“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 22 –

Cari amici del blog, come promesso ecco il mio regalo per la Santa Pasqua, un capitolo piuttosto lungo del romanzo dove troverete quanto il perdono e la tenerezza siano due elementi importanti nella vita di ognuno di noi!  Buona lettura!

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdf –  Questione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio cap 22

Opera registrata alla SIAE /  tutti i diritti riservati

 – Capitolo ventiduesimo – 

Martina si svegliò quella mattina molto emozionata all’idea di incontrare Angela, ma sembrava non fosse la sola, il bambino si muoveva dentro di lei perché anche lui forse avvertiva l’importanza di quell’incontro con sua zia.   Martina decise che niente le avrebbe rovinato quel momento, perciò lasciò a casa tutto ciò che aveva dovuto subire al lavoro in quella settimana, essere stata ignorata praticamente da tutto lo studio sbrigando pratiche accumulate che nessuno voleva evadere, e godersi finalmente la giornata con Angela.     Solo in quel momento si rese veramente conto quanto avesse bisogno di lei, avvertì la necessità di condividere il peso della situazione del loro padre che Clara le gettava addosso ogni giorno con telefonate terroristiche, infliggendole sensi di colpa che andavano ad accumularsi a quelli già ammassati nella sua mente.   Inoltre aveva bisogno di parlarle dell’umiliazione che Massimo le aveva inflitto, della paura di non saper crescere il suo bambino, dell’emarginazione al lavoro.    Insomma, aveva bisogno di sua sorella. Guidò per un’ora ma non avvertì la stanchezza, il paesaggio che le scorreva davanti era meraviglioso, assaporò ogni minuto, era tanto tempo che non s’immergeva nella natura e notò quanto le facesse bene solo guardare, inebriandosi dei profumi che annunciavano l’inizio della primavera.   Scorse in lontananza un agglomerato di villette davanti al lago, e pensò che probabilmente era arrivata, infatti poco dopo vide l’indicazione stradale e la seguì.  Si recò alla reception, una casetta leggermente più grande delle altre.  Mentre aspettava Angela si sedette e vide un gruppo di persone formato da ragazzi e ragazze che sembravano sapere perfettamente quali fossero i propri compiti: chi puliva, chi rispondeva al telefono, chi assegnava la villetta alla nuova arrivata, chi si occupava dei bambini.   Quello che la colpì fu l’atmosfera serena e familiare di quel luogo.   Stava per chiedere quanto avesse dovuto aspettare che Angela le si materializzò davanti, arrivando a passo veloce, anche lei molto ansiosa di incontrare sua sorella.   Appena furono una di fronte all’altra istintivamente si abbracciarono forte, tutte e due dimentiche degli errori: Martina di quelli commessi ed Angela di quelli subiti.   Stettero così per un po’, forse un paio di minuti, avevano bisogno di sentirsi, di toccarsi, di testare la presenza corporea per sincerarsi anche di quella spirituale.    Poi, sciolto l’abbraccio, Angela le disse di seguirla fino a casa sua dove avrebbero potuto parlare tranquillamente, ma Martina le disse: “Ma Chiara dov’è? Voglio conoscerla!”, Angela la tranquillizzò, Chiara le avrebbe raggiunte più tardi, le disse che era con Valeria, spiegandole dettagliatamente quanto quella donna fosse una presenza importante per lei e per Chiara.  A Martina piacque molto la casa di Angela, il giardino, la semplicità ed il gusto con cui era arredata e le fece tanti complimenti, poi, mentre aspettavano che il tè fosse pronto, iniziò a parlare: “Devo farti i miei complimenti, sei stata molto brava in tutto!”