“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 28 –

Cari amici del blog, ecco il capitolo 28! Martina, dopo essersi riconciliata con la sorella, inizia a cambiare sguardo sulla propria vita, affronterà i vari ostacoli con una diversa prospettiva… Buona lettura!

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdfQuestione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio cap28

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– Capitolo ventottesimo –

Martina riusciva a gestire abbastanza bene la sua gravidanza ma andare al lavoro ogni mattina era sempre più faticoso ed accettare mansioni di livello inferiore rispetto al ruolo che aveva ricoperto prima di rimanere incinta, stava diventando insopportabile.  Tentava ogni mattina, durante il tragitto in macchina, di ripetersi ciò che don Marco le aveva detto: non avere grandi responsabilità poteva essere vissuto come un sollievo, allontanarsi per un po’ da tutto quello stress al quale era stata sottoposta in passato avrebbe giovato sia a lei che al bambino, ma il punto era che il suo orgoglio le era d’intralcio.   Ogni volta che si sedeva alla scrivania coperta di faldoni di pratiche da evadere le veniva la nausea che questa volta però non era provocata dalla gravidanza, per non parlare degli sguardi di rimprovero misti a compassione sia per il bambino che aspettava che per la sua situazione di mamma single, ora che i guai giudiziari di suo marito erano ormai diventati di dominio pubblico.   Avrebbe voluto andare in maternità al settimo mese, ma sapeva che avrebbe avuto momenti più difficili dopo il parto, decise perciò di tirare avanti un mese in più per avere più tempo dopo con il bambino.   I colleghi la ignoravano e le colleghe, donne per lo più frustrate da un ambiente che prediligeva il sesso maschile, le invidiavano il coraggio che dimostrava trasgredendo la legge non scritta che vietava la maternità a tutte le donne dello studio, ma invece di mostrare solidarietà e comprensione erano rabbiose e non perdevano occasione per metterla a disagio.   Ritornata a casa, provava un grande sollievo, anche se non riusciva a rilassarsi completamente come avrebbe voluto.  Il pensiero di suo padre, che peggiorava e che, tutto solo, stava affrontando il deterioramento del corpo e della mente, la rattristava e come se non bastasse, Clara aveva preso l’abitudine di chiamarla tutti i giorni appena rientrava dal lavoro e, come di consueto, non le chiedeva mai come stesse o come potesse esserle d’aiuto, insomma mai una domanda che qualunque madre avrebbe fatto, parlava solo di sé e di quanto le fosse insopportabile la solitudine in cui era costretta a vivere; era entrata prematuramente nel ruolo della vedova, non una parola, infatti, era spesa per Alberto, come se già lui non esistesse più.   Invece, per Martina, il pensiero di suo padre era un tarlo che la rodeva, nel fine settimana cercava di non saltare la visita, ogni volta cercava di farsi coraggio, ma quando entrava nella clinica provava un’ansia incredibile che non poteva condividere con nessuno.   Ogni visita poteva essere diversa dalla precedente: sempre più raramente Alberto la riconosceva e quando questo avveniva gli parlava di tante cose, gli ricordava alcuni episodi del passato, Alberto annuiva, ogni tanto diceva qualche parola, poi però poteva accadere che all’improvviso le si rivolgesse cambiando l’espressione del viso: Martina diventava un’estranea e lui la guardava con aria interrogativa perché non sapeva spiegarsi la presenza di quell’intrusa.  Nelle giornate peggiori, arrivava anche ad aggredirla verbalmente, urlando, perché si sentiva minacciato; quando accadeva ciò, Martina usciva piangendo dalla stanza, gli infermieri entravano di corsa ed impiegavano molto tempo per calmarlo, alcune volte senza successo.  Allora Martina se ne tornava a casa con il cuore piccolo e quella sensazione di impotenza, vuoto e solitudine s’impossessava di lei fino alla visita successiva.   