“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio, cap. 3

Ecco il terzo capitolo! Vi auguro una buona lettura! –

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– Capitolo terzo –

Il fine settimana trascorse abbastanza tranquillo, Angela si stava ambientando a poco a poco e Chiara, fortunatamente, di notte era serena. Una mattina affidò Chiara a Valeria e si recò al bistrot per definire gli accordi. Lì trovò i proprietari, una coppia di mezza età piuttosto affabile, Franca e Mario, che la fecero accomodare davanti a dei biscottini e ad un tè freddo al sapore di cannella, tutto doverosamente fatto in casa. Furono molto cordiali e la misero immediatamente a suo agio, le parlarono del locale, un sogno che erano riusciti a realizzare dopo che Mario era andato in pensione anticipata per motivi di salute. Le dissero che conoscevano don Marco da tanti anni e che collaboravano da tempo con l’associazione, erano state molte le ragazze che avevano lavorato per loro e nella maggioranza dei casi si erano trovati bene, alcune si erano trasferite in altre città ma non avevano perso i contatti. Concordarono i turni, per la verità non molto pesanti, ed Angela si congedò da loro col cuore sollevato. Il primo giorno di lavoro l’accolse Margherita, un’altra dipendente. Era una donna di un’età indefinita, poteva avere tra i trentacinque e i quarantacinque anni, piuttosto alta, capelli corti neri, segaligna; la salutò in modo sbrigativo e le mise una scopa in mano dicendole di pulire il locale mentre lei si sarebbe occupata della roba da mangiare, tutto doveva essere pronto per la colazione: brioche, tortine, paste…rapidamente le spiegò che era l’altra pasticcera e che il suo compito era preparare insieme a Francesco, il figlio minore di Franca e Mario, le prelibatezze che venivano esposte nelle vetrine per la colazione del mattino; sparì nel laboratorio e Angela, diligentemente, cominciò a spazzare il locale e si occupò che ogni tavolo fosse apparecchiato con tutto il necessario. Poco dopo arrivò Franca che le diede il benvenuto e le offrì una tazzina di caffè che sprigionava un aroma delizioso, la istruì sui suoi compiti rassicurandola che se si fosse trovata in difficoltà avrebbe potuto rivolgersi tranquillamente a lei. La mattinata trascorse serenamente, Angela dopo la prima mezz’ora si trovò perfettamente a proprio agio, e pensò che quel lavoro fosse veramente una benedizione, non solo così poteva rendersi indipendente economicamente, ma perché stare a contatto con le persone le piaceva. Tornata a casa avvertì la stanchezza della giornata ma era soddisfatta, seppe da Valeria che Chiara era stata un angioletto, prese in braccio la sua bambina e, mentre l’allattava, la stanchezza sparì magicamente appena vide quel visino dolce e beato e per la prima volta dopo tanto tempo si sentì felice.
Era passato un mese da quando la sua vita era stata stravolta. Appena arrivata alla casa d’accoglienza Angela aveva scritto ai suoi genitori un semplice biglietto comunicando loro la casella postale dove potevano inviare l’assegno mensile come stabilito. Così una mattina si recò con Chiara all’ufficio postale del paese, aprì la cassetta e prese la busta. Per qualche secondo la guardò contemplandola, in cuor suo sperava, una volta aperta, di trovare almeno un bigliettino con due righe da parte di sua madre, forse un ripensamento, un accenno di pentimento, un tentativo di riconciliazione, ma no, questo per l’algida Clara sarebbe stato troppo, forse un semplice ‘ti voglio bene’?…Non riusciva ad aprire la busta, le tremavano le mani, aveva paura di rimanere delusa e infatti nella busta trovò solo l’assegno, e l’unica presenza dei suoi genitori era la firma di suo padre apposta in fondo a quel rettangolo di carta. Si diede della stupida, perché continuare ad illudersi? Forse non conosceva bene i suoi genitori? Sapeva perfettamente che non avrebbero mai cambiato idea, erano stati più che chiari. Andò in banca ed aprì un conto corrente, versò l’assegno e pensò tra sé e sé: “Non importa se non mi vogliono più vedere, non importa se non vogliono conoscere Chiara, noi ce la faremo nonostante tutto! Riuscirò a mantenere la mia piccola famiglia e non mi farò abbattere dalle difficoltà, lo giuro!”. Volle credere con tutta sé stessa a quelle parole, ma in realtà aveva una paura tremenda, paura di non farcela, paura di crollare. Stava tornando a casa quando il cellulare squillò. Con la testa ancora persa nei pensieri, rispose senza guardare, era Bruna, una delle gemelle, sua compagna di scuola. Non si erano più sentite dalla maturità, solo un messaggino di auguri per la nascita di Chiara. Angela percepì all’istante un certo imbarazzo, dopo le consuete domande su come stessero lei e Chiara, Bruna scoppiò in un pianto irrefrenabile, non riusciva a riprendersi ed Angela non sapeva proprio spiegarsi il perché di quello sfogo soprattutto perché non c’era mai stata tra loro tanta intimità che lo potesse giustificare. Dopo un po’ la sua amica, seppure con fatica, riuscì a parlare chiedendole di poterla incontrare, aveva bisogno di parlarle di una cosa, ma purtroppo bisognava aspettare il fine settimana perché voleva che sua sorella Carla, che era fuori città, venisse con lei. Nonostante le insistenze di Angela non disse una parola di più. Quando chiuse la telefonata Angela cominciò a fare mille supposizioni ma non trovò alcuna risposta convincente. I giorni trascorsero nella normalità della routine. Quel fine settimana Angela era talmente stanca da non aver più pensato alla conversazione con Bruna, finalmente aveva il giorno libero e poteva rilassarsi un po’ quando un operatore del centro bussò alla sua porta e le disse che due ragazze, praticamente uguali, cercavano di lei. Fu solo allora che Angela ripensò alla telefonata con Bruna e capì che si trattava delle sue amiche gemelle, così, mentre aspettava che il volontario le conducesse da lei, mise il bollitore sul fuoco per preparare del tè e, dopo pochi minuti, Bruna entrò nella casetta seguita da Carla. Svolti i primi convenevoli, come stai, come te la cavi, ti aiuta qualcuno, che bella la bambina, come dorme tranquilla (Chiara, in realtà, dopo l’ennesima notte insonne, si era addormentata dopo la poppata), si accomodarono sul terrazzino. Angela aveva già notato un certo imbarazzo che traspariva dai loro sguardi. Non aveva idea di cosa le avesse portate lì da lei, non immaginava nemmeno l’ombra di ciò che di lì a poco le avrebbero rivelato. Fu Carla ad iniziare a parlare, lei era sempre stata tra le due quella che prendeva l’iniziativa, la più decisa, il carattere più forte e predominante, così, dopo aver inspirato profondamente le disse: “Ti domanderai perché ti abbiamo voluto vedere con urgenza, perché Bruna abbia insistito così tanto…ma non potevamo più aspettare…”. Nel frattempo Angela sentì il cuore aumentare i battiti, un senso d’inquietudine cominciò a farsi strada dentro di lei, ed adesso voleva sapere subito, senza ulteriori pause, la ragione di quella visita. Mentre Bruna, mantenendo gli occhi a terra non riusciva a trattenere un leggero tremito che le scuoteva il corpo minuto, Carla proseguì dicendo: “Un po’ di tempo prima degli esami Bruna non è stata bene, forse per lo stress causato dallo studio intenso per gli esami di maturità, avvertiva dei forti dolori addominali che ci hanno fatto pensare anche ad un attacco di appendicite, siamo andate al pronto soccorso, ma ci hanno detto che l’appendice non c’entrava affatto. Inoltre erano mesi che aveva un ciclo irregolare, così nostra madre ha pensato che fosse opportuno che Bruna si sottoponesse ad una visita ginecologica.”