tele ad olio che immancabilmente ricevettero l’approvazione non solo del docente, ma anche dei suoi compagni.   Nei suoi quadri non c’era solo un’immagine, ma un insieme di emozioni che arrivavano al cuore di chi li osservava con attenzione.  Ne parlò con lo psicologo che lo incoraggiò a proseguire in quella direzione, fare progetti per il futuro, ecco, quella era la svolta necessaria perché si rinvigorisse al punto di capire quanto danno potessero recargli le canne, stordendolo ed estraniandolo da una realtà nella quale avrebbe potuto invece, con successo, spiccare come artista.   Così in lui crebbe l’idea di frequentare un corso più avanzato, mai avrebbe immaginato, fino a pochi mesi prima, che questo desiderio potesse insinuarsi dentro di lui.   Ora ci pensava ogni sera prima di addormentarsi.   Gli piaceva immaginare di trovarsi ad una sua mostra allestita con i suoi quadri, circondato non solo dalle persone che frequentava da vari mesi in comunità, ma arricchito dalla presenza di suo padre che, con un bicchiere di prosecco in una mano ed una tartina nell’altra parlava con gli altri invitati, pieno di orgoglio, pavoneggiandosi per il talento di suo figlio e questa visione lo faceva stare divinamente bene.  Quando era piccolo, suo padre non era mai andato ad una sua recita, mai, completamente preso dal lavoro non l’aveva mai incoraggiato in niente, per lui Andrea era quasi invisibile: non nutriva verso di lui alcuna responsabilità.  Quando era ancora sposato, aveva delegato in tutto e per tutto sua moglie, e, dopo la separazione, a volte si dimenticava perfino di andarlo a prendere nei week-end.  Ora era tutto diverso perché, nel suo immaginario, Andrea proiettava su suo padre il cambiamento avvenuto nel loro rapporto da quando gli aveva confessato la schiavitù della sua dipendenza.   Da quel momento infatti suo padre aveva mantenuto la promessa fatta: era stato sempre presente, gli scriveva lunghe lettere dove cercava di tranquillizzarlo rassicurandolo sempre su tutto, gli raccontava di Angela che gli chiedeva continui aggiornamenti sul suo soggiorno in comunità, insomma cercava di rincuorarlo facendogli sentire il suo affetto.  Fantasticare sul proprio futuro trasmetteva ad Andrea una pace che non solo gli permetteva di scivolare nel sonno senza rendersene conto, ma di dormire tutta la notte senza interruzioni fino al mattino quando infine, riposato e fresco, era pronto ad iniziare una nuova giornata con un pizzico di ottimismo.

Quella mattina Angela si alzò rigenerata, ancora non riusciva a credere come fosse stato possibile riconciliarsi con sua madre e pensò quanto la vita fosse davvero strana ed imprevedibile.  Fino al giorno prima, avrebbe giurato che il rapporto complicato e conflittuale con lei non sarebbe mai cambiato di una virgola, ora invece sentiva il sincero desiderio di telefonarle solo per ascoltare la sua voce e assicurarsi che tutto quello che era avvenuto non fosse stato solo un sogno.  Quella notte aveva sognato, ma non sua madre.  Andrea le aveva tenuto compagnia, passeggiava con lei in un parco e Chiara era in mezzo a loro, la tenevano per mano; ricordò che sembravano sereni e spensierati con Chiara felice e sorridente che guardava prima l’uno e poi l’altra come per sincerarsi della loro presenza.  Camminavano tutti e tre come una tranquilla famiglia che trascorreva insieme una splendida giornata di sole chiacchierando e ridendo.   