“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio, cap.2

Eccomi cari amici del blog! Come promesso il secondo capitolo, buona lettura! –

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdfQuestione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio – cap 2 – 

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– Capitolo secondo –

Era trascorso un mese dall’incontro con Luca e da quel giorno s’interruppero definitivamente i contatti tra loro: non una telefonata e nemmeno un messaggino su whatsapp. Angela ovviamente non solo non ne fu sorpresa, ma nemmeno dispiaciuta, anzi era decisamente sollevata di non sentire più la sua voce, e poi, cosa mai avrebbero potuto aggiungere a ciò che non era già stato detto? A casa Carrisi nessuno fece parola sull’assenza improvvisa di Luca che, per due anni, con la sua moto, la veniva a prendere sotto casa. Nessuna domanda. Silenzio assoluto. Clara e Alberto ovviamente erano quasi certi che il padre del loro nipotino negato fosse Luca, ma ormai non era più, secondo loro, una cosa che li riguardasse; avevano chiarito la loro posizione ed erano determinati a seguire il flusso degli eventi senza interferire. Da circa un mese Angela non aveva notizie nemmeno di sua sorella Martina e aveva anche notato dei cambiamenti alla routine domenicale della famiglia: senza averla informata, come se fosse sempre invisibile, Clara e Alberto, invece di invitare Martina e Massimo, andavano, con il pranzo preparato ogni volta da Clara, a casa loro, perciò Angela pensò che sua mamma avesse informato Martina del bambino. Ed infatti Clara lo aveva dovuto fare suo malgrado, ma non disse niente perché voleva continuare a fare finta di niente, quando qualcosa andava contro i suoi piani adottava sempre la stessa modalità, ignorare la realtà, così avrebbero potuto continuare i pranzi domenicali con la sua prediletta senza dover affrontare l’inevitabile cambiamento del corpo di Angela. Una volta informata, Martina rimase letteralmente scandalizzata, gli occhi sgranati e la voce in falsetto, stridula, che incredula ripeteva, sotto forma di domanda, l’affermazione fatta poco prima da Clara “Angela è incinta?”. Evidentemente la memoria a breve termine di Martina le aveva fatto dimenticare che anche lei aveva fatto sesso con altri due ragazzi prima di suo marito ma la motivazione di tanta rabbia non c’entrava affatto con la morale. Angela le aveva tolto la possibilità di diventare mamma per prima. Martina, sebbene non avesse alcuna intenzione di affrettare i tempi, non tollerava l’idea di essersi fatta soffiare quel primato: era sempre stata la prima; fin da bambina aveva eccelso nella scuola, nello sport, nell’avere il fidanzato perfetto, e poi la laurea col massimo dei voti, il lavoro prestigioso e infine un matrimonio da fiaba. Angela col suo bambino aveva sconvolto la sua impeccabile pianificazione diventando la sua antagonista in una guerra ininterrotta e mai conclusa. Il rancore l’aveva invasa ad un punto tale che mandò un messaggio a sua sorella chiedendo di incontrarla. Angela ne fu abbastanza sorpresa, Martina non la chiamava mai e quando veniva a casa non s’interessava mai né a lei né a quello che faceva. S’incontrarono al bar sotto casa, Angela capì subito che l’indifferenza che aveva caratterizzato il loro rapporto si sarebbe trasformata in qualcos’altro: la vide incedere con passo sicuro nel suo trench firmato e l’inseparabile tacco dodici, e il suo sguardo non prometteva niente di buono.