. Carla si schiarì la voce, guardò sua sorella con la coda dell’occhio come per sondare se potesse continuare a parlare o meno, il corpo di Bruna sembrava cristallizzato, ma non scorgendo alcun segnale particolare da parte sua proseguì: “Era più o meno la fine di maggio, forse l’inizio di giugno, il ginecologo di nostra madre era in ferie per qualche giorno e gli esami di maturità erano ormai prossimi, ci sarebbero stati gli scritti a breve, così mamma ha pensato che avremmo potuto rivolgerci a tuo padre visto che i miei ed i tuoi si conoscevano abbastanza bene, spesso infatti uscivano insieme il sabato sera, mamma non voleva contattare un estraneo, ma una persona conosciuta…”. Carla aggiunse senza accorgersene “Già, conosciuta…”, lasciando in sospeso il suo pensiero. Quella pausa fece venire i brividi ad Angela che ancora non capiva, ma all’improvviso ebbe un oscuro presentimento che quasi le tolse il respiro. Bruna nel frattempo, pur continuando a guardare a terra cominciò ad emettere dei singulti violenti e Carla la circondò con un braccio invitandola a calmarsi, a respirare profondamente, dicendole che era tutto finito, che le voleva bene. Con tutto quel trambusto Chiara si svegliò e Angela, ancora non capendo di cosa si stesse realmente parlando, la prese e l’attaccò al seno, immediatamente Chiara, iniziando a succhiare, si placò, così Carla proseguì, con gli occhi lucidi, e solo dopo essersi schiarita la voce: “Il giorno stabilito della visita, mamma preferì non accompagnare Bruna per evitare l’imbarazzo di eventuali risposte che avrebbe dato al dottore, mamma sa perfettamente che noi facciamo sesso con i nostri ragazzi, ma preferisce fare finta di non sapere, ed io dovevo uscire con una mia amica per comprare uno stupido vestito da mettere per un diciottesimo. Così Bruna è andata da sola nella clinica dove tuo padre esercita. All’inizio è stato molto affabile, cordiale, le disse di mettersi a suo agio che tanto la visita sarebbe durata poco; la invitò a spogliarsi completamente, disse che era necessario visto che non era una sua paziente e non la conosceva, così avrebbe potuto fare un controllo anche al seno, “È importante – disse tuo padre- la prevenzione, ed una visita accurata al seno può scongiurare cose brutte”. Qui Carla fece palesemente fatica a continuare, bevve un sorso di tè, inspirò profondamente e proseguì senza più fermarsi: “Toccò e palpò il seno di mia sorella per un tempo infinito, guardandola sempre negli occhi che nel frattempo assunsero una luce perversa, poi passò alle parti intime, Bruna aveva chiuso gli occhi nel tentativo di difendersi nell’unico modo che la situazione le permetteva, sai, un po’ come i deportati nei campi di concentramento, le donne soprattutto che, una volta denudate, con le mani tentavano miseramente di coprirsi le parti intime. Poi, all’improvviso, in una frazione di secondo, sentì che lui era entrato dentro di lei con furia, senza darle il tempo di scatenare alcuna reazione, tutto si concluse in pochi secondi, pochi secondi per segnare in modo indelebile un altro essere umano.”. Ci furono pochi attimi di silenzio. Angela doveva incassare il colpo. Non aveva mai avuto un buon rapporto con suo padre, anzi, non aveva mai avuto un vero rapporto con lui. Clara, era l’intermediaria e l’unica con cui Angela si relazionava, la sua educazione e quella di Martina erano compito esclusivo di sua madre. Inoltre da quando aveva detto loro di essere incinta era stato bandito dalla bocca di suo padre perfino quel finto sorriso di convenienza che le elargiva negli unici momenti in cui si ritrovavano, a pranzo e a cena. Ora poi che viveva da sola i suoi genitori erano diventati per lei solo l’assegno che veniva depositato ogni mese nella sua cassetta postale. Ma qualcosa stava avvenendo dentro di lei, si sentì invadere da un odio profondo, un sentimento così forte e violento che le stava implodendo, ma allo stesso tempo il legame di sangue, unica traccia che la legava alla sua famiglia, le impediva di scagliarsi con rabbia verso suo padre, sentiva che doveva concedergli il beneficio del dubbio; ai genitori egoisti e anaffettivi ci si può rassegnare, ad un padre che commette violenza sessuale no, mai! Lo sguardo si posò su Bruna che, tormentando le pieghe della gonna, piangeva silenziosamente senza riuscire a smettere, Carla le offrì una tazza di tè che però rifiutò. Angela era confusa, non sapeva cosa dire, tanti erano i sentimenti contrastanti che avevano ingaggiato una lotta dentro di lei. Si disse che suo padre anche se era indubbiamente un anaffettivo egoista, era anche un professionista affermato, molto stimato da tutti nell’ambiente medico, gli venivano richieste consulenze da ogni parte del mondo, aveva visitato in tanti anni migliaia di donne senza che mai, nemmeno una volta, fosse emerso qualcosa di negativo sulla sua onorabilità; si ripeté che in fondo, visitando tantissime donne, sicuramente il distacco e la serietà professionale avevano prevalso sull’oggetto di tante visite, per lui esaminare le parti intime di una donna era come visitare un braccio, una gamba, un occhio, no? Tutto vero, ma non doveva dimenticare che oltre ad essere un medico, era anche un uomo. Non poteva negare che nonostante l’età si mantenesse bene: aveva un bel portamento, era decisamente affascinante, tante donne potevano cadere o magari erano cadute ai suoi piedi, che bisogno avrebbe avuto di prenderne una con la forza? Il dubbio si stava insinuando, poi l’occhio le cadde su Bruna, e vedendo la disperazione, l’umiliazione sul suo viso si vergognò di quello che aveva pensato. Posò Chiara nella carrozzina e abbracciò Bruna che stava ancora tremando, la rassicurò, poi parlò a tutte e due spiegando loro che non aveva più alcun tipo di rapporto con i suoi genitori. Raccontò loro tutto quello che era successo quando aveva comunicato di essere incinta. Manifestò compassione verso Bruna, ma non seppe aggiungere altro in quel momento, doveva metabolizzare la notizia. L’unica cosa che fece fu di domandare loro come avessero intenzione di agire in futuro. Fu sempre Carla a parlare: “I miei genitori non sanno nulla, Bruna non vuole informarli, ma io muoio dalla voglia! Vorrei denunciarlo perché marcisca in prigione! Scusa Angela, ma sono troppo arrabbiata per quello che ha fatto a Bruna, e questo senso d’impotenza mi sta distruggendo! Ma ti garantisco che sono determinata perché non passi tutto sotto silenzio!”. Fu allora che Bruna per la prima volta aprì bocca con tono deciso: “Volevamo solo che tu lo sapessi, siamo amiche ed è giusto che un fatto così grave che riguarda tuo padre tu non debba ignorarlo!”