. “In tutto cosa?” rispose Angela, “A soli diciotto anni hai superato ostacoli incredibili, sei riuscita a cavartela ed adesso puoi veramente dichiararti orgogliosa per tutto ciò che hai realizzato: una bambina che tra poco conoscerò, una casetta tutta tua, un lavoro, ma la ciliegina sulla torta è la capacità di saperti organizzare conciliando tutto e credimi, per me che sono così confusionaria, non è cosa da poco!”.   Angela rimase piuttosto sorpresa per gli apprezzamenti di Martina, per tutta la vita sua sorella non l’aveva mai considerata, anzi l’aveva palesemente ignorata avendo come complice Clara che non aveva mai fatto mistero di chi preferisse. La osservò con più attenzione, e notò che era molto cambiata, il notevole dimagrimento metteva ancora più in evidenza la pancia, le si potevano scorgere le ossa del decolleté, i lunghi e lisci capelli neri avevano lasciato il posto ad una chioma spenta, non indossava più il tacco dodici ma delle ballerine, e, seppure elegante, il suo abbigliamento casual aveva sostituito i famosi tailleur ed il trench, il trucco poi era appena accennato.   Ma la trasformazione di Martina non riguardava solo l’aspetto esteriore. Angela pensò: “Quando veniamo colpiti in prima persona da qualcosa di terribile ed insostenibile, se non siamo degli stupidi, e Martina non lo è, inevitabilmente cominciamo a relativizzare tutto, i problemi che prima ci sembravano insormontabili diventano talmente piccoli e ridicoli da essere relegati in un cantuccio ed iniziamo anche a rapportarci con gli altri in un modo diverso.”.    Mentre Angela serviva il tè ci furono alcuni attimi di silenzio, un lieve imbarazzo aleggiava ancora nell’aria ma dopo poco le due sorelle diventarono più loquaci e la conversazione vivace.  “Devo confessarti – iniziò Angela – che faccio piuttosto fatica a riconoscerti, sei cambiata tanto! Il tuo famoso tacco dodici è svanito, così anche quei tuoi modi da maestrina che mi facevano imbestialire, puf, spariti.”.   Martina accennò un sorriso, poi disse: “Tante cose sono successe. Sai, non avrei mai immaginato quanto sarebbe cambiata la mia vita, sono spaventata a morte, ho paura di non saper crescere questo bambino da sola, tu come hai fatto? Come hai affrontato tutto? Ti ammiro sai, ti ho sempre criticata pensando fossi solo una ragazzina che non capiva niente, ed invece quella che non capiva niente ero io! Tradita da mio marito, umiliata, ferita pubblicamente, non posso neanche buttarmi a capofitto nel lavoro perché da quando hanno saputo che sono incinta mi stanno facendo mobbing, mi danno pratiche su pratiche che nessuno vuole evadere, mi hanno perfino cambiato l’ufficio: prima ne avevo uno spazioso, con una vista mozzafiato, ora non ho nemmeno una finestra! Poi, a tutto questo aggiungiamoci anche la salute di papà e mamma che mi dà il tormento tutti i giorni.  Ora poi ha preso accordi con una clinica e la prossima settimana devo accompagnarla per farlo ricoverare. Ci credi che non mi chiede mai del bambino? Niente di niente, lo ignora, ignora la mia pancia che cresce e quando mi guarda mi accusa silenziosamente di non aver abortito come lei avrebbe voluto.   In fondo tu sei stata fortunata!  Almeno sei andata via senza subire tutto questo!”.   La rabbia di Angela riemerse pericolosamente ma riuscì a governarla senza però nascondere completamente l’ostilità che si manifestò con un improvviso innalzamento della voce: “Non sono andata via Martina, mi hanno cacciata!  Non è stata una mia scelta, per niente, non ti ricordi? Clara, dopo la decisione presa, ignorava volutamente anche me, ogni giorno, anche a me non ha mai chiesto niente della bambina, faceva finta di niente, cosa che sappiamo bene entrambe come le riesca alla perfezione!”