Angela si stupì di come quel sogno le trasmettesse una gran pace e scoprì di provare una profonda nostalgia verso Andrea, gli mancava veramente, così d’istinto guardò il calendario per controllare quanti giorni ancora dovessero passare prima di poterlo incontrare ed informare di tutti gli ultimi eventi; purtroppo constatò che erano ancora molti, ma non si scoraggiò, cancellò un altro giorno e pensò che, in fondo, l’attesa sarebbe stata utile per definire meglio ciò che provava per lui.   Prima di andare al lavoro telefonò a sua madre, il cellulare squillò brevemente e, quando Clara rispose, Angela rimase colpita dal suo tono che rivelò una dolcezza che non conosceva.  “Ciao Angela, – esordì Clara –  sai stamattina quando mi sono svegliata facevo fatica a credere che tutto quello che è successo ieri sia incredibilmente vero, riuscire a parlare veramente con voi due è stata per me una liberazione oltre che una gioia per esserci ritrovate, o meglio, trovate!”.   Angela condivise con lei lo stesso sentimento, quasi dimenticandosi che la causa principale che aveva contribuito alla loro riconciliazione era stata la morte di suo padre, ma prima che potesse dire qualsiasi cosa, sua madre proseguì: “Ho telefonato a Martina ed abbiamo fissato il funerale per giovedì, tra due giorni.  Ho contattato le pompe funebri e papà sarà sepolto nella cappella di famiglia.  Ora farò pubblicare un necrologio su un importante quotidiano per tutti gli ex colleghi di lavoro ed i vari conoscenti che lo stimavano; qui nel palazzo ho avvertito il portiere che metterà un avviso.”.  L’indole organizzativa e pratica di Clara emerse e questa volta Angela non ne fu infastidita ma compiaciuta, sentire sua madre che avrebbe fatto di tutto perché suo padre potesse avere un funerale degno, alla presenza delle persone che lo avevano apprezzato in vita, le fece molto piacere, soprattutto considerando il fatto che tutto ciò avrebbe avuto pesanti conseguenze su sua madre, sicuramente ci sarebbero state molte domande impertinenti da parte di persone impiccione e pettegole a cui non si sarebbe potuta sottrarre, ma nonostante ciò si stava impegnando tanto ed Angela sapeva che lo stava facendo soprattutto per lei e Martina.  Così le disse: “Mamma non ti preoccupare, al funerale io e Martina faremo scudo con te e se qualcuno sarà troppo curioso, lo stopperemo subito!”.   Clara ne fu rassicurata e si salutarono senza smancerie ma con sincero affetto.   Circa tre settimane dopo il funerale, mentre Angela si stava preparando per andare al lavoro, squillò il cellulare, il nome di Martina apparì sul display, ma nonostante avesse fretta di uscire decise di rispondere.  Martina parlò in modo così concitato che Angela non capì una parola, così le chiese di ripetere: “Angela, ti ho detto che mi ha chiamato ora l’avvocato di Massimo, mi ha riferito che la stagista ha ritirato l’accusa, hai capito ora? – disse Martina quasi gridando – sono contenta, ma in parte spaventata, insomma, io ho sempre creduto nella sua innocenza ma ora…adesso…mi sento frastornata! Credevo che avrei avuto più tempo per pensare, per decidere…ora invece è tutto cambiato! L’avvocato mi ha accennato che comunque non è che si risolva tutto subito, ha parlato di tempi, del processo che comunque va avanti, insomma non ho capito più niente appena mi ha detto che la denuncia era stata ritirata.”.   Angela cercò di calmarla come meglio poté, perché temeva si agitasse troppo per il bambino e le promise che l’avrebbe richiamata appena possibile invitandola a tranquillizzarsi perché tutto si sarebbe sistemato.