. Se ne andarono silenziosamente, nessun abbraccio, nessun saluto mentre Angela rimase sola con i propri pensieri. Quel giorno fu un vero inferno per lei, non riuscì a riposare affatto da quando le gemelle erano andate via perché Chiara non le aveva dato un attimo di tregua, inoltre nella sua mente si affollarono varie domande: sarà tutto vero? Mio padre è un violentatore? È un mostro? Se fosse vero, forse Bruna non è l’unica ragazza di cui ha abusato, forse ha avuto strani pensieri anche nei miei confronti in fondo io sono coetanea di Bruna…magari anche verso Martina… Non riuscì a trovare pace e la sera, quando Chiara finalmente si calmò, crollò sul letto vestita e si addormentò. La notte venne presa d’assalto da incubi tremendi dove il protagonista era suo padre che indossava il camice e abusava di varie donne dal volto indefinito. Verso l’alba si svegliò urlando, tutta agitata e sudata distogliendo Chiara dal sonno profondo che, spaventata, iniziò ad urlare anche lei con tutto il fiato che aveva, così Angela dovette attaccarla al seno per placarla. Mentre Chiara succhiava con voracità, tentò con tutte le sue forze di riconsiderare con maggiore razionalità e distacco ciò che Carla le aveva detto, ma comunque riesaminasse la notizia acquisita, suo padre non ne usciva bene, così arrivò all’unica conclusione possibile: o era innocente o tremendamente colpevole. La domenica la trascorse per lo più a casa, nel piccolo giardino, tentando di leggere per non pensare a quel tarlo che la stava tormentando. Non volle vedere nessuno, non andò alla sala ricreativa perché voleva disperatamente fare chiarezza nella sua testa e sapeva che non avrebbe sopportato altri bambini urlanti dopo quella tremenda nottata. Il lunedì mattina venne Valeria per stare con Chiara ed Angela andò al bistrot stanca per il week-end trascorso, ma sollevata perché sapeva che al lavoro non c’era mai tempo per pensare. Il bistrot era sempre affollato, la mattina per la colazione, poi per il pranzo, il pomeriggio inoltre era il punto d’incontro delle signore anziane per fare quattro chiacchiere davanti ad un tè e dal tardo pomeriggio fino a sera era un susseguirsi di giovani per l’aperitivo e di famiglie con bambini, coppie di varie età che con dei rustici, pizzette, torte fatte in casa, cenavano spendendo poco ma soprattutto circondati da un’atmosfera familiare e cordiale. Angela lavorò senza sosta per tutta la mattina, l’unica pausa che si concesse fu quando Valeria le portò Chiara per allattarla. Quel pomeriggio, eccezionalmente, non ci furono molti clienti, c’era uno spettacolo di beneficenza in parrocchia, così Franca, che di solito era sempre in movimento, si fermò un attimo sul terrazzino dietro la cucina del bistrot per fumare una sigaretta e, osservando Angela con un po’ più di calma e attenzione, notò che oltre ad avere delle occhiaie piuttosto pronunciate, non parlava con nessun altro all’infuori dei clienti e solo per prendere le ordinazioni, non scherzava come era solita fare e i suoi movimenti denunciavano chiaramente un nervosismo alquanto anomalo ma che comunque riusciva a tenere sotto controllo. Non disse niente, continuando a fumare come se niente fosse, ma finita la sigaretta decise di parlarle. “Siediti un momento, sei stata una trottola da stamattina, ti sei fermata solo quando hai allattato quel tesoro di bambina, vieni al tavolo, ci facciamo portare un tè e chiacchieriamo un po’.”. Ma Angela non ne aveva alcuna voglia, quello che davvero desiderava era finire il turno e tornare a casa da Chiara, coccolarla e odorarla, il profumo che emanava era in grado di placare le sue ansie e di restituirle, anche se per pochi minuti, un po’ di pace. Ma Franca insistette e dando un piccolo colpetto sul tavolo la invitò a unirsi a lei. Angela acconsentì e solo allora avvertì la stanchezza della giornata, non si sentiva in vena di confidenze, doveva ancora metabolizzare l’informazione orribile che aveva appreso su suo padre, così si limitò ad affrontare una conversazione leggera, fatta del più e del meno, mentre avvenne qualcosa di totalmente inaspettato. Franca non le chiese nulla, cominciò a parlare a ruota libera di sé e della sua famiglia e Angela, che temeva di essere interrogata sulla sua vita, si trovò a svolgere il ruolo di ascoltatrice. Togliendosi le scarpe, Franca iniziò: “Sono veramente stanca, ho le scarpe troppo piene di piedi! Sai, questa è un’espressione che mia madre diceva quando era stata tutto il giorno a trafficare per la famiglia cercando di non farci mancare niente! Eppure oggi tutto sommato è stata una giornata abbastanza tranquilla, non credi? Sai, però, anche se sono stanca sto bene, è una stanchezza sana perché il locale va bene, i figli hanno trovato la loro strada, ma credimi, non è stato sempre così. Molti anni fa quando Mario ancora lavorava e i ragazzi erano poco più che adolescenti, abbiamo passato un periodo terribile. Francesco, il secondo dei nostri figli, era in un brutto giro, fumava canne, saltava la scuola senza dircelo, era sempre iroso, e, ad un certo punto cominciarono a sparire soldi, piccoli oggetti di valore, regali ricevuti per la comunione. Inizialmente io e Mario non riuscivamo a capire cosa stesse succedendo, poi, un giorno decisi di seguire mio figlio. Finse di andare a scuola per incontrarsi invece con un brutto ceffo che gli diede un sacchetto che conteneva una polverina bianca, quando vidi che Francesco gli consegnava una catenina d’oro ho capito tutto: stava acquistando della cocaina e la catenina era il pagamento dovuto. Barcollai e quasi non riuscii a respirare. Tornando a casa, per tutto il tragitto mi facevo sempre la stessa domanda, e cioè cosa avessi sbagliato, cosa avessimo sbagliato come genitori. Non sapevo come dirlo a Mario, perché ero consapevole che dicendoglielo lo avrei distrutto. Quell’uomo ha sempre lavorato come un mulo, si alzava tutti i giorni alle quattro e mezza per andare in fabbrica per poi tornare il pomeriggio distrutto ma non l’ho mai sentito brontolare, mai, nemmeno una volta! Per lui era normale svolgere il suo ruolo, fare la sua parte insomma, per mantenere la famiglia e per cercare di non farci mancare niente. Io mi occupavo di tutta la gestione della casa, e qualche volta arrotondavo facendo delle torte che vendevo alla pasticceria del paese. Mi sono diplomata, ma per scelta ho preferito non lavorare anche se comunque mi è sempre piaciuto imparare cose nuove, non mi pesava stare a casa anche perché con la mia passione per la lettura potevo estraniarmi e vivere tante storie con l’immaginazione. Ci trovammo all’improvviso a combattere qualcosa molto più grande di noi, ci informammo come meglio potemmo, non sapevamo niente di droghe e dipendenze, ci siamo fatti una vera e propria cultura! Devi considerare che a quei tempi non c’erano che pochi computer e google non esisteva, quindi andammo in città, nei centri specializzati, per poter conoscere chi era il mostro contro cui avremmo dovuto combattere per salvare nostro figlio. Ci parlarono di una comunità che recuperava tossicodipendenti, era vicino al paese, ma il problema era parlare con Francesco e convincerlo! Se lui non avesse voluto uscirne, noi non avremmo potuto fare niente, questo ce lo avevano detto chiaro e tondo! Ovviamente Francesco dapprima negò tutto, poi dovette arrendersi quando gli dissi che l’avevo seguito e che lo avevo visto con quell’uomo. Mario fece uno sforzo sovraumano per non prenderlo a schiaffi, avrebbe voluto gridargli perché, perché ti stai ammazzando con quella porcheria, ma non disse nulla per un po’, poi gli parlò della comunità ma Francesco non ne volle sapere, disse che poteva smettere quando voleva, ma che non voleva, a quel punto Mario lo prese letteralmente sotto le braccia come quando era bambino e lo scaraventò fuori della porta di casa, gli lanciò un pugno di vestiti e gli disse che doveva andarsene, lo avremmo riaccolto