.   Ma notando un’espressione spaurita sul viso di Martina la rabbia iniziale cominciò a scemare, constatando la fragilità di sua sorella si vergognò della sua reazione.  Martina aveva mollato ogni freno, si era messa a nudo, aveva ammesso i suoi sbagli, mentre lei stava riproponendo vecchi rancori, le ingiustizie che aveva vissuto pronta a rivendicare i torti subiti da una bilancia starata, così, addolcendo un poco la voce le disse: “Scusami, ma quando si parla dei nostri genitori, e soprattutto di Clara mi sale il fumo agli occhi!”.   Sua sorella concordò appieno, adesso anche lei, spogliata del suo egocentrismo, riusciva a vedere la madre con occhi più obiettivi. Martina non era più nelle grazie di Clara che l’aveva detronizzata dal ruolo di prediletta perché era incinta ed in più con un marito assente accusato di una colpa infamante, era diventata per lei solo una persona con cui condividere la malattia del marito facendo ovviamente leva sui sensi di colpa.    Vennero interrotte dall’arrivo di Valeria con Chiara che, come ogni volta che vedeva sua madre, l’accolse battendo le manine paffute  esibendo un sorriso che avrebbe sciolto un iceberg, quel giorno però, vedendo Martina, fece anche una faccia buffa sua zia rise di cuore, la prese in braccio e stampandole un bacio sulla guancia le disse: “Ciao Chiara, sono tua zia Martina, non mi conosci, ma da questo momento in poi ti prometto che sarò una zia presente nella tua vita e quando nascerà il cuginetto diventerete inseparabili!”.   Angela, sentendo quelle parole, provò una grande felicità, il superamento delle incomprensioni con sua sorella la fece sentire in pace, ormai non avevano quasi più segreti, a parte uno che non si sentiva ancora di rivelarle, non poteva distruggere la figura di quel padre che era così amato da sua sorella, Martina in quel momento era troppo fragile e provata per sopportarne il peso, non poteva infliggerle il colpo di grazia, non voleva essere il boia di sua sorella.   Si stava facendo sera e non volendo guidare col buio Martina decise di andare via, anche se a malincuore, ma si accordò con Angela per vedersi presto, forse il weekend successivo.   Valeria, con cui Angela si era confidata, non aveva detto niente da quando era tornata con Chiara, ma appena furono sole, non riuscì a frenarsi ed esordì: “Lo sai che le devi dire di Bruna e tuo padre?”, “Come hai capito che non le ho detto niente?” – disse Angela – “Bastava vedere l’espressione del tuo viso, contenta come una Pasqua!”.  “Non ce l’ho fatta, – proseguì Angela –  sapessi com’è fragile in questo momento!  Con tutto quello che sta vivendo come potevo distruggerle anche l’idea che da sempre ha di nostro padre?  Lui non è stato per lei solo il suo bancomat, ma un punto di riferimento, affidabile, granitico, non per me, la mia è tutta un’altra storia, ma per lei…per lei no.    L’ha sempre seguita nelle scelte che ha fatto, negli studi, perfino nel fidanzato giusto…sì proprio giusto…guarda ora in che situazione si trova: un marito porco che l’ha tradita con una stagista che potrebbe essere sua figlia, l’ha umiliata pubblicamente ed in più ha rifiutato il bambino che dovrà crescere da sola.   Poi, come se non bastasse, le stanno facendo anche mobbing al lavoro perché è incinta! Ma non è finita qui, hanno diagnosticato l’Alzheimer a papà e Clara lo vuole ricoverare in una struttura specializzata ma nel frattempo sta tormentando Martina per essere aiutata non tenendo affatto conto che è incinta e con il morale a pezzi.   Comunque ti prometto che la prossima volta glielo dirò, non sono per niente entusiasta all’idea, ma lo farò anche se sto male già ora per come reagirà.”.