Intanto il bambino cresceva dentro di lei senza problemi, le visite dal ginecologo l’avevano rassicurata e la pancia aumentava ma con essa anche la preoccupazione del ‘dopo’: sarebbe stata da sola a crescere suo figlio, come avrebbe fatto? Questo era un pensiero costante che non la lasciava mai.  Massimo era sempre in custodia cautelare ai domiciliari e non aveva sue notizie già da un po’.   L’avvocato le aveva telefonato solo una volta dal loro incontro, l’aveva ringraziata ancora per la sua disponibilità e le aveva detto che Massimo era talmente nervoso che temeva un suo crollo da un momento all’altro.   Le aveva anche confermato che i genitori non erano andati più a trovarlo dopo la prima volta, non avevano sopportato gli sguardi pieni di giudizio delle persone che avevano incrociato, la vergogna che avevano provato era stata per loro, insostenibile. Massimo era completamente solo e a parte le visite dell’avvocato per concordare la strategia da seguire, non aveva nessuno con cui parlare, nessuno a cui affidare le sue paure.  Ripensando a tutto ciò provò pena per suo marito anche se il dubbio che fosse colpevole era sempre presente ma leggermente affievolito.  Gli aveva promesso supporto, non sapeva nemmeno lei come fosse potuto succedere, prima di incontrarlo era determinata a non farsi condizionare, lo avrebbe ascoltato e basta, ma dopo averlo visto così diverso, dimagrito, sofferente, assolutamente deciso ad affermare la propria innocenza, aveva cambiato idea e nonostante ciò che era successo tra loro, non se l’era sentita di abbandonarlo al suo destino.  Le indagini preliminari erano ancora in corso, prima di arrivare al processo sarebbe passato altro tempo ed in tutta onestà anche lei, come l’avvocato, temeva un crollo nervoso di Massimo ma cercò di scacciare questi pensieri ripetendo a sé stessa che il bambino doveva essere, in quel momento, l’unica priorità e che lei avrebbe fatto di tutto perché stesse bene e potesse crescere sereno.   Angela l’avrebbe aiutata, di questo ormai era sicura, suo figlio avrebbe potuto contare sull’affetto di sua zia e della sua cuginetta e questo pensiero la confortò molto.  Sentì la canzone di Simon e Garfunkel provenire dalla borsa, prese il cellulare e rispose, era Angela. “Ciao Martina, come stai? Volevo sapere com’è andata la visita dal ginecologo, non mi hai fatto sapere più niente!”. “Tutto a posto – le rispose Martina – il bambino cresce bene e questa è la cosa più importante in questo momento. E tu? Che mi dici?”.   Martina aveva sentito qualcosa nella voce di Angela che la spinse a chiedere “C’è qualcosa che non va? Chiara sta bene?”, “Si, certo, è un moto perpetuo, non sta ferma un attimo, senti, devo parlarti di una cosa, ma preferirei farlo a quattr’occhi, non ti allarmare, è qualcosa che avrei voluto dirti già da tempo ma ho aspettato perché mi sembrava troppo prematuro, sai ci siamo ritrovate da poco, la tua gravidanza, tuo marito accusato, Alberto che sta male…”. “Beh ora sì che sono preoccupata – replicò Martina – perché non ci vediamo domani, è sabato, se anche tu non lavori possiamo incontrarci a metà strada, sai, non me la sento proprio di affrontare il viaggio in macchina da sola, che ne dici?”.    Concordarono per l’indomani, Angela aveva deciso di dire a Martina tutta la verità su Alberto, doveva farlo, ormai non aveva più scuse ma era molto preoccupata di come sua sorella avrebbe accolto la notizia, Martina le avrebbe creduto? Si sarebbe arrabbiata con lei per quella rivelazione? Angela non lo sapeva, ma ora che si erano ritrovate, ora che finalmente si era creato tra loro un rapporto sano, doveva rischiare, non dovevano avere più segreti, la sincerità era un elemento fondamentale perché il legame tra loro potesse funzionare.  Il sabato mattina Angela preferì arrivare a casa di Martina, era partita prestissimo e si presentò alla porta che erano appena le otto.  Martina si era appena svegliata e quando la vide si meravigliò.  Angela era sola, quando Martina non vide sua nipote ci rimase un po’ male e le chiese: “Perché non hai portato Chiara?”.  