Nessun saluto, nessun abbraccio, si sedettero fuori del bar in un tavolino appartato. L’intensità del profumo di Martina arrivò con prepotenza al naso di Angela che dovette fare un profondo respiro per soffocare un conato, subito percepì che la bomba stava per esplodere. “E così sei incinta, ma brava, hai una vaga idea del dolore che hai dato a mamma e papà?”, esordì Martina. Le parole le uscirono di botto con la tipica vocina stridula che caratterizzava ogni sua parola quando era contrariata. Angela fece appello a tutta la calma disponibile e le replicò: “Non ti preoccupare per mamma e papà, non li coinvolgerò col bambino, quando sarà nato ce ne andremo via, lontano da qui, e resteremo per loro solo un brutto ricordo”. “Ma tu li hai già coinvolti! – gridò Martina – non arrivi a capirlo???? Che dirà la gente, che diranno i vicini quando comincerai a lievitare? quando assumerai l’aspetto di una mongolfiera?”. “Ecco, ci siamo – pensò – Angela: ‘gli altri’, la sua maggiore preoccupazione è che gli altri possano interferire col loro giudizio sulla sua percezione di famiglia perfetta. È preoccupata che mamma e papà possano distogliere per un po’ la loro attenzione su di lei, la principessa, come la chiama papà, non ha capito che tanto ce ne andremo per non tornare mai più, di sicuro non mi crede.”. Intanto Martina era diventata un fiume in piena, la rabbia fece esplodere le sue parole con tanta violenza da non lasciare altro posto oltre la cattiveria: “Da quando sei venuta a far parte della nostra famiglia hai creato solo un mucchio di problemi: non dormivi mai di notte, hai impedito a mamma e papà di godersi la loro libertà, non hai mai fatto sport, sempre a casa a rimbambirti con quelle maledette cuffiette nelle orecchie, sei sempre stata solo un peso per tutti noi!”. Mentre Martina le vomitava addosso tutta quella violenza, Angela tornò con la mente alla sua infanzia: certo non poteva ricordarsi molto di quando era piccolissima, ma sapeva di aver avuto una tata da neonata, lo sapeva perché Clara glielo aveva detto, inoltre, verso i due o tre anni, ne aveva avuta un’altra, Maria, che era sempre con lei, la faceva mangiare, giocava con lei con le bambole, la rassicurava quando di notte si svegliava tremante durante il temporale. Angela ricordò quella signora dagli occhi dolci che le cantava la ninna nanna e le raccontava delle storie fantastiche prima di addormentarsi e che, per settimane, si occupava di lei, di Martina e della casa quando i suoi genitori partivano per lunghi periodi. Per quanto riguardava lo sport Martina aveva ragione, non ne aveva mai praticato veramente uno, o meglio, lei avrebbe voluto fare kickboxing, ma Clara lo reputava uno sport inadatto ad una bambina, così era trotterellata dal nuoto all’equitazione, dalla scherma alla danza accumulando insuccessi con la conseguente delusione di Clara. L’unica cosa su cui sua madre non intervenne mai fu il suo amore per la musica che poteva ascoltare purché gli altri abitanti della casa non fossero costretti a condividere con lei questa passione. Mentre stava ripensando a tutto ciò, i suoi ricordi vennero interrotti dalla voce di Martina che era diventata ancora più acuta: “Ma mi stai ascoltando? Papà ti aveva proposto l’unica soluzione sensata al tuo sbaglio e l’hai rifiutata. Tipico da parte tua. Non rovinerai la crociera che da tempo stanno progettando e non rovinerai nemmeno la mia vacanza! Partirò con Massimo per il Kenya, ce la meritiamo questa pausa dopo un anno di duro lavoro, faremo dei safari e ci riposeremo come previsto; vedi di non fare ulteriori danni e assicurati di essere invisibile da ora in poi!”. Bruscamente Angela si ritrovò catapultata nella realtà, Martina le sembrò ancora più distante, quando si rese conto che la sorella aveva smesso di parlare per assaggiare appena il suo caffè, rigorosamente senza zucchero, si alzò in piedi e le disse: “State tranquilli io non ci sono e non ci sarò, anzi, non ci sono mai stata”, pagò il conto e se ne andò.