Guidando verso casa Martina provò una sensazione di benessere.  Parlare con sua sorella liberamente era stata un’esperienza del tutto nuova ma anche estremamente consolante ed incoraggiante, sì perché non si sentiva più sola.    Anche se vivevano in due luoghi diversi, un po’ distanti, Martina sapeva che avrebbe potuto contare su di lei incondizionatamente, avrebbe potuto confidarsi nei momenti più bui che sarebbero arrivati, soprattutto dopo la nascita del bambino, perché Angela non l’avrebbe giudicata, ma l’avrebbe ascoltata dandole dei consigli, di questo ne era certa.    Dopo essersi comportata male con lei non era stata ripagata con la stessa moneta, sua sorella le aveva porto una mano rendendosi disponibile nonostante tutto.   Martina promise ad Angela di non rivelare a Clara del loro incontro, sapevano che lei avrebbe trovato la maniera di intromettersi a gamba tesa compromettendo il loro rapporto, si erano finalmente trovate e stavano imparando a volersi bene, non potevano rischiare che Clara distruggesse tutto.   Appena rientrata a casa, pregustando un bagno caldo e la lettura di un buon libro, la voce calda di Simon and Garfunkel con The Sound of Silence* si sprigionò dal suo cellulare.   Istintivamente Martina sussultò, poi, vedendo sulla schermata il nome di sua madre stette alcuni secondi incerta se rispondere o meno.   Decise di accettare la chiamata ma se ne pentì immediatamente.   “Pronto? Finalmente Martina, è tutto il giorno che ti cerco!  Ma dove sei stata? Perché non rispondi mai al telefono?”. Era in atto il solito bombardamento di domande che Clara adottava quando telefonava a sua figlia.   Martina aveva tenuto spento il cellulare tutto il giorno e non aveva visto le decine di chiamate di sua madre.   La piacevole sensazione di benessere che l’aveva accompagnata fino a quel momento si volatilizzò in un attimo e le ci volle un grande sforzo di volontà per non chiudere la conversazione. Intanto Clara, con irruenza, quasi gridando le disse: “Tuo padre mi sta facendo impazzire! Non so più cosa devo fare, non ho più una vita, capisci? Una vita vera!  Sono due settimane che non riesco ad andare dal parrucchiere, sono sempre chiusa in casa a sorvegliarlo, se mi distraggo un attimo è capace di prendere la porta di casa e andarsene Dio sa dove, oltretutto adesso non riesce nemmeno a contenere i suoi bisogni, ieri ha sporcato i divani bianchi del salone e sono rimasti macchiati! Basta! Finalmente lunedì lo ricoveriamo così questa storia sarà finita!”.      Mentre sua madre parlava, le lacrime scendevano copiose sul viso di Martina, sentire parlare del degradamento di suo padre in un modo così dettagliato e privo di qualsiasi pietas la stava facendo soffrire.   Lui, il suo punto di riferimento era diventato come un bimbo di pochi mesi che se la faceva addosso, sentire la freddezza ed il disprezzo nella voce di Clara le provocò un fastidio così forte che le venne da vomitare, voleva chiudere la telefonata, ma ancora non poteva, doveva prendere accordi con sua madre per il ricovero di Alberto. “A che ora dobbiamo andare in clinica, mamma?”.  Clara, che di certo non era una stupida, capì che Martina voleva troncare la conversazione, così le disse: “Che c’è, ti sei stancata di parlare con me?  Sei talmente impegnata da non poter dedicare qualche minuto a tua madre che è stravolta dalla stanchezza?”.  “Ma no mamma – rispose Martina facendo appello a tutte le sue forze per calmarsi – è solo che la prossima settimana ho un’udienza molto importante che devo ancora finire di preparare, infatti ho tenuto spento il telefono perché ci sto lavorando da stamattina e non ho ancora finito”, la scusa del lavoro era l’unica cosa che avrebbe fatto zittire Clara, niente per lei era più importante dei soldi e della carriera.   