***

“Non poteva esserci giornata più frenetica proprio oggi!”, a questo stava pensando Angela mentre girava tra i tavoli come una trottola, ancora non era riuscita a fare una pausa per chiamare Martina, ma non riuscì a fare diversamente visto che le persone sembravano essersi messe d’accordo, tante uscivano dal bistrot e tante ne entravano!  Le ci volle un’altra mezz’ora prima di poter respirare un attimo e finalmente telefonare a sua sorella.  Martina rispose al primo squillo e disse: “Hai capito quello che ti ho detto stamattina?”.   “Scusami ma qui al bistrot è stato un delirio fino adesso, rispiegami bene per favore”, le replicò Angela.   Martina era ancora notevolmente scossa, ma cercò di scandire bene quello che diceva affinché sua sorella non si perdesse nemmeno una parola, “L’avvocato di Massimo mi ha chiamato stamattina dicendo che la stagista ha ritirato la denuncia, però l’azione penale comunque prosegue d’ufficio, il pubblico ministero deve accertarsi che non vi siano state intimidazioni verso la ragazza prima di pronunciarsi per il proscioglimento, quindi Massimo deve rimanere agli arresti domiciliari ma c’è la possibilità che tutto finisca in un periodo relativamente breve; mi ha detto che dipende dai tempi che impiegherà il tribunale, su quest’ultimo punto però è stato piuttosto vago” –  Martina aveva parlato senza interrompersi e dopo una breve pausa proseguì – “Mi sento come se mi avessero messo in un frullatore Angela, ho paura, paura di quello che succederà dopo…se, anzi, quando Massimo verrà totalmente prosciolto, cosa vorrà fare con me e con il bambino?”.   Ci furono alcuni brevi secondi di silenzio, poi Angela le chiese: “Ma non hai più parlato con lui in tutto questo tempo?”, “No, non ho avuto il permesso dal giudice perché forse temeva che avrei potuto interferire con le indagini, suppongo, quindi non ho la più pallida idea se in questi mesi abbia mai pensato al nostro matrimonio, al bambino che nascerà tra poco; ho saputo dal suo avvocato solo che stava un po’ meglio grazie alla terapia, nient’altro.  Non so cosa pensare, non so cosa aspettarmi Angela.  Questa terribile esperienza che ha vissuto lo avrà cambiato veramente o sarà la stessa persona superficiale ed arrogante che era, prima che accadesse tutto questo pasticcio?  Quando gli ho parlato mesi fa, mi ha molto colpito sai? La persona che mi sono trovata davanti non aveva niente a che vedere con quella che conoscevo, tutta la presunzione che lo caratterizzava era scomparsa completamente, era terrorizzato e mi guardava implorando comprensione, voleva con tutte le sue forze che gli credessi, sembrava un bambino indifeso.   Era ritornato il ragazzo del liceo di cui mi ero innamorata ed ho cercato di rassicurarlo, ma per quanto riguarda il bambino non ne ha fatto cenno, mi guardava la pancia tentando di non farsi accorgere…sono confusa Angela, purtroppo non posso fare niente, solo aspettare che tutto questo incubo finisca per potergli parlare faccia a faccia, ma sono spaventata a morte!”.   