Ma Angela, elusa la domanda, immediatamente le disse: “Senti Martina, quello che ti dirò non sarà una cosa facile da digerire, ma non posso più aspettare, riguarda Alberto.” – Martina sbiancò, pensò che suo padre fosse morto, anche se era totalmente assurdo che glielo dicesse sua sorella che non solo non aveva contatti con il padre, ma che non ne voleva avere! – Angela proseguì: “Quando mi sono trasferita, mi ha contattato Bruna, una delle gemelle te la ricordi? Mi ha telefonato dicendo che voleva venire con sua sorella Carla perché doveva parlarmi urgentemente. Beh, non avrei mai immaginato che notizia bomba doveva darmi!  Bruna è stata violentata da nostro padre!”, lo disse tutto d’un fiato, la voce stridula, e dopo averlo detto con tanta veemenza, osservando la faccia stravolta di sua sorella, si pentì di non aver dosato le parole.   Martina rimase seduta sulla poltrona del salotto immobile, non riusciva nemmeno a muovere un muscolo, il viso pallido e gli occhi increduli che imploravano Angela a dire qualcosa che immediatamente annullasse quella terribile rivelazione. Ma Angela continuava a rimanere in silenzio fissandola negli occhi, in allerta, attendendo una reazione qualsiasi.  Rimasero così per qualche secondo, poi fu Angela che ricominciò a parlare: “Martina, Alberto non è un santo, non è quel padre amorevole che hai sempre creduto che fosse, ha fatto una cosa mostruosa, se avessi visto come è ridotta Bruna…si vergogna perfino della sua stessa ombra, da quando è successo sta sempre chiusa dentro casa, non vuole vedere nessuno, perché la cosa assurda è che è lei a sentirsi in colpa, capisci? Sai sono andata da lui dopo averlo saputo, volevo in qualche modo che smentisse tutto, ma non è stato così.”.   Martina continuava a rimanere in silenzio, si ricordò della festa di Natale a casa dei suoi genitori quando aveva scorto suo padre in camera da letto fissare, piangendo, il ritratto appeso al muro, quel ritratto che da bambina le aveva sempre causato timore ed un brivido le attraversò la schiena. Contrariamente a ciò che Angela si aspettava, non ci furono urla o frasi del tipo “Non è vero, non può essere vero!  Papà non può aver fatto una cosa simile!”.  Martina apparentemente restò calma, quieta, anche se i suoi occhi palesavano uno sgomento che dispiacque ad Angela, ma dopo un breve lasso di tempo sembrò risvegliarsi, riprese il controllo e lentamente, come per riordinare i pensieri, formulò una serie di domande per tentare di capire ciò che mai avrebbe potuto avere una spiegazione logica.  Angela rispose rispettando i tempi di sua sorella, sapeva che per lei ogni risposta era una pugnalata ed alla fine Martina scoppiò a piangere.   Alberto, suo padre, la luce nei momenti di difficoltà era miseramente crollato dal piedistallo su cui l’aveva collocato negli anni.   Pensava a lui tutto solo nella clinica dove era ricoverato, totalmente dipendente dagli altri, apatico, la cui unica attività era quella di guardare fuori della finestra, incurante del trascorrere del giorno; ormai non si rendeva conto, se non raramente, di cosa avveniva intorno a lui e proprio non riusciva a vederlo come un predatore subdolo che si era approfittato di una ragazzina.   Sicuramente non era un santo, probabilmente aveva tradito Clara qualche volta, ma abusare della sua veste professionale per violentare una ragazza andava contro tutti i principi morali di cui andava fiero e che spesso sventolava in famiglia.   Poi guardò Angela e le disse: “E adesso che facciamo?”, Angela la fissò negli occhi: “Che facciamo? Proprio niente! Bruna non lo ha denunciato, questo lo so, me lo avrebbe detto, sta troppo male per affrontare tutto quello che seguirebbe dopo aver sporto denuncia e poi Alberto adesso non può più nuocere a nessuno…però non potrei biasimare Bruna se comunque volesse procedere per avere giustizia! Da parte mia lui è morto quando ha deciso insieme a Clara che dovevo andare via di casa, ma tu, cosa pensi di fare? Pensi di dirlo a Clara?”.  