solo se fosse stato disposto a curarsi. Sai Angela, tutti i santi giorni dopo averlo mandato via siamo stati in croce, io ero terrorizzata di leggere sul giornale, o di sentire alla televisione che un ragazzo di nome Francesco era morto per overdose. Ho pregato la Madonna che mi ascoltasse come mamma di tutti, gli affidai mio figlio; con grande dolore avevamo dovuto mandarlo via di casa, ci avevano detto che questo intervento brusco che i medici chiamano ‘terapia d’urto’ era necessario affinché lui si trovasse completamente solo fino a sentire l’urgenza di disintossicarsi. Anche Massimo, il nostro primogenito, soffriva tanto, cercava di non mostrarlo per non aumentare la nostra pena, faceva di tutto per non farci preoccupare, ma so per certo che anche lui era angosciato ed è stato segnato da questa prova. È stato un periodo difficilissimo, il senso di colpa ci divorava, avevamo paura di aver sbagliato nonostante avessimo obbedito a quello che ci avevano detto. La sera, a tavola, i silenzi erano devastanti, e ogni volta che un telefono squillava il terrore ci paralizzava, temevamo una telefonata da qualche ospedale o dalla polizia, il timore che a Francesco fosse accaduto qualcosa di terribile era la nostra spada di Damocle. Poi, un giorno, di mattina, mi trovavo sola a casa, mentre stendevo il bucato in giardino ebbi la sensazione di essere osservata, mi girai e lo trovai lì che mi fissava con due occhi…due occhi pieni di dolore, che urlanti invocavano aiuto, era sporco, trasandato e denutrito, il mostro lo stava distruggendo rendendolo una larva umana…così l’ho abbracciato, cercai di rassicurarlo che tutto sarebbe andato bene, ma fui ferma e decisa che avrebbe dovuto entrare in comunità per disintossicarsi. Mi aspettavo un rifiuto, una piccola resistenza, ma era caduto troppo in basso e grazie a Dio non si oppose. Dal ricovero l’affidammo totalmente alla struttura, nessuna visita per i primi sei mesi, certo ci davano sue notizie, ma non vederlo è stato molto duro. Potevamo comunicare solo per lettera, la classica lettera con francobollo, ovviamente sempre visionate prima dall’equipe medica, e notammo che ogni settimana, ogni mese il tono delle lettere migliorava, da rabbioso e pessimista ad uno più pacato e leggermente ottimista. Quando, già in fase di riabilitazione, dopo il primo anno e mezzo ebbe la possibilità di trascorrere il week-end a casa, io, Mario e Massimo eravamo terrorizzati. Cercammo, a turno, di controllare con chi parlava al telefono, con chi usciva, insomma chi vedeva, perché avevamo una paura folle che ricontattasse quelli del vecchio giro. Vivevamo in una tensione continua che finiva solo la domenica sera quando lo riportavamo al centro. Ora, ripensando a quel periodo, mi sembra di aver vissuto un terribile incubo. Francesco non si droga più da qualche anno, è sereno, in comunità ha scoperto la passione e la predisposizione a fare degli ottimi dolci, il lavoro manuale era una forma di terapia adottata all’interno del centro, così, dopo aver fatto un corso di alta pasticceria lavora qui nel bistrot e i suoi dolci sono amati non solo qui in paese, ma vengono richiesti perfino da alcuni ristoranti della città”. Dopo aver detto queste cose Franca bevve un sorso di tè e continuò: “Non so perché mi è venuto di dirti queste cose Angela, ma improvvisamente ne ho sentito la necessità. La vita è complicata, strana, imprevedibile, ma ha una sua logica, misteriosa se vuoi, ma ce l’ha. Io non so perché siamo dovuti passare per tutto questo, ma quello che so è che come famiglia siamo ancora più forti ed uniti di prima.”. Franca non aggiunse altro, apparentemente poteva sembrare solo la rivelazione di una persona che voleva svelarsi ad un’altra per farsi conoscere a fondo creando così i presupposti di un’amicizia, ma in realtà non era così. Franca e Mario da tempo offrivano lavoro alle ragazze del centro d’accoglienza, ne avevano conosciute tante, ogni giorno lavoravano con loro gomito a gomito, sapevano quali fossero le loro paure, i loro limiti, le loro ansie, per cui Franca aveva perfettamente capito che Angela stava soffrendo, non sapeva bene quale potesse essere la causa ma sicuramente era recente e si era aggiunta alla situazione di precarietà che stava vivendo dopo la nascita di Chiara, così aveva voluto mandarle un messaggio subliminale di positività e ottimismo.
Come sempre, alla fine del mese, Angela si recò all’ufficio postale per ritirare l’assegno dei genitori. Quando prese l’assegno, vedendo la calligrafia di suo padre, per un attimo sentì girarle la testa, fece un profondo respiro, prese l’assegno e lo versò sul suo conto. Anche questa volta dentro la busta non c’era altro che l’assegno, nessun bigliettino, niente di niente. Questa volta però si sentì sollevata, non era affatto nelle condizioni giuste per avere alcun tipo di contatto con la sua famiglia. Facendo dei rapidi conti realizzò che la crociera doveva essersi conclusa e che quindi i suoi genitori erano sicuramente ritornati alla routine quotidiana. Questo le generò l’impulso di andare da suo padre per sbattergli in faccia che sapeva tutto e vomitargli addosso la rabbia compressa. Tante erano le domande che avrebbe voluto gridargli, ma era spaventata dalle possibili risposte che avrebbe ricevuto, o forse no, forse lui avrebbe negato tutto accusando Bruna di essere una ragazzina squilibrata che, insoddisfatta della sua vita, si era inventata tutto per ricevere un po’ di attenzione. Ma Angela aveva visto Bruna distrutta e disorientata, come avrebbe potuto essersi inventata una mostruosità simile, anche se, in un angolo molto nascosto del suo cuore, sapeva che doveva dare ad Alberto la possibilità di spiegarsi, di dire la sua, non poteva condannarlo senza aver sentito anche la sua versione. Mentre era immersa in questi pensieri, si recò al bistrot e si mise subito al lavoro senza fermarsi un attimo. Franca era in cucina, stava preparando dei piccoli tramezzini e, come sempre, ci metteva tutto l’impegno e l’attenzione come se stesse cesellando un gioiello con cura minuziosa e raffinata nei particolari, Angela ammirò non solo la precisione, ma la serenità con cui Franca svolgeva il lavoro; sembrava incredibile che solo qualche anno prima, quella donna e la sua famiglia avessero superato un periodo terribile, irto di difficoltà. Osservò anche Francesco che, con la stessa cura di sua madre, stava sfornando delle torte che emanavano un profumo buonissimo che infondeva benessere. Provò a cercare in lui quel ragazzo tossicodipendente ed infelice che sua madre le aveva descritto, ma non ci riuscì, quello che lei vedeva era un ragazzo sereno, soddisfatto del proprio lavoro che canticchiava sulle note della canzone che a basso volume si diffondeva nella cucina. Tornò in sala ed improvvisamente si sentì più leggera, come liberata da un macigno che pesava da un po’ di giorni sul suo cuore. Solo ora capì perché Franca le avesse raccontato tutte quelle cose, solo ora comprese che, delicatamente, in punta di piedi, aveva voluto aiutarla senza essere ingombrante. Si era aperta completamente, aveva rivissuto quella parte dolorosa della sua vita perché lei potesse attingere a quella positività e quindi vivere più serenamente e con maggiore fiducia quello che stava passando. Così, tornando a casa dal lavoro, Angela pensò di scrivere una mail a don Marco per chiedergli di venire, aveva deciso