Angela non riusciva a trovare le parole da dire per tranquillizzarla, Massimo non le era stato mai simpatico; non sopportava la sua presunzione, non gli perdonava il modo in cui aveva trattato sua sorella e la totale immaturità nel prendere coscienza che sarebbe diventato padre, ma dalle parole di  Martina capì che ne era ancora innamorata e non voleva appesantirla con un giudizio negativo, quindi optò per una risposta rassicurante, Martina non aveva certo bisogno di altri dubbi che l’agitassero, ora che il bambino stava per nascere,  così le disse: “Per ora pensa solo al mio nipotino, trattalo bene, mi raccomando, vedrai che tutto si aggiusterà; Massimo ha avuto tanto tempo per riflettere sulla sua vita e soprattutto sugli sbagli commessi, sono sicura che questa esperienza, indubbiamente dura, gli sarà stata utile.   Ora devo tornare al lavoro, ci sentiamo stasera quando torno a casa, va bene?”.   Alle parole di Angela Martina si tranquillizzò e subito dopo avvertì una fitta intensa nel basso ventre che quasi la lasciò senza respiro, dovette sedersi ed iniziò ad inspirare profondamente come le avevano insegnato al corso preparto, non fece in tempo ad assaporarne il beneficio che un’altra contrazione si presentò dopo una ventina di minuti; diede un’occhiata all’orologio e si rese conto che ne arrivò un’altra con la stessa frequenza; a quel punto prese il cellulare e digitò istintivamente il numero di Clara che rispose immediatamente: “Ciao Martina, come stai? –sua figlia non le rispose subito, era impegnata ad inspirare ed espirare aria per attutire il dolore intenso, – “Martina, ci sei? – insisté Clara – che sta succedendo??”, la voce di Clara si era sintonizzata nella modalità ‘allarme’.   Nel frattempo Martina le rispose in modo concitato: “Mamma, mi sa che è arrivato il momento, ho contrazioni ogni venti minuti, vieni ad aiutarmi subito!”, terminò la chiamata e riprese a respirare come un mantice.  Clara era riuscita solo a dirle che sarebbe arrivata in un lampo, poi urlò a Jennifer di cercarle le chiavi della macchina per correre da Martina, stava per diventare nonna e non stava capendo più niente.  Jennifer non l’aveva mai vista così eccitata per qualcosa, nemmeno quando Martina si era sposata; constatarlo la riempì di allegria e le fece ricordare una frase che forse aveva letto in un romanzo della scrittrice australiana, Vikki Wakefield*: “Forse famiglia erano quelle persone che sono venute in cerca di te quando ti eri perduto.”.   In quella famiglia Jennifer ne aveva viste di tutti i colori, spettatrice silente aveva notato sempre tutto: gli sguardi accusatori tra Clara e Alberto colmi di rabbia e rancore, la freddezza di Clara verso Angela che subito, appena neonata, era stata affidata completamente alle sue cure.   Jennifer non aveva mai capito come una madre potesse essere così distaccata verso la propria creatura.  Ed anche se ora le cose erano cambiate, non era nemmeno riuscita a comprendere la totale assenza di complicità tra Angela e Martina, mentre lei era molto legata a sua sorella che purtroppo, vivendo nelle Filippine, riusciva a vedere di rado a causa dell’elevato costo del biglietto.   Insomma, in tanti anni vissuti con la famiglia Carrisi, aveva assistito a tanti episodi che avrebbe potuto addirittura scriverci un libro, e quella frase della Wakefield racchiudeva in sintesi tutto ciò a cui aveva presenziato negli anni come spettatrice: tutti i componenti della famiglia si erano fatti del male reciprocamente, consciamente ed inconsciamente, ma nel momento doloroso della morte di Alberto, anche se nel tempo si erano perduti, misteriosamente avevano sentito il bisogno di cercarsi gli uni con gli altri, riscoprendosi ancora più forti di prima.