I giorni passavano con grande velocità ed Angela, a fatica, cercava di concentrarsi sui compiti. Le nausee stavano passando e in settimana sarebbe tornata dalla ginecologa per il controllo mensile. Non era particolarmente preoccupata. Aveva contattato un consultorio dal momento che il suo budget era molto ridotto e non voleva chiedere altri soldi ai suoi genitori. Aveva pochi risparmi da parte e con le ripetizioni di latino che dava ad un ragazzino del ginnasio avrebbe avuto il necessario per pagarsi le visite mediche e forse qualche vestitino per il neonato, al resto avrebbe pensato poi, tanto non avrebbe avuto altre occasioni per spendere quel denaro, sapeva che la sua mente, i suoi pensieri sarebbero stati solo per il bambino. Nel pomeriggio si recò alla visita da sola, si disse che non era importante ci fosse qualcuno con lei, tanto sarebbe stata forte per tutti e due, in fondo era molto meglio stare sola che con qualcuno che avrebbe finto di amarla o peggio, che avrebbe tollerato a fatica tutta la situazione. Prese l’autobus con le sue inseparabili cuffiette nelle orecchie sentendosi catturata da un vortice di emozioni: ansia, felicità, curiosità; con tutta probabilità quel giorno avrebbe saputo se la sua creatura era un lui o una lei. Giunta allo studio, i discorsi che si era fatta poco prima sul beneficio di essere da sola crollarono miseramente: vedere tutte quelle donne incinte con il proprio compagno accanto, i volti sorridenti e complici pieni di tenerezza e speranza la fecero sentire fuori posto. Si sedette in disparte, lontana il più possibile dagli altri, temeva le potessero chiedere del padre del suo bambino e che magari, sentita la risposta, dovesse poi affrontare sguardi pieni di compassione che non sarebbe stata in grado di sostenere. Chiamarono il suo nome, si alzò evitando di guardarsi intorno e salutò la dottoressa che, pur essendo piuttosto giovane, lavorava nel consultorio già da diversi anni ed era abituata al via vai di ragazzine che si presentavano nel suo studio per lo più accompagnate da una coetanea, raramente dal ragazzo e quasi mai dalla madre. La dottoressa la mise subito a suo agio e la fece sdraiare sul lettino per la visita. Angela provò una sensazione strana, mentre la dottoressa la visitava, si sentiva distante, come quei malati che raccontano la loro esperienza durante il coma. Sostengono di aver visto loro stessi fluttuare sul soffitto della stanza d’ospedale in cui erano ricoverati e osservarsi inermi e immobili sul letto; perfino quando la dottoressa le comunicò che tutto procedeva nella norma, Angela non provò alcuna emozione, si limitò ad annuire passivamente, ma qualcosa cambiò quando le fece l’ecografia. Sentire quel cuoricino battere con prepotenza la risvegliò, si voltò a guardare il monitor corrugando la fronte mentre tentava di capacitarsi che quel rumore provenisse proprio dall’interno del suo corpo, e, mentre guardava, la dottoressa le comunicò che il bambino in verità era una bambina, a quel punto Angela cominciò a piangere sommessamente, con discrezione, liberandosi, almeno per un po’, dall’angoscia accumulata, muovendo solo le labbra riuscì a dire: “Ti voglio bene.”.