di informarlo di ciò che la stava tormentando. Quella sera, dopo aver dato la poppata a Chiara e averla messa a dormire, mentre si preparava la cena, rifletté su cosa scrivergli. Provava per lui una profonda gratitudine, l’aveva aiutata ad attraversare tante difficoltà, perciò gli avrebbe chiesto di vederlo con urgenza ma senza spaventarlo! Gli avrebbe spiegato tutto a voce nei dettagli, ma non voleva che si preoccupasse per lei, che pensasse che avesse dei problemi al lavoro o al centro. Così cominciò a scrivere: “Caro don Marco, innanzitutto ti ringrazio ancora per tutto quello che hai fatto e che stai facendo per me. Qui al centro mi trovo bene, sto familiarizzando sempre di più con le altre ragazze e sia gli operatori che i volontari sono veramente fantastici, sempre disponibili, per non parlare di Valeria che ho ufficialmente nominato mio angelo custode. Ho bisogno di parlarti con urgenza di una cosa che mi sta veramente rodendo come un tarlo. Faccio fatica ad addormentarmi la sera nonostante arrivi a casa stanchissima dopo il lavoro, e di notte spesso ho incubi tremendi. Non te ne parlo ora per lettera perché non riesco nemmeno a vedere impressa su carta questa cosa che devo dirti. So che sei molto impegnato, ma ti prego, trova al più presto uno spazio per me. Ti abbraccio. Angela”, spinse il tasto ‘invia’ ed andò a letto più tranquilla, sapeva che le avrebbe risposto subito dopo averla letta e sperò che anche questa volta don Marco fosse in grado di placare quello stato di agitazione in cui versava ormai da giorni. L’indomani andò al lavoro molto presto, Francesco stava già sfornando i dolci per la colazione, era talmente assorto e concentrato che a malapena si scambiarono un saluto. Angela cominciò a spazzare il locale, a riempire i dispenser con lo zucchero, ed a mettere i tovaglioli di carta sui tavoli facendo attenzione che tutto fosse a posto ed in ordine in attesa dei clienti che di lì a poco sarebbero arrivati, ma ogni tanto posava lo sguardo fugacemente su di lui, senza farsi accorgere; sulle sue labbra vi era un sorriso appena accennato che sembrava esprimere compiacimento per quello che era riuscito a realizzare: cornetti dalla forma perfetta, ciambelloni al profumo di cannella, torte alle mele ricoperte di zucchero vanigliato, e quel sorriso era accompagnato da un’espressione degli occhi così serena che era impossibile non venirne contagiati. Angela trascorse una mattinata tranquilla, almeno in parte, per diversi momenti riuscì a non pensare a suo padre ed alla fitta allo stomaco che si presentava ogni mattina da quando apriva gli occhi. Venne anche distratta dai clienti del bistrot, alcuni erano abituali, altri occasionali, come quella mamma giovane, sui trent’anni, che entrò quella mattina con un ragazzino di circa nove al seguito. Lei lo teneva per mano nonostante non fosse proprio piccolo, quasi lo strattonava mentre i suoi occhi lanciavano rapidi sguardi ansiosi a destra e a sinistra come per intercettare una qualsiasi reazione da parte dei clienti seduti ai tavoli. Il ragazzino deambulava con fatica, e sul viso aveva una smorfia infastidita come unica reazione alla strattonata della madre. Angela si recò al tavolo per prendere le ordinazioni e vide che la donna non indossava la fede e nonostante i modi bruschi, Angela sentì empatia per lei, pensò che forse era sola a dover affrontare la difficoltà che comporta crescere un bambino disabile, chissà quanti sguardi di compassione, di giudizio doveva affrontare ogni volta che entrava in un locale pubblico. Si sentì veramente fortunata pensando a sua figlia, una bella bambina sana che stava crescendo forte e vigorosa e per un attimo le sue difficoltà di crescerla da sola e la notizia tremenda appresa di suo padre passarono in secondo ordine. Sempre quella mattina, ad un altro tavolo, quello di fronte alla vetrina dove sempre si sedevano due clienti abituali, colse la conversazione delle due signore che si stavano lamentando della difficoltà della loro ‘adsl’ che impediva loro di giocare d’azzardo da casa, parlavano di cifre consistenti e, nella loro voce, Angela percepì la preoccupazione di come questo vizio stesse intaccando in modo considerevole il budget familiare. Una di loro confidò all’amica che non sapeva come spiegare al marito l’ammanco sul conto corrente dovuto all’ultima perdita subita, l’estratto conto sarebbe arrivato a giorni, ed essendo il conto intestato ad entrambi, non avrebbe potuto nasconderglielo, mentre parlava si tormentava le mani che tremarono leggermente quando mise lo zucchero nel caffè. Quello che però catturò l’attenzione di Angela fu quando la signora disse, abbassando un po’ la voce: “Non posso più aspettare, ora Margherita deve ridarmi quello che le ho prestato così posso versarlo sul conto prima che lui si accorga di qualcosa. Spero proprio che oggi sia di turno così le parlo subito, ma ancora non l’ho vista!”. Poi, con fare quasi distratto chiese ad Angela quando avrebbe potuto trovare Margherita perché doveva assolutamente chiederle un consiglio per una torta che voleva preparare per il compleanno della figlia. Quando Angela staccò dal turno, andò nel retrobottega per cambiarsi ed incontrò proprio Margherita che stava indossando la divisa prima di iniziare il suo. Si scambiarono un breve saluto ed Angela, con fatica, riuscì a non fare domande riguardo a ciò che aveva sentito su di lei, continuò ad allacciarsi le scarpe da ginnastica facendo finta di niente. Margherita, sempre silenziosa, con il suo consueto sguardo corrucciato ed il telefono in mano stava leggendo un messaggio sul telefonino, Angela vide i suoi occhi spalancarsi e poi chiudersi mentre inspirava profondamente come per infondersi calma e controllare le emozioni. A quel punto Angela non riuscì più a stare zitta e le chiese: “Tutto bene? Qualcosa non va?”, e Margherita riprendendo il controllo rispose: “Certo, tutto a posto, grazie”, se ne andò in laboratorio chiudendo definitivamente quel piccolo spiraglio di confidenza che Angela le aveva offerto. Angela non poté proprio fare a meno di continuare a pensare all’espressione di sgomento che aveva colto, seppure per un attimo, negli occhi di Margherita e per tutto il tragitto verso casa non riuscì a levarselo dalla mente. Margherita fin dal suo primo giorno al bistrot si era rivelata una persona piuttosto introversa, non le piaceva perdersi in chiacchiere, si immergeva nel lavoro e solo lì sembrava trovare un po’ di pace, il viso prima corrucciato si distendeva e le sue mani si muovevano armoniosamente come quelle di un pianista sulla tastiera, impastava i dolci e, dopo la cottura, li rifiniva con una cura meticolosa attenta ad ogni dettaglio, mettendo in pratica tutti i consigli che Francesco le aveva dato precedentemente e non si faceva distrarre da niente e da nessuno. La sua vita privata era un mistero, tutti i colleghi del bistrot sapevano solo che probabilmente viveva da sola, non aveva parenti, almeno in paese, e di amici non ne avevano visto mai nemmeno l’ombra. Nessuno era mai andato a casa sua, quando una volta uno di loro aveva proposto una spaghettata da lei, per fare quattro chiacchiere, era diventata rossa in viso e, scusandosi, disse che stava facendo dei lavori di ristrutturazione nella cucina e che quindi non era proprio possibile, la cucina era completamente inagibile, ma magari, una volta terminati i lavori, perché no? però