Infatti il tono della voce cambiò totalmente, diventò dolce in modo stucchevole e disse: “Ma certo cara, ti lascio subito, allora vieni lunedì verso le nove, Jennifer ci aiuterà con i bagagli, le pratiche per il ricovero non dureranno più di un’ora, poi, una volta che Alberto è sistemato, torno con te.”.   Appena Martina finì di parlare con Clara disse tra sé e sé “Questo sarà un weekend molto lungo!”.    Trascorse tutta la notte praticamente insonne, il pensiero di suo padre demente ricoverato in una struttura asettica, solo, non la fece dormire.  Sentì mancarle il respiro, avvertì l’imminente arrivo di un attacco di panico, così provò prima con una tisana rilassante, poi accese la televisione, tentò perfino con un libro, solitamente riusciva ad allontanare i cattivi pensieri immergendosi in altre storie, ma niente, rimaneva sulla stessa pagina mentre la testa vagava in tante direzioni, generando varie riflessioni ma nessuna positiva o incoraggiante.      Pensò di chiamare Angela, almeno per condividere con lei quello che stava provando, ma poi vi rinunciò, Alberto e Clara si erano veramente comportati molto male con lei, non poteva pretendere che il perdono che sua sorella le aveva concesso si estendesse anche ai loro genitori, era davvero chiederle troppo!  Si rese conto allora di non avere una vera amica con cui sfogarsi, non aveva amiche in generale ma delle semplici conoscenze con cui giocava a tennis al circolo, al lavoro poi neanche a pensarlo!  Le altre donne dello studio l’avevano vista sempre come un’avversaria temibile, sapevano quanto fosse brava nel suo lavoro e soprattutto quanto il loro capo la stimasse…ovviamente prima di rimanere incinta.   A pensarci bene l’unica persona ultimamente disponibile con lei era stata don Marco, un prete.   La cosa la fece sorridere, ma in fondo era la verità.   Quando era andata da lui per avere il numero di cellulare di Angela non era sicura che lui effettivamente lo avesse, e comunque non era affatto scontato che glielo avrebbe dato, invece…era stato gentile, comprensivo, non le aveva fatto il terzo grado e le aveva anche detto che se avesse avuto voglia di parlare sarebbe stato disponibile ad ascoltarla.   Sul momento non gli diede gran peso, ottenuto ciò che voleva se ne era semplicemente andata, ma ora…forse parlare con lui l’avrebbe fatta sentire meglio.   Così senza pensarci troppo decise che sarebbe andata a parlare con lui l’indomani.    Quando arrivò, si meravigliò di trovare tanta gente fuori della chiesa, ma poi si ricordò che c’erano le messe e quindi forse don Marco non avrebbe avuto tempo per lei, ma l’urgenza di parlare con qualcuno era troppo forte così decise comunque di aspettarlo in sagrestia.    Terminata la funzione don Marco la scorse e la salutò cordialmente: “Martina, che piacere, mi stavi aspettando? – come sua consuetudine quando si rivolgeva ad un parrocchiano non sottolineava mai la scarsa frequenza, o totale assenza in chiesa, magari accompagnandola da un piccolo rimbrotto; don Marco non credeva nei rimproveri, anzi pensava che questi potessero solo indispettire chi tentava di riavvicinarsi a Dio col rischio di allontanarlo per sempre.   Invitò Martina a seguirla in una saletta della parrocchia e, con la massima naturalezza le disse: “Sono proprio contento che tu sia venuta a trovarmi, posso esserti d’aiuto?”.   