Clara arrivò sotto casa di Martina più veloce che poté, sua figlia era già al portone ad aspettarla con un borsone in mano.  Nonostante il dolore e la paura di vivere un’esperienza del tutto nuova, Martina sfoggiava una sicurezza ed un controllo che stupì profondamente sua madre rendendola veramente orgogliosa.  Arrivate al pronto soccorso, dopo aver spiegato la situazione ai medici di turno, Martina fu condotta subito in una stanza per essere visitata, mentre Clara si sedette in sala d’attesa.  Dopo la visita, Martina venne trasportata nella sala travaglio ed il medico rassicurò Clara che ancora sarebbe trascorso del tempo prima della nascita del bambino, il collo dell’utero era accorciato, avrebbero dovuto romperle le acque e poi, con molta probabilità, sarebbe presto arrivato il momento del lieto evento: non si poteva fare altro che aspettare.  Clara lo ringraziò, poi prese il cellulare e chiamò Angela, le raccontò tutto e, come prevedibile, Angela le disse che sarebbe arrivata prima possibile.  Clara era molto emozionata, tanti ricordi le vennero in mente: Martina bambina, poi adolescente ed infine donna, quanti cambiamenti e quante prove aveva affrontato! Si trovò a constatare con orgoglio quanto fosse maturata sua figlia, come fosse diventata una giovane donna sensibile e coraggiosa, merito esclusivo di Martina che, grazie a Dio, non aveva ascoltato i suoi consigli; Clara era cosciente che se invece lo avesse fatto ora lei non sarebbe stata in ospedale ad aspettare con ansia la nascita del suo nipotino.  Questo pensiero la rattristò, era consapevole del male che aveva procurato alle sue figlie, ma anche della rabbia e del rancore nutrito per anni verso Alberto, le parole non dette l’avevano indurita a tal punto da renderla egoista e dura anche verso le sue figlie, incapace di cogliere le loro esigenze ed anteponendo la propria sopravvivenza davanti a tutto.  Ma ora sarebbe stato tutto diverso, sicuramente, ora voleva rimediare con tutta se stessa al male che aveva fatto, sarebbe stata una nonna amorevole ed una mamma attenta; basta guardare al passato, ora voleva che la famiglia Carrisi fosse veramente unita, una famiglia dove ognuno si sentisse libero di comunicare ciò che pensava senza timore di essere giudicato e soprattutto con la certezza di supportarsi a vicenda, sempre.  Era talmente immersa in questi pensieri che non si accorse dell’arrivo di Angela che, salutandola, la fece sobbalzare; dopo averla messa al corrente di ciò che il medico le aveva detto, Angela le domandò: “Pensi che dobbiamo telefonare all’avvocato di Massimo perché lo informi che il bambino sta nascendo?  Personalmente sono furiosa con lui per tutto quello che ha fatto a Martina, ma questo è quello che penso io e la mia opinione non conta in questo momento, secondo te Martina sarebbe d’accordo?”.   Clara rimase in silenzio per qualche secondo riflettendo, poi disse: “Non ho capito esattamente quali siano i rapporti tra loro attualmente, ma quello che ho intuito, quando Martina mi ha riferito dell’unico colloquio avuto con suo marito, è che tua sorella è ancora innamorata, è sicura della sua innocenza e vorrebbe che Massimo accettasse questo bambino così come ha fatto lei.  Da quando ha saputo di essere incinta ha lottato contro tutto e contro tutti per difenderlo, proteggerlo, amarlo come solo una vera madre sa fare  – la voce di Clara s’incrinò per un attimo, poi proseguì – Sì, credo che, a questo punto, Massimo debba essere informato, poi quello che accadrà non lo sa nessuno ma spero con tutte le mie forze che Martina possa vivere serenamente con il suo bambino perché se lo merita veramente ma aspettiamo solo che il bambino sia nato.”.   Angela annuì ed in quel momento il medico uscì dalla sala parto per comunicare che il bambino era nato, stavano bene mamma e figlio e sarebbero potute andare da lei a breve.   Prima di entrare nella stanza, Angela prese il cellulare di Martina che Clara aveva con sé e digitò il numero dell’avvocato di Massimo, lo informò di tutto e riagganciò.  “Bene – disse tra sé e sé – questa è fatta, speriamo di aver preso la decisione giusta, adesso preoccupiamoci solo di Martina e del bambino.”.   Quando entrarono nella stanza Martina aveva il viso un po’ provato ma esibiva un sorriso felice, accanto a lei c’era la culletta con il bambino che dormiva sereno e beato.  Si avvicinarono alla culla e Clara disse: “È bellissimo Martina, sei stata bravissima, ma ora manca ancora una cosa e non è certo un dettaglio!”, “Cosa?” – domandò Martina un po’ preoccupata – “Ma ovviamente il nome! Mica possiamo continuarlo a chiamare il bambino!”, le rispose sua madre sorridendo.   A quel punto Martina guardando entrambe, con tono deciso disse: “Ma non ci sono dubbi, si chiamerà Alberto!”.