si guardò bene dallo specificare quando. Da quella volta nessuno si azzardò a proporle qualcosa da fare insieme, erano timorosi, avevano percepito la sua freddezza, capirono che lei non voleva essere coinvolta in nessun tipo di relazione al di fuori del lavoro e così si accordavano in sua assenza per un aperitivo, una pizza, un cinema, per evitare qualsiasi tipo di imbarazzo. Margherita non era sempre stata così introversa, la vita l’aveva trasformata rendendola chiusa e diffidente verso tutti, l’unica persona che riusciva a relazionarsi un po’ con lei era Franca, con lei riusciva a prendersi un caffè, sempre al bistrot, ma il dialogo verteva sempre e solo sul lavoro: quali torte erano piaciute di più, quale ingrediente nuovo sperimentare. La conversazione rimaneva dentro schemi rigidi non detti esplicitamente ma definiti dal comportamento di Margherita, che Franca tacitamente accettò. Margherita non era originaria del paese in cui ormai viveva da svariati anni, spuntò un giorno di qualche anno prima all’improvviso, lì dove tutti si conoscevano fin da bambini e, avendo come bagaglio solo un trolley, si recò all’unica agenzia immobiliare del luogo per prendere in affitto un appartamento. Non aveva molto denaro con sé, ma sufficiente per qualche giorno da trascorrere in una piccola pensione se non avesse trovato casa subito. Fortunatamente essendo un piccolo centro che solitamente si ripopolava d’estate, trovò presto una sistemazione che giudicò fare al caso suo: prese in affitto un bilocale con un piccolo soggiorno-cucina alla periferia del paese, in una zona tranquilla, poco affollata, scelto da lei proprio per questo ed anche perché abbastanza economico. Dall’esterno era un edificio modesto ma grazioso, era una vecchia casa, forse una delle prime costruite, non in cemento, ma con delle pietre irregolari incastrate ad arte ma lei non aveva grandi pretese, le serviva un tetto sulla testa ed un minimo di confort. Appena arrivò vide un biglietto sulla vetrina del bistrot, richiedevano una pasticciera e per lei sembrò perfetto, si presentò immediatamente e, dopo un breve colloquio con Franca, venne presa per un periodo di prova che durò meno del previsto perché Franca si accorse subito della professionalità di Margherita, i dolci che lei preparava sotto la supervisione di Francesco andarono a ruba, così, dopo poco, le propose un contratto a tempo indeterminato che Margherita accolse con gioia. Quella fu l’unica volta che si lasciò andare ad uno splendido sorriso. Il lavoro le piaceva, Franca, Mario e Francesco erano gentili con lei ed apprezzavano tutto quello che faceva, le insegnarono cose nuove e lei cominciò a pensare che finalmente la sua vita potesse ancora riservarle delle belle cose. Le giornate trascorrevano abbastanza serenamente e la sera, quando ritornava a casa, essere da sola le pesava sempre un po’ di meno. Una mattina però, quando si alzò per prepararsi il caffè, notò che da un occhio, il destro, non vedeva bene, se lo sfregò pensando così di ristabilirne le funzioni ma nonostante ciò continuò a vedere le immagini un po’ sfocate, sul momento non gli diede troppa importanza, andò in bagno, si lavò e fece colazione e come ogni giorno si recò al bistrot. Per tutto il giorno convisse con quel disagio, ma lo attribuì alla stanchezza, infatti in quei giorni il lavoro aumentò considerevolmente e lei tornava a casa sempre più tardi. Nei giorni seguenti la situazione però non migliorò, anzi, notò che una certa stanchezza stava prendendo il sopravvento ed in laboratorio trovava sempre più difficoltà ad impastare, era comparso inoltre anche un formicolio alle dita che non aveva mai avuto, e la necessità di urinare con un po’più di frequenza la distoglieva spesso dal lavoro. Aveva appena concluso una relazione con un uomo che si era trascinata fin troppo, il suo primo pensiero fu che, nonostante avessero preso delle precauzioni, fosse rimasta incinta e che questa fosse la causa del frequente bisogno di urinare e quella ipotesi le procurò un’ansia che la scombussolava fin dal mattino perché non solo un bambino non era nei suoi programmi, ma soprattutto ora che la relazione era definitivamente finita, non avrebbe saputo cosa fare. Inizialmente si era illusa di aver incontrato finalmente l’uomo della sua vita, la sua mezza mela, ma purtroppo nel tempo si rese conto che i suoi progetti non combaciavano con quelli del suo compagno: lei era una donna, lui era rimasto un bambino capriccioso ed egoista. Così fu lei a porre fine alla loro storia e, quasi certamente, con enorme sollievo da parte del suo fidanzato. Il test di gravidanza risultò negativo ed ovviamente ne fu notevolmente sollevata, ma comunque i disturbi permasero, così decise di consultare un medico. Purtroppo la sua ossessione per la privacy le impedì di prendere un appuntamento dal medico del paese, non voleva assolutamente che la minima notizia sul suo stato di salute trapelasse, così contattò un medico della Asl di un paese vicino che la visitò invitandola però a consultare un neurologo al più presto, le disse solo: “Non voglio spaventarla”, in realtà non gli piacque ciò che aveva visto. Quel giorno, Margherita se lo ricordava bene, sentì come se il cielo le fosse caduto addosso, tornò a casa con la sensazione di non riuscire a respirare, non aveva mai sofferto di attacchi di panico, ma pensò che ne stava per affrontare uno. Man mano che i giorni passavano notò che la situazione generale stava peggiorando. Fissò l’appuntamento con il neurologo che il dottore le aveva consigliato e fece la risonanza magnetica. Quando la mostrò allo specialista, Margherita rimase per qualche secondo in apnea, i suoi occhi scrutarono il suo volto mantenendo lo sguardo fisso su di lui per cogliere anche il più piccolo segnale. La fronte del medico si aggrottò, gli occhi espressero tristezza e allora Margherita scoppiò in un pianto incontenibile, ancora prima di sapere il verdetto. Le parole che il dottore pronunciò pochi minuti dopo non fecero che confermare i suoi timori, tutti i sintomi avevano un fondamento: sclerosi multipla. Due piccole parole che Margherita avvertì come una condanna. Tutta la sua vita le scorse davanti agli occhi: l’infanzia, l’adolescenza, le ferite subite la presero prepotentemente d’assalto e, mentre il dottore le prospettava un ciclo di cure, si vide prima su una carrozzella e poi a letto con un tubo in gola per respirare ed il corpo immobile a causa della malattia. Il neurologo si accorse dello stato di sgomento in cui versava, la mente di Margherita stava volando sempre più in alto vorticosamente, i cattivi pensieri viaggiavano alla velocità della luce e la respirazione era diventata sempre più serrata, così il dottore mentre le porgeva un sacchetto di carta per farla respirare dentro le disse: “Cerchi di tranquillizzarsi Margherita, sono tante le persone che hanno contratto questa malattia e ci convivono abbastanza bene da anni, anche lei, con un’adeguata terapia, potrà continuare la sua vita di sempre. Sarà necessario però fare dei controlli programmati per osservarne l’evoluzione, ma al momento non ci fasciamo la testa prima di essercela rotta!”. Dopo circa dieci minuti Margherita riprese il controllo, ma due lacrime le solcarono il viso. Riuscì solo a dire: “Mi dica cosa devo fare e lo farò.”. Dopo due giorni sarebbe stato il suo compleanno, avrebbe compiuto solo trentacinque anni.