Bastarono quelle poche parole perché Martina gli raccontasse tutto: del nuovo rapporto con Angela, dei suoi genitori, la malattia di Alberto, il lavoro e tenne per ultimo la gravidanza, la separazione con Massimo e le accuse che gli erano state rivolte.    Don Marco la fece parlare, la interruppe solo per porle brevi domande per accertarsi di aver compreso bene ciò che Martina gli stava dicendo, poi, quando ebbe finito le disse: “Cara Martina, devi sapere che non tutto quello che ci capita lo possiamo comprendere, ma c’è qualcuno che invece lo sa perfettamente.  Non ho alcuna intenzione di farti una predica, ho già esaurito tutto quello che dovevo dire con le omelie di oggi, – e qui accennò un sorriso –  ma se sei venuta qui non credo sia un caso, no, non lo credo affatto.” – don Marco si fece molto serio e guardandola negli occhi proseguì – “ Forse adesso non capisci e le mie parole ti suoneranno piuttosto strane, curiose, ma ognuno di noi ha una strada diversa da percorrere, oserei dire unica, che spesso è cosparsa di ostacoli che ci sembrano insormontabili, ingiusti, a volte perfino terribili, il punto è sapere da quale prospettiva la osserviamo.   Quel qualcuno di cui ti parlavo prima invece lo sa benissimo ma non ci impone come guardare la nostra vita, però se glielo chiediamo, ci fornisce il buonsenso per osservarla dalla giusta angolazione.   Ne hai passate tante negli ultimi mesi, lo so, ma se non ti fossero successe tutte quelle cose, avresti scoperto il meraviglioso rapporto che ora hai ora con tua sorella?  Ne dubito.  E la malattia di tuo padre, terribile umanamente parlando, lo posso immaginare, ma senza di quella potresti provare verso di lui una tenerezza così profonda?” – don Marco aveva capito che Martina non sapeva niente di quello che Angela gli aveva confidato su Bruna, prevenendo la reazione che avrebbe avuto una volta a conoscenza del fatto, sperava di insinuare dentro di lei un germe di misericordia, di amore verso quell’uomo che si era comportato terribilmente abusando della sua posizione perché sapeva perfettamente che la rabbia, l’odio sono sentimenti che conducono ad una morte spirituale in grado di distruggere chi li prova – “Cerca di aver pazienza con tua madre, anche lei è anziana e tanto spaventata da tutto quello che sta accadendo così rapidamente, cerca di aiutarla come puoi, ma non farti divorare dai sensi di colpa, ora devi pensare soprattutto al tuo bambino.   Finora sei stata molto coraggiosa, continua così e per quanto riguarda tuo marito…è terribile ciò di cui è stato accusato, ma ricordati, per incolpare qualcuno di qualcosa sono necessarie delle prove, tutti hanno diritto al beneficio del dubbio, anche se ti ha ferito pesantemente aspetta di sapere la verità, c’è un’indagine in corso, forse ci sarà un processo, aspetta, non avere fretta di condannarlo, poi, solo alla fine, prenderai la decisione che riterrai giusta.   Poi, per quanto riguarda il lavoro, approfitta di questo tempo! – Martina lo guardò con aria interrogativa, non capiva di cosa avrebbe dovuto approfittare, erano gli altri che si stavano approfittando di lei – sì certo, il lavoro che stai svolgendo mi hai detto che è di routine, privo di grandi responsabilità no? Beh, menomale!  Svolgilo serenamente, dopo tanto tempo in cui sei stata sotto pressione mi sembra una benedizione che tu possa stare un po’ tranquilla ora che aspetti un bambino!  Poi, una volta che sarà nato penserai al da farsi, per ora goditela! D’altronde sono tante le cose che hai sul fuoco, prenditi del tempo altrimenti rischierai di bruciare tutto!”.  Mentre tornava a casa Martina capì perché Angela gli fosse così affezionata.