Gli esami di maturità si stavano avvicinando sempre di più e Angela cominciò a realizzare che ancora non aveva pensato a dove sarebbe andata a vivere con sua figlia dopo il parto. Fino ad allora aveva sempre allontanato la questione, ma la sua pancia cresceva a vista d’occhio ricordandole che ormai non poteva più rimandare. Il patto con i suoi era stato chiaro, doveva lasciare la casa subito dopo aver partorito quindi ora doveva trovare una soluzione. Aveva escluso di chiedere aiuto alla cerchia dei parenti, troppo simili ai suoi genitori, ma non poteva rivolgersi nemmeno alle amiche, tra l’altro non così numerose, in effetti erano solo due, Carla e Bruna, due gemelle sue compagne di scuola; con loro aveva un buon rapporto, ma non proprio così intimo, erano entrambe affettuose con lei, ma probabilmente il fatto di essere gemelle rendeva il rapporto tra sorelle unico, esclusivo, difficilmente aperto ad altri, e quando, raramente, permettevano a qualcun altro di accedervi, costui si ritrovava a ricevere consigli e pareri doppi e spesso contrastanti l’uno con l’altro creando ancora più confusione in chi si era rivolto a loro. Angela nutriva già una serie di timori, gli esami, il parto, trovarsi un lavoro, e di certo non aveva bisogno di consigli che potessero generare ulteriori dubbi. Era sola, ne stava prendendo atto, ed un senso d’impotenza stava per invaderla quando il suo sguardo si fermò su una foto racchiusa in una cornice d’argento, unico tipo di cornice che Clara concepiva, situata sulla sua scrivania; la raffigurava sorridente nel giorno della sua prima comunione. Prima ed ultima perché né Angela né la sua famiglia erano praticanti. Clara ed Alberto avevano fatto battezzare tutte e due le loro figlie che in seguito avevano frequentato il catechismo per poter fare la prima comunione, ma solo perché la gente non potesse dire che fossero dei miscredenti, poi nella loro famiglia tutti avevano battezzato e fatto fare la prima comunione ai loro figli, non potevano certo essere da meno! Angela ricordava quella domenica perfettamente, nella foto sorrideva felice perché almeno per un giorno era stata lei al centro dell’attenzione e non Martina, tutti gli invitati le avevano fatto gli auguri e tutti i regali erano stati solo per lei, sua madre e suo padre non l’avevano potuta ignorare e lei si era sentita profondamente amata anche se solo per un giorno, poi, a mezzanotte, come Cenerentola, la magia era svanita, ma quel ricordo rimase per sempre. Ma ad Angela vennero in mente altri momenti di quella giornata, come l’omelia festosa e divertente di don Marco, un prete giovanissimo di appena venticinque anni, dal viso sereno, sorridente, benevolo verso i venti ragazzini che aveva imparato a conoscere durante i due anni del catechismo, ed in particolare ricordò una frase: “Questi bambini e queste bambine oggi faranno la prima comunione, attenzione, la prima non vuol dire prima ed ultima, mi raccomando!”, e tutta l’assemblea aveva riso divertita. Ma per Angela fu proprio così. Le domeniche successive, Carla ed Alberto erano impegnati in una fervente vita mondana, il golf, un pranzo al circolo del tennis, una gita in luoghi enogastronomici all’ultimo grido e, nonostante le prime volte Angela avesse tentato timidamente di convincerli a modificare i loro programmi, non c’era riuscita ed alla fine ci aveva rinunciato. Ricordando quel giorno pensò che don Marco forse sarebbe stata la persona più adatta a cui chiedere un consiglio anche se non sapeva spiegarsi il perché, così telefonò in parrocchia chiedendo un appuntamento per l’indomani. Quel pomeriggio alle cinque in punto, Angela incontrò don Marco che da qualche anno era diventato parroco, l’abbracciò sorridente e la fece accomodare nel suo studio. Era una giornata molto calda, ma la finestra aperta faceva entrare una brezza piacevole. Don Marco si ricordava perfettamente di Angela anche se non la vedeva dai tempi del catechismo, ma ebbe l’intelligenza di non sottolinearlo. “Sono davvero felice di rivederti Angela, come stai? che scuole stai frequentando?”, Angela in un primo momento rimase un po’ sorpresa