Angela tornò a casa, si levò la divisa e fece una doccia approfittando del riposino di Chiara e, ripensando a Margherita, non sapeva spiegarsi perché quell’incontro l’avesse turbata. Non riusciva a togliersi dalla mente quell’espressione piena d’angoscia che aveva captato nei suoi occhi, probabilmente quel messaggio che aveva letto doveva essere qualcosa di terribile, ma, per quanti sforzi facesse, Angela non riusciva proprio ad immaginare chi avrebbe potuto inviare a Margherita una notizia così tremenda da ridurla in quello stato. Per quanto ne sapeva, Margherita non parlava mai di nessuno, non usciva mai con nessuno, era sempre da sola, il telefonino lo aveva solo per essere contattata da Mario o da Franca, tra l’altro era un telefonino di vecchio tipo, non aveva nemmeno whatsapp, probabilmente a casa non possedeva nemmeno un computer e tantomeno era iscritta ai social network, pensò Angela. Una delle rare volte in cui Margherita intervenne in una conversazione disse che odiava la tecnologia, non sopportava le miriadi di foto che le persone fanno e poi condividono, era inconcepibile per lei che un individuo desiderasse mettere a conoscenza degli estranei la propria vita. Mentre beveva il suo caffè ad Angela venne in mente anche un’altra cosa, ricordò che l’aveva vista scuotersi violentemente come se fosse stata attraversata da una scossa elettrica, era durato appena un secondo, il tempo che lei aveva impiegato per allacciarsi le scarpe, ma se lo ricordava bene, sembrò in quel secondo che Margherita non avesse avuto il controllo del suo corpo, aveva anche zoppicato lasciando lo sgabuzzino riuscendo però a mantenere una postura eretta che Angela paragonò a quella dei guerrieri prima di affrontare una battaglia.
Dopo la visita del neurologo Margherita per la prima volta sentì la pesantezza di non avere nessuno, un’amica con cui confidarsi, un compagno che la rassicurasse e che la coccolasse un po’, era completamente sola. Fortunatamente, al lavoro, riusciva a trovare un po’ di pace, svolgere azioni manuali come impastare e decorare dolci era un toccasana, i pensieri negativi si fermavano appena solcato l’ingresso del bistrot, anche se ritornavano prepotentemente appena tornava a casa. Aveva cominciato ad assumere dei farmaci che incidevano sui meccanismi alla base della malattia, ma purtroppo doveva subirne gli effetti collaterali, vista annebbiata, alcune allergie ed una stanchezza persistente. Nel tempo aveva notato come la bestia aveva progredito, ma c’erano anche lunghi lassi di tempo in cui retrocedeva regalandole periodi di sollievo. Al lavoro si verificarono degli episodi che le fecero temere di essere smascherata, aveva paura che qualcuno potesse accorgersi che non era la Margherita di sempre, efficace, attenta, concentrata, ma che un’altra persona avesse preso il suo posto. Un giorno, ad esempio, aveva preparato in un recipiente l’impasto per una torta di mele quando all’improvviso la terrina le sfuggì dalle mani e cadde a terra con un fracasso violento, l’impasto insieme ai pezzi di vetro del recipiente si sparsero per tutto il pavimento del laboratorio e Margherita rimase per qualche secondo attonita, in tanti anni non le era mai sfuggito niente dalle mani, nemmeno i primi tempi che lavorava quando l’emozione le avrebbe potuto giocare brutti scherzi. Raccolse da terra i pezzi di vetro più grandi e con la scopa radunò tutto il resto. L’impasto appiccicoso attaccato ai pezzi di vetro rimasti le rendeva difficile una pulizia completa e per un attimo si sentì come quei pezzi di vetro, la sua vita era stata travolta dalla malattia, qualcosa si era inserito nel suo corpo e lo stava mandando in frantumi a poco a poco. Nel laboratorio in quel momento c’era solo Francesco che, mentre l’aiutava a ripulire tutto, le chiese se stesse bene, se si fosse ferita ed aggiunse di non preoccuparsi, che erano cose che potevano succedere, ma osservandola più da vicino si rese conto che le mani erano colpite da un fremito che Margherita non riusciva a controllare per quanti sforzi facesse. Francesco attribuì quel tremore all’imprevisto successo senza dargli troppo peso. Da quell’episodio trascorsero vari mesi, Margherita passò periodi discreti in cui sembrava che la malattia regredisse ed altri in cui i segni ed i sintomi tendevano a peggiorare: dimenticava alcune cose, le gambe sembravano non obbedirle quando camminava ed alcune volte era caduta sia per strada che a casa così fu costretta ad attivare un’enorme immaginazione per inventare le scuse più plausibili: era caduta su una buccia di banana che non aveva visto, aveva sbattuto contro l’armadietto della cucina che distrattamente aveva lasciato aperto, che gli altri pensassero pure che era una sciocca, non gliene importava niente. Ma Margherita non era una stupida e tantomeno un’ingenua. Finalmente si era comprata un computer, fatto installare il wifi per documentarsi in rete ed apprese tante informazioni molte delle quali però incomprensibili perché estremamente tecniche, così si mise a guardare su youtube i video di persone che avevano contratto la stessa malattia per carpire ogni minimo dettaglio di ciò che l’attendeva, ma quello che le premeva di più era cercare di trovare e condividere delle strategie che altri avevano adottato con successo e che le avrebbero potuto rendere il più accettabile possibile la malattia. Purtroppo durante tante notti insonni, per quanto cercasse disperatamente il video rivelatore, non lo trovò. Subito capì però che niente avrebbe potuto fermare il decorso e che, prima o poi, i sintomi avrebbero subito un’evoluzione probabilmente fino a farle raggiungere la totale immobilità. Era terrorizzata all’idea di soffrire, di essere sola in quel calvario, così la sua ricerca su internet si spostò dai video di persone malate di sclerosi multipla a quella di luoghi in cui era legale l’eutanasia, più comunemente conosciuta come ‘la dolce morte’, ed un pensiero insinuante iniziò a farsi strada dentro di lei. Apprese che alcune associazioni facevano da ponte tra l’Italia e la Svizzera mettendo in contatto il malato con le cliniche dove questo servizio viene svolto regolarmente perché in Svizzera l’eutanasia non è considerato un reato, ma scoprì anche che era una pratica molto costosa. Per porre fine alla propria vita lesse che il costo si aggirava intorno ai diecimila euro, cifra ben distante dal suo conto in banca. Quando aveva incontrato Angela nello spogliatoio stava appunto leggendo un messaggio di una clinica svizzera che le confermava il costo elevato e non aveva la più pallida idea di come racimolare una cifra così consistente e fuori della sua portata. Di una cosa era certa, sapeva che sarebbe peggiorata, si era documentata a sufficienza per non farsi illusioni. Il dottore che l’aveva in cura era stato molto chiaro dicendole che era una malattia degenerativa, per la verità le aveva anche detto che non era in grado di dirle in quanto tempo e come sarebbe peggiorata, quello restava un mistero, ma Margherita non gli credette per cui il futuro le apparve terrificante, si chiese se avrebbe fatto in tempo a raccogliere la somma necessaria prima che le sue condizioni fossero precipitate così tanto da non poter fare tutto da sola ed essere costretta a ricorrere all’aiuto di qualcuno. Ma poi di chi? Non c’era nessuno nella sua vita che avesse con lei un tale grado di