La notte prima del ricovero di suo papà Martina ebbe gli incubi come quando era bambina, quando frequentava la scuola materna li aveva quasi tutte le notti, odiava andare in quel luogo che per lei era sinonimo di distacco da sua madre, ma soprattutto da suo padre.  Il pensiero dell’allontanamento di Alberto dal suo ambiente, dal suo studio, dai suoi libri le provocò un profondo dolore.   Sapeva da Clara che ormai viveva in un mondo tutto suo, a stento e raramente riconosceva sua moglie e molto probabilmente non avrebbe riconosciuto nemmeno lei.  Si preparò per andare dai suoi ad assolvere quello che sarebbe stato l’ultimo atto della vita di Alberto che si sarebbe concluso nella clinica extra lusso.  Per tutto il tragitto chiese aiuto al suo bambino per affrontare una delle cose più difficili della sua vita.   Quando giunse all’attico suonò il campanello e Jennifer le venne ad aprire, il suo viso sempre aperto e gioviale era scuro, triste; lavorava per casa Carrisi da tanti anni, sicuramente conosceva di ogni membro pregi e difetti, di indole discreta, non aveva mai esternato le sue emozioni in pubblico, ma quel giorno, per quanto tentasse, non riuscì a nasconderle.   Martina entrando vide i bagagli di Alberto all’ingresso, poi entrò nel salone e la scena che le si presentò davanti fu un colpo al cuore: Alberto era seduto nella sua poltrona vestito di tutto punto, con il corpo era lì ma con la mente si trovava in chissà quale luogo, notevolmente smagrito, soprattutto in viso, con la pelle cascante che formava tante rughe, sembrava invecchiato di almeno dieci anni.  Quando la vide, a fatica riuscì a formulare la frase: “Buongiorno signorina, stia tranquilla, ho fatto tutti i compiti, tra poco posso andare a giocare?”.  Martina guardò immediatamente Clara per ottenere una spiegazione a quella domanda così assurda, ma sulle labbra di sua madre apparve uno sorriso di scherno che sembrava dire “Che ti avevo detto? Tuo padre è un demente!”, poi ad alta voce, certa che Alberto non avrebbe dato importanza alle sue parole le disse: “Ti ha scambiato per la signorina che gli faceva lezione a casa, sai che tuo padre non è mai andato a scuola fino all’università, pensa di essere il ragazzino di allora, ti avevo detto che non ci sta più con la testa, a volte non riconosce neppure me…”, incurante di come si potesse sentire Martina a quelle parole, Clara chiamò Jennifer per i bagagli e come un generale alla sua truppa ordinò a sua figlia di aiutarla a mettere il cappotto a suo marito, non c’era nessuna amorevolezza nell’azione che stava compiendo, lo strattonava come fa una bambina quando si arrabbia con la sua bambola; Alberto si fece fare tutto stranamente senza protestare, mentre Martina sentiva un nodo alla gola che la stava soffocando, emise due colpi di tosse per cercare di riprendere una respirazione normale, poi, mentre Clara lo sollevò afferrandolo sotto il braccio, lei fece altrettanto dall’altro lato e lentamente riuscirono a raggiungere l’ascensore ma una volta dentro, Alberto, vedendo la sua immagine riflessa nello specchio posizionato all’interno dell’abitacolo, iniziò ad urlare, l’espressione del viso palesemente spaventata, credeva ci fosse una persona che lo volesse aggredire, sia Martina che Clara faticarono non poco per calmarlo, ma alla fine ci riuscirono.   Estremamente faticoso e difficile fu anche riuscire a farlo sedere in macchina, Martina aveva un’utilitaria, ideale per la penuria di parcheggi in città, ma inadeguata per far entrare un anziano terribilmente debilitato come suo padre.  Dopo vari tentativi finalmente ci riuscirono e partirono.   Anche se la clinica distava circa un’ora dall’abitazione, si mossero in un orario in cui il traffico quotidiano si era già esaurito così da evitare il pericolo di rimanere imbottigliati rischiando di scatenare ulteriori ansie in Alberto; poi Martina accese la radio che sintonizzò su una stazione di musica classica, genere preferito da suo padre, e durante il tragitto rimasero in silenzio, ognuno immerso e perso nei propri pensieri.   Giunti a destinazione, una solerte infermiera candidamente vestita e truccata di tutto punto li accolse con un sorriso smagliante, ricordava più un’addetta alle PR di un hotel extra lusso pronta a ricevere il primo ministro ed il suo entourage che un’infermiera, quasi gridando pronunciò una frase di benvenuto come se la causa del ricovero del paziente in questione fosse la sordità e non l’Alzheimer.   