da tanta affabilità. Si ricordava di quanto don Marco fosse stato sempre socievole, allegro, accogliente, ma si aspettava un minimo di rimbrotto per non essere stata in quegli anni una cristiana assidua. Niente di tutto ciò avvenne. Così rimase in silenzio, spiazzata per qualche secondo, ma capendo che era sinceramente interessato, gli raccontò tutto: la gravidanza inattesa, la reazione dei suoi genitori, di Martina, di Luca; don Marco l’ascoltò annuendo senza interromperla mai, aspettando che quel flusso inesauribile di parole finisse. Quando terminò di parlare, Angela si sentì sollevata, finalmente aveva potuto, dopo vari mesi, confidarsi con qualcuno completamente, senza ricorrere a nessun filtro, e il pianto liberatorio che ne conseguì la lasciò sorpresa, le fece realizzare per la prima volta quanto avesse tenuto compressi tutti i sentimenti e le emozioni vissute in quel lungo periodo. Ma chi era don Marco? Era un sacerdote, un uomo molto amato dai suoi parrocchiani, soprattutto dai giovani, perché era in grado di dare una parola ad ognuno facendolo sentire unico, speciale. Non dispensava mai consigli standard, ogni parrocchiano era per lui un’entità ben precisa, con una storia personale che non doveva essere associata ad altre, inoltre aveva una caratteristica piuttosto rara tra i ministri di Dio, era dotato di uno spiccato senso pratico. Guardò Angela fissandola negli occhi e le disse: “Hai già pensato a dove starai una volta nata la bambina ed anche a come mantenerla? Sì, mi hai detto che i tuoi ti daranno un contributo ogni mese, ma immagino che ti servirà anche avere a disposizione qualcosa in più soprattutto per crearti una sorta di indipendenza economica che comunque potrà tornare utile a te a tua figlia nel futuro, non credi?”. Angela ascoltò le parole di don Marco e replicò: “Hai ragione don Marco su tutto, per prima cosa mi serve un posto dove stare con la mia bambina, ma anche un lavoro! Ma che lavoro pensi potrei mai fare?? Non ho mai lavorato in vita mia, ho fatto solo delle ripetizioni a qualche ragazzino svogliato. Ma ammesso che possa trovare qualcosa, a chi potrei lasciare la bambina mentre lavoro? Don Marco, ho paura, ho paura di non farcela, ti prego, aiutami!”. Don Marco le prese le mani e facendo un enorme sorriso le disse: “Non preoccuparti, vedrai, tutto andrà bene.”. Appena finì di parlare, Angela ebbe la netta sensazione che veramente tutto si sarebbe risolto e lo attribuì al fatto che finalmente aveva trovato chi aveva saputo ascoltare ma anche rassicurare una ragazza che, anche se stava per diventare mamma, aveva solo diciotto anni. Tornò a casa col cuore decisamente più leggero, ma soprattutto con un nome ed un indirizzo su di un pezzo di carta. Don Marco le aveva indicato un centro per ragazze madri gestito dalla parrocchia, situato a circa un’ora di macchina da casa sua che ignoti benefattori, grazie alle loro donazioni, supportavano. Alcune ospiti condividevano con Angela una situazione simile, altre si trovavano lì per ragioni completamente diverse, ma tutte avevano un unico scopo: proteggere e far crescere sereno il loro bambino. Per il lavoro don Marco le aveva promesso che avrebbe scritto personalmente ad una coppia del paesino proprietaria di un piccolo bistrot che era alla ricerca di una cameriera a partire dall’estate. Il centro di accoglienza per ragazze madri era organizzato con un piccolo asilo nido gestito da personale che si prendeva cura dei bambini mentre le loro mamme lavoravano, Angela quindi non si sarebbe dovuta preoccupare dell’aspetto organizzativo dopo la nascita della bambina: gli esami di maturità prima ed il parto poi sarebbero stati gli unici due ostacoli che lei poteva e doveva affrontare da sola. Tornata a casa ed entrata nella sua camera, si guardò allo specchio e si sorprese nel vedere il suo viso per la prima volta sorridente dopo tanti mesi, anche se non credeva ad un Dio padre e ad una donna che i cristiani chiamano madre di Dio, cominciò a recitare l’Ave Maria, le sue labbra si mossero meccanicamente e pensò che forse uno sconosciuto lassù nel cielo si era accorto di lei.