***

L’avvocato di Massimo passò da lui in mattinata e gli comunicò di essere diventato padre di un bellissimo bambino, lui e sua madre stavano bene e sarebbero tornati a casa dopo un paio di giorni.   Alla notizia Massimo fu visibilmente emozionato, aveva gli occhi lucidi ma non riuscì a dire niente perché la mente era invasa da varie domande: era diventato padre di una creatura indifesa ma avrebbe saputo proteggerla, difenderla dalle tante trappole che la vita gli avrebbe teso? Parlava con cognizione di causa perché sapeva perfettamente di essere molto fragile, lui stesso si sentiva un bambino impaurito.   Quando Martina gli aveva detto di essere incinta era stato colto alla sprovvista perché non aveva affatto considerato la possibilità di diventare padre in quel momento, in effetti non ci aveva mai pensato seriamente, per lui era una remota eventualità da concretizzarsi in un momento non ben definito e casomai per conformarsi ad una legge non scritta a cui le coppie dei suoi amici avevano aderito.   Non aveva mai avuto familiarità con i bambini, quando lui e Martina andavano a cena da amici con figli non vedeva l’ora che li mettessero a letto perché non riusciva assolutamente a relazionarsi; se erano dei neonati, aveva paura di prenderli in braccio, mentre se erano più grandi, non sapeva cosa dirgli, era palesemente a disagio, mentre sua moglie almeno ci provava, cercava di sintonizzarsi sulla loro lunghezza d’onda ed uno straccio di conversazione riusciva a farla, mentre lui rimaneva fremente in silenzio fino a quando finalmente venivano messi a letto.   Ed ora sarebbero cambiate le cose?  Sarebbe riuscito a stabilire un contatto con suo figlio? Onestamente non lo sapeva e questi dubbi lo gettarono in uno stato d’ansia, accresciuta dalle tante perplessità che nutriva riguardo al rapporto tra lui e sua moglie: Martina lo avrebbe perdonato per come l’aveva trattata? Poteva sperare nel suo perdono? Si era accorto di essere ancora innamorato di sua moglie il giorno che era venuto a trovarlo agli arresti domiciliari, lo aveva giudicato innocente subito dopo che le aveva parlato implorandola che gli credesse, e lei infatti gli aveva creduto; in tutti quei mesi l’avvocato gli aveva riferito che Martina chiedeva sempre sue notizie e lo invitava a non scoraggiarsi, soprattutto da quando aveva saputo che aveva intrapreso una terapia con uno specialista; lo spingeva a non mollare perché era sicura che alla fine la verità sarebbe saltata fuori.  Mai, in quei mesi, gli aveva fatto pesare la gravidanza che stava affrontando da sola, così come la malattia e la morte di suo padre; Massimo capì che poteva solo immaginare quanto le fosse costato visto il rapporto speciale che Martina aveva con suo padre, ma lei, nonostante tutto, aveva solo pensato solo a lui, a suo marito, era stata altruista preoccupandosi esclusivamente di quello che lui stava passando, annullandosi totalmente, mentre lui, in tutto quel tempo, aveva pensato solo a se stesso.  Si sentì ancora più inadeguato, immaturo, incapace, ma voleva in qualche modo far sapere a sua moglie che aveva capito tante cose: quella terribile esperienza, che ancora non si era conclusa, l’aveva cambiato, così chiese al suo avvocato di riferirglielo in attesa della conclusione di quell’incubo, quando finalmente avrebbe potuto rivederla.  L’avvocato infatti gli aveva spiegato che l’iter sarebbe stato ancora lungo perché anche se la stagista aveva ritirato la denuncia, il processo, per reati gravi come il suo, avrebbe comunque avuto luogo ed il pubblico ministero non avrebbe concesso visite per timore di un possibile inquinamento delle prove ma, una volta convinto della sua innocenza, avrebbe potuto procedere con la richiesta di archiviazione ed allora si sarebbero accorciati i tempi.  Ora Massimo non poteva fare altro che aspettare sperando che almeno questo capitolo della sua vita si risolvesse per il meglio.