Alcuni inservienti presero i bagagli, poi Alberto venne fatto accomodare nella hall mentre Clara sbrigava le pratiche per il ricovero.  Espletato tutto l’iter, Clara, Martina e l’infermiera dal sorriso a trentadue denti che spingeva Alberto su una sedia a rotelle, si recarono nella stanza che gli era stata assegnata.   Qui Martina ebbe un tuffo al cuore, la stanza era immacolata, profumava di pulito ma era anche terribilmente asettica, impersonale, spoglia, unico vezzo un piccolo vaso da fiori con due fiori di plastica colorati.   Pensò allo studio di suo padre a casa, con gli scaffali pieni zeppi di libri non solo di medicina, ma di romanzi, saggi, ed enciclopedie che ricoprivano le pareti, e su un ripiano l’immancabile giradischi per gli LP, suo padre diceva sempre che il suono generato dai supersonici stereo moderni mangiatori di cd non reggevano il confronto con quello prodotto dal suo vecchio apparecchio per i dischi in vinile.  Quattro possenti braccia di due infermieri sollevarono Alberto e lo misero sulla poltrona vicino alla finestra, poi si congedarono insieme a trentadue denti e chiusero la porta.  Clara disfece la valigia mettendo i vestiti e la biancheria negli armadietti, Martina invece sistemò tutti i prodotti per l’igiene nel bagno.   Una volta che tutto fu a posto giunse il momento di andare via, Clara fremeva, non vedeva l’ora di essere fuori di lì, il solo odore degli ospedali le dava la nausea e per i suoi gusti si era già trattenuta fin troppo, avrebbe voluto quasi correre verso l’uscita, mentre Martina continuava a fissare suo padre che, seduto vicino alla finestra, guardava senza vedere il giardino della clinica.  Gli si avvicinò, si sedette vicino a lui e, delicatamente, provò a mettere la sua mano sulla sua; in un primo momento sembrava che Alberto non si fosse affatto reso conto di quel contatto ma poi girò la sua mano e prese quella di Martina stringendola con le poche forze che aveva a disposizione senza mai distogliere lo sguardo dalla finestra, si stava svolgendo tra loro due un piccolo dialogo senza parole, una forte intimità si stava sprigionando da quel contatto che riportò Martina alla sua infanzia, quando si accoccolava in braccio a suo padre e, senza parlare, tutti e due godevano di quel momento esclusivo tra padre e figlia.   Martina avvertì la pressione di Clara che non aveva smesso di fissarla con occhi imploranti, così diede un leggero bacio sulla guancia a suo padre e si avviarono verso l’uscita. Clara, ripresa l’andatura da generale, con passo spedito arrivò alla macchina aspettando che sua figlia la raggiungesse, poi Martina la riaccompagnò a casa, la lasciò al portone e la salutò velocemente, non voleva rovinare il ricordo di quel breve momento con suo padre con una conversazione spiacevole.  Giunta a casa si sentì profondamente sola, ma grazie alle capriole che il suo bambino faceva nella pancia, tentò di opporsi a ciò che provava concentrandosi su di lui, tentò di immaginarsi il suo viso, a come sarebbe stato tenerlo tra le braccia, e questo le donò la calma e la tranquillità di cui aveva un disperato bisogno.

6 thoughts on ““Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 22 –”

  1. Il perdono è l’elisir dell’anima … ne beneficia più chi perdona … questo capitolo rappresenta perfettamente il potere del perdono … Angela anima pura ha perdonato Martina senza porsi la domanda se farlo o no … è sua sorella è parte di se è già pensa come proteggerla dalla terribile verità che dovrà svelarle.
    La malattia è rappresentata perfettamente nella solitudine di un uomo che per quanto colpevole di un atto abominevole mendica in quello sguardo assente una pietà che sa di non meritare… Clara è una stronza … esistono davvero persone così??? Spero proprio di no ….

  2. Bellissimo questo capitolo… Molto intendo, ci sono tanti spunti x riflettere. Certe volte si danno x scontato delle cose che invece scontate nn lo sono x niente. Bello anche l. Incontro tra le due sorelle.. Semplice, toccante e sereno….

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