*
In città quei giorni c’era una vera e propria canicola e per strada si vedevano persone accaldate che cercavano un po’ di refrigerio nei negozi o nei bar che avevano l’aria condizionata. La scuola era finita, ma non per Angela che ogni mattina doveva affrontare un’operazione titanica: alzarsi e mettersi a studiare per l’esame ormai prossimo. La pancia stava crescendo e anche se le nausee erano pressoché finite, avvertiva un senso di spossatezza che le faceva rimandare di qualche minuto il momento di alzarsi, segnalato rumorosamente dalla sveglia. Raccogliendo tutte le forze si lavava, si vestiva e poi andava in cucina per prepararsi la colazione. Ogni mattina incontrava Clara che, vestita di tutto punto e truccata, sembrava uscita dalla copertina di una rivista di moda. Seduta, beveva il caffè leggendo il giornale in silenzio e talmente assorta nella pagina finanziaria che non si accorgeva (o forse sì) della sua presenza. Angela timidamente si sedeva e mangiava anche lei senza parlare, le sarebbe bastato un “ciao”, o almeno uno sguardo di sua madre per farla sentire meno sola, ma quell’indifferenza le impediva di rompere il silenzio, così, terminata la colazione, metteva la tazza nella lavastoviglie e, sconfitta, si recava nella sua camera a studiare, accompagnata dalle sue paure. Ogni volta si ripeteva ciò che gli aveva detto don Marco e si sforzava di credere con tutta se stessa che sarebbe andato tutto bene, in fondo, pensò, non aveva bisogno della sua famiglia, la sua bambina avrebbe comunque avuto una mamma premurosa e attenta che l’avrebbe fatta sentire amata. Durante i pasti principali, quando anche suo padre era presente, lei continuava ad essere invisibile. I suoi facevano un gran parlare della crociera ormai imminente, dei posti che avrebbero visitato, degli amici importanti di cui si sarebbero circondati, delle varie attività che avrebbero svolto, continuando ad ignorarla.
Giunsero i giorni degli scritti e Angela seppe di averli superati con buoni risultati ma c’erano ancora gli orali da affrontare verso la metà di luglio; intanto la bambina cresceva bene, sana, dentro di lei, e questo le dava la forza di andare avanti per superare non solo l’esame, ma soprattutto la paura del parto. Alla dottoressa, nell’ultima visita, aveva posto ogni tipo di domanda per arrivare il più serenamente possibile a quel traguardo, aveva resistito con tutte le sue forze alla tentazione di cercare in rete le risposte, così come la dottoressa le aveva consigliato, altrimenti la sua mente avrebbe galoppato incrementando i timori. Gli orali andarono molto bene ed il pomeriggio stesso Angela si recò in parrocchia da don Marco per definire gli ultimi dettagli della sua futura sistemazione. I volontari avevano già portato gran parte delle sue cose al centro ed il trasferimento definitivo venne concordato per i primi di agosto, i suoi genitori sarebbero partiti alla fine di luglio, così sarebbe stata sola nell’affrontare il trasloco, ma non invisibile.
Ormai i monitoraggi erano molto frequenti e nell’ultimo la dottoressa le aveva detto che stava proseguendo tutto nella norma e che avrebbe partorito nel tempo prestabilito. I suoi genitori partirono senza un saluto, uno sguardo, non aspettarono nemmeno il risultato degli esami di maturità e, ovviamente, non le chiesero nulla. Una mattina, molto presto, arrivò un taxi dove caricarono le numerose valige e chiusero la porta. Angela si accorse della loro partenza dall’assenza dei bagagli. Quelle notti di fine luglio erano particolarmente calde, la casa era vuota e nel palazzo erano rimaste poche persone. In quel condominio elegante abitavano essenzialmente liberi professionisti, le loro famiglie erano già state spedite nella seconda casa al mare. Il silenzio regnava sovrano. Verso sera le paure sembravano attenderla dietro le porte di ogni stanza, per questo mangiava in fretta in cucina e poi si ritirava nella sua stanza, unico ambiente della casa che sentiva suo, con la sua musica a farle compagnia; l’ascoltava direttamente dallo stereo, visto che non avrebbe dato fastidio a nessuno, così avrebbe avuto anche tutti i sensi in