confidenza ed intimità da lasciarsi coinvolgere in un’azione così delicata! Prima della scoperta della malattia era soddisfatta dello stipendio che prendeva, bastava a tutte le sue necessità e riusciva perfino a risparmiare qualcosa, ma gli elevati costi per gli esami, le analisi e le visite specialistiche non glielo permisero più, era stata costretta perfino a chiedere un prestito alla cliente con il vizio del gioco e dopo averglielo restituito, non le era rimasto più niente. Le sue possibilità economiche erano esigue, ormai lo stipendio bastava appena per le spese mediche e le piccole necessità quotidiane. Aveva già provato a farsi dare un prestito in banca, ma offrendo poche garanzie, la somma che avrebbero potuto concederle era comunque insufficiente. Così una notte, non riuscendo a dormire tentando di trovare una soluzione, le venne in mente un’altra cliente che frequentava spesso il bistrot, la signora Rizzo. Indossava sempre degli anelli piuttosto vistosi, certamente non di bigiotteria, che amava sfoggiare insieme alle pellicce che esibiva durante i rigidi inverni. Si vantava degli sport che faceva praticare al suo rampollo, come il tennis e l’equitazione, sport costosi, d’altra parte il marito era il braccio destro del sindaco del paese, era assessore di qualcosa, Margherita non si ricordava bene di cosa, lei era invece la direttrice della scuola elementare del paese, si pavoneggiava di essere una donna di cultura, ma spesso faceva delle affermazioni che avrebbero fatto rigirare nella tomba i grandi della letteratura italiana, sebbene nessuno osasse riprenderla a causa della sua posizione sociale. La signora Rizzo restava tuttavia la persona più idonea al suo scopo. Dopo avere pensato e ripensato, Margherita decise di agire al più presto, non poteva permettersi di aspettare oltre, quindi stabilì che comunque avrebbe fatto ricorso a lei per ottenere i soldi necessari. Il punto era come convincerla a cederle quella somma consistente, cosa avrebbe potuto far scattare nella signora la decisione di mettere nelle sue mani una somma così ingente? E così il colpo di genio! Sapeva che quella donna avrebbe dato tutto quello che possedeva per sembrare più giovane. Un giorno, al bistrot, aveva captato una conversazione in cui la signora diceva che si era informata, le avevano parlato bene di un chirurgo estetico in Brasile, ma non era ancora riuscita a decidersi, era alla ricerca di una soluzione per le sue rughe che iniziavano a manifestarsi, ma aveva paura di recarsi in un posto così lontano. Così Margherita pensò di fare un po’ di ricerche in rete per trovare qualcosa che avrebbe fatto al caso suo. Doveva assolutamente scovare un trattamento estetico straordinario che avrebbe proposto alla signora instillandole, in modo quasi subliminale, che le avrebbe tolto come minimo quindici anni. Poi Margherita le avrebbe rivelato, in tutta segretezza, che un medico in Brasile, suo conoscente, era il top nell’attuare quel tipo di trattamento. Confidava non solo nella stupidità della donna, ma soprattutto nella sua ignoranza ed ingenuità. Se le avesse parlato utilizzando nomi di natura scientifica con alcune testimonianze di donne che si erano sottoposte a quell’intervento e che lo consigliavano con entusiasmo, il gioco era fatto, ma doveva essere molto attenta e preparata perché quella donna era imprevedibile, magari qualche approfondimento l’avrebbe anche fatto, chissà…Così Margherita da quel momento si dedicò anima e corpo al suo progetto. Quando tornava dal lavoro si metteva al computer e smetteva per qualche minuto la sua ricerca solo quando si accorgeva di dover accendere la luce perché era sera, così si concedeva una pausa e solo allora sentiva gli occhi bruciarle per la stanchezza, si preparava un caffè liofilizzato e quando si rendeva conto della difficoltà di mantenere la tazza senza rovesciarne il contenuto pensava con terrore a come sarebbe stato sempre più difficile in futuro tenere gli oggetti saldi tra le mani. Inoltre, solo a volte per il momento, queste facevano dei movimenti inconsulti che proprio non riusciva a dominare. Quando queste azioni involontarie giungevano all’improvviso, senza preavviso, avvertiva due lacrime pronte a scendere ma riusciva a trattenerle con enormi respiri che interrompeva solo quando era sicura che non sarebbero rotolate giù, le doveva preservare per i momenti peggiori che certamente sarebbero arrivati. Passarono molti giorni finché, un giorno qualsiasi, trovò qualcosa di veramente convincente, una vera e propria epifania! Lesse di un trattamento davvero innovativo per sconfiggere le rughe, era una pratica piuttosto recente attuata da pochi anni, un lifting particolare che avrebbe fatto sparire borse, rughe, occhiaie e che avrebbe raddrizzato gli angoli degli occhi restituendo alla persona parte della giovinezza perduta. Avrebbe dovuto solo ricercare delle testimonianze di donne che avevano fatto quel tipo di lifting, testimonianze esclusivamente positive che avrebbe potuto mostrare alla signora Rizzo, un trattamento “miracoloso” per la modica cifra di circa diecimila euro! Margherita non riusciva a capire come alcune persone fossero disposte a pagare una cifra simile solo per combattere i segni del tempo, una cosa che lei considerava naturale e, in un certo senso anche bella, le rughe, la testimonianza del nostro vissuto, annullarle per lei era come voler cancellare tutte le esperienze, belle e brutte, ma comunque esperienze che hanno fortificato e forgiato la personalità di ognuno. Lei invece aveva bisogno di quella cifra per annullarsi, per cancellare per sempre la sofferenza, il dolore fisico che non era più disposta a sopportare. Due scopi diversi per la stessa cifra: il primo per mostrarsi più giovani, tonici, desiderabili, il secondo per non essere più sofferenti, deformati dalla malattia, per non mostrarsi più a nessuno. Fece una smorfia, le sembrò una beffa, uno scherzo del destino, un destino a cui lei, fino al sopraggiungere della malattia, non aveva mai creduto, aveva sempre pensato che il destino era quello che ognuno si costruisce con le proprie mani, ma di fronte alla malattia cambiò modo di pensare, non poteva accusare nessuno per la sua sofferenza, anche se avrebbe avuto una gran voglia di trovare un colpevole.

8 thoughts on ““Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio, cap. 3”

  1. …. Ci tieni sempre di più sulle spine…. Incollate al tuo scritto, e con una domanda su tutte… Che cosa succederà ora….. Aspetto con impazienza il seguito..

  2. Uno scritto avvincente pieno di umanità e realtà…….complimenti! È un peccato interrompere ed aspettare il capitolo successivo.

    1. Cara Vera, lo so, ma cerca di seguire la storia comunque, tra pochissimo pubblicherò altro! Ti ringrazio per il tuo bel commento!

  3. Storie che si incrociano e camminano parallele..donne che affrontano la vita con determinazione e fiducia.
    Il romanzo è avvincente e molto vicino a tante storie di vita reali..e rimane la curiosità di continuare a seguire queste storie..
    Bello e scorrevole..coinvolgente

    1. Cara Lucia, grazie di cuore! Continua ad essere curiosa, domani pubblicherò il capitolo 4. Condividi la tua esperienza con gli altri, parlane il più possibile perché altri possano incuriosirsi ed appassionarsi! Passaparola!!!!

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