Clara ed Angela erano appena andate via, Martina rimase sola con il suo bambino che dormiva pacificamente nella culletta accanto a lei e stava gustando ogni attimo di felicità, assaporandone ogni istante; non si stancava di fissare Alberto che emetteva dei piccoli versi con un’espressione serena, lo guardò pensando a quale miracolo si era appena compiuto: quella creatura, che finalmente ora poteva vedere, riusciva a trasmetterle così tanta forza pur essendo piccola ed indifesa.   Angela le aveva detto di aver comunicato all’avvocato di Massimo la nascita del loro bambino e Martina si ritrovò a fantasticare sulla famiglia Proietti finalmente riunita e pronta a ridisegnare una nuova vita insieme.  Sapeva che doveva volare basso, ma quella creatura le instillava una così grande fiducia nel futuro che non riuscì a resistere.   Il profumo di quella pelle così delicata, la dolcezza di quelle smorfie tipiche dei neonati, ebbero il potere di riempirla di un ottimismo smisurato.   “Non penso di essere esagerata, in fondo le cose possono cambiare, no?”, si disse tra sé.  Tutto sommato fino a pochi giorni prima il rapporto con sua madre era stato superficiale, doloroso, poi tutto era cambiato, per non parlare di quanto si fosse trasformato quello tra Clara ed Angela!  Inoltre, sempre parlando di cambiamenti, era avvenuto un fatto straordinario: Bruna partecipò al funerale con tutta la sua famiglia (i genitori erano amici di Clara ed Alberto, e Bruna e sua sorella Carla frequentavano casa Carrisi perché amiche di Angela).  Ad un certo punto Bruna si era avvicinata per dare le condoglianze, come tutti d’altronde, ma poi si era fermata a parlare con Martina ed Angela ed aveva detto loro queste parole che le avevano profondamente colpite: “Sapete, – disse Bruna – fino a qualche giorno fa gli auguravo di soffrire tanto fino a morire di una morte terribile, ma quando lo facevo non stavo meglio, anzi, rivivevo quel terribile momento come se fosse successo da poco, l’odio mi stava distruggendo, l’unica cosa che volevo era avere giustizia; ero determinata a denunciarlo anche dopo tanto tempo, Carla insisteva da mesi ed ero ormai pronta a darle ascolto, poi la notizia improvvisa della morte di vostro padre, la causa della sua malattia…mi sono sentita come liberata da un peso, perdonatemi, so il dolore che posso darvi in questo momento ma vi prego di farmi finire di parlare…mi sono sentita libera perché ormai non avrei più potuto fare niente se non cercare di convivere con il dolore, con la vergogna, ma per farlo ho capito di aver bisogno di aiuto, di dover intraprendere una psicoterapia che mi permetta di sconfiggere veramente i fantasmi del passato e così, lo stesso giorno in cui ho appreso la notizia della morte di vostro padre, ho contattato una psicoterapeuta e la prossima settimana comincerò un percorso che sarà lungo e doloroso, ma, perlomeno, chiuderò un capitolo terribile della mia vita che mi sta logorando.”.  Poi, rivolgendosi ad Angela continuò: “Non so se riusciremo ancora ad essere amiche, è troppo presto per dirlo, lo vorrei, tanto, ma ti prego, non essere troppo arrabbiata con me, riesco solo a farti questa richiesta per il momento, per il resto… aspettiamo che il tempo faccia il suo corso, sei d’accordo?”.  Angela l’abbracciò stretta e quel gesto valse più di mille parole. Ripensando a tutto ciò Martina, guardando il piccolo Alberto, disse: “Sì, i miracoli possono veramente accadere!”.

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