A quella domanda Martina sbarrò gli occhi, non sapeva davvero cosa rispondere, ci pensò un attimo e le disse: “Non so cosa fare Angela, veramente, mamma è insopportabile, lo sappiamo, ma non credo si meriti questo dolore! Ormai non si occupa più di papà, o meglio, paga ogni mese la retta della clinica dove è ricoverato, i medici che lo visitano, gli esami che deve fare…ma non va più a trovarlo e, se la conosco bene, non andrà mai più fino a quando papà…” – Martina s’interruppe, non ce la fece a dire ‘morirà’, anche dopo aver saputo: Alberto restava comunque suo padre, pochi minuti non potevano cancellare un rapporto che esisteva fin da quando era venuta al mondo.   Angela si congedò da Martina dopo essersi sincerata che stesse bene nonostante tutto, così sua sorella rimase in compagnia delle numerose domande che sarebbero rimaste senza risposta. Non riusciva a farsene una ragione.  Entro poche ore sarebbe andata, come ogni sabato, a trovare suo padre, come avrebbe potuto affrontarlo nelle sue condizioni? Molto probabilmente non avrebbe capito niente di quello che gli avrebbe detto! In un primo momento pensò ad una scusa per non andare, tanto suo padre nemmeno si sarebbe reso conto della sua assenza, raramente la riconosceva e per poco, inoltre non aveva più la cognizione del tempo che passava, se lei avesse saltato quel sabato, per lui non avrebbe fatto alcuna differenza.  Successivamente però cambiò idea, aveva bisogno di vederlo in faccia.  Si preparò ed andò in clinica ma quando si trovò all’ingresso non riuscì a muovere un passo, la fronte s’imperlò di sudore, il fiato divenne corto e dovette fare appello alle poche forze che aveva per non svenire, si sedette sulla prima poltrona che vide ed iniziò a respirare profondamente; il portiere della clinica le chiese se avesse bisogno di qualcosa, ma lei scosse la testa e lo tranquillizzò, poi quando riprese il controllo, si diresse verso la stanza di suo padre.   Quando entrò, lo vide seduto sulla solita poltrona a fissare fuori della finestra e provò un misto di rabbia e pena per quell’uomo che adesso stentava a riconoscere come suo padre. Una leggera bava scendeva dalla bocca di Alberto e gli occhi vitrei sembravano ancora più persi nel vuoto, non ebbe alcuna reazione quando sua figlia entrò nella stanza, probabilmente non percepì alcun rumore, continuò a fissare fuori della finestra.  Martina gli si avvicinò e gli chiese piangendo, quasi sottovoce, facendo attenzione che le sue parole rimanessero nella stanza: “Papà, ho saputo tutto di Bruna, come hai potuto? Perché hai fatto una cosa così terribile ad una ragazzina? Potevi avere tutte le donne che volevi se con la mamma non andavi più d’accordo, se non l’amavi più, che bisogno c’era di approfittarsi di Bruna?”.  Non ci fu alcuna reazione significativa: Alberto continuò a fissare l’esterno, ma dopo poco gli occhi gli si riempirono di lacrime che cominciarono a scendere copiosamente sulle guance e Martina rivisse la stessa scena del giorno di Natale, quando l’aveva sorpreso davanti al dipinto nella camera da letto.  Le si strinse il cuore, qualcosa in modo misterioso era arrivato al cuore di suo padre, ma cosa di preciso lei non lo avrebbe mai saputo.  Vedendolo in quello stato la pena ebbe il sopravvento sulla rabbia e la delusione e lo abbracciò forte piangendo con lui.

4 thoughts on ““Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 28 –”

  1. …. Quanta compassione, mista a rabbia in questo capitolo…. Certe volte i casi della vita sono proprio così.. Da una parte la delusione, la rabbia e dall.altra l.amarezza….

  2. Anche in questo capitolo l’AMORE, quello vero, ha il sopravvento sulla rabbia e sul giudizio morale pubblico… mi hanno emozionato le amare lacrime di un uomo che ha perso tutto del suo essere se stesso tranne il potente insuperabile senso di colpa e l’infinita tenerezza di una figlia che in quelle lacrime riconosce tutta la consapevolezza del dolore arrecato e di quello che mai abbandonerà quel poco che è rimasto di suo padre … dolore di fronte al quale una FIGLIA non può che rispondere che con quell’abbraccio colmo di infinita compassione e AMORE … un brivido mi ha percorso leggendo l’ultima riga di questo intenso capitolo.

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