allerta se per caso un estraneo si fosse introdotto in casa. Faceva molto caldo, le finestre erano spalancate ed ogni sera si addormentava rivolgendosi alle stelle, chiedeva aiuto e protezione per lei e la sua piccola. Una mattina, molto presto, erano circa le tre, si alzò per andare in bagno, ma un liquido trasparente, tiepido e piuttosto abbondante le scorse tra le gambe e capì che la piccola aveva deciso di anticipare i tempi. Sentì un’onda di panico che la stava per invadere, respirò profondamente più volte e cercò di razionalizzare: “Tranquilla Angela, devi stare tranquilla, tante donne hanno avuto figli, dov’è il problema? Ora prendi il cellulare e chiami quella signora della parrocchia con cui don Marco ti ha messo in contatto,”, purtroppo, anche dopo diversi tentativi, la signora non rispose, sentì le contrazioni giungere con una certa frequenza, a quel punto Angela pensò che l’unica persona che concretamente forse sarebbe venuta in suo soccorso era don Marco, così lo chiamò, pregando che non avesse il telefono staccato. Dopo pochi squilli una voce assonnata rispose: “Pronto?” – “Sì, pronto, don Marco? Sono Angela”, “Ah, Angela, dimmi, che c’è?”, “C’è che la bambina ha deciso di venire al mondo prima del tempo, la signora Anna non mi risponde, mi si sono rotte le acque e ho le contrazioni, che faccio? Ho paura don Marco, sono sola a casa e non so come andare in ospedale!”, disse Angela, “Stai calma, – le rispose don Marco con voce rassicurante – intanto chiama un taxi, purtroppo non ho la patente, mentre aspetti che arrivi, corro subito da te, non ti preoccupare, non sei sola, il Signore e la Madonna sono con te, non dimenticarlo!”. Angela, che nel frattempo respirava profondamente tentando di attenuare il dolore delle contrazioni, riuscì solo a dire: “D’accordo don Marco, ma vieni presto perché quei due che tu hai detto io non li vedo qui con me e ho paura!”. Don Marco arrivò di corsa sotto casa di Angela, lo stava aspettando al portone, con una mano si reggeva la pancia e con l’altra teneva un borsone di stoffa, una smorfia di dolore a stento trattenuta le comparve sul viso. Il tempo di salutarsi ed il taxi arrivò. Don Marco gridò al tassista di correre all’ospedale e si mise a pregare incessantemente muovendo appena le labbra. Arrivarono al pronto soccorso e Angela fu subito messa su una barella, sentiva le contrazioni giungere ormai ad intervalli regolari e, mentre una dottoressa la stava visitando, vide una bella ragazza più o meno trentenne, slanciata, con lunghi capelli castani e vestita in modo casual che si stava avvicinando a lei con un sorriso rassicurante che le disse: “Ciao Angela, sono Valeria, un’operatrice del centro d’accoglienza, mi ha chiamato don Marco, stai tranquilla, se vuoi rimango con te durante il travaglio.”. Angela, raccogliendo tutte le forze a disposizione, dopo un profondo respiro le rispose: “Aiutami, non lasciarmi sola, le contrazioni sono ormai vicinissime e ho una paura tremenda!”. Mancava veramente poco, Valeria le stette vicino monitorando le contrazioni, le diede la mano e la confortò tra una contrazione e l’altra con una voce calma, calda, priva di ansia. Negli anni aveva assistito tante ragazze come lei, giovanissime e spaventate, sapeva quanto fosse importante farle sentire rassicurate e tranquille senza assumere toni piagnucolosi e lamentosi. L’ostetrica la visitava ogni quindici minuti, e Angela, quasi a dilatazione completa, sentì impellente la necessità di spingere ma sapeva di dover resistere ancora per qualche minuto così come le avevano insegnato al corso. Finalmente la portarono in sala parto, Valeria tutta bardata con camice e mascherina, seguì la barella e le fu accanto fino a quando Angela, con una seconda spinta, in cui pensò per un attimo che sarebbe morta, sentì un vagito prorompente, intenso, era la sua piccolina che con prepotenza si affermava nel mondo. Tre chili e quattrocento grammi, cinquantuno di lunghezza: Chiara. Oddio, se si considerava l’enorme quantità di capelli dritti come aghi di pino e soprattutto neri neri, il nome non sembrò essere il più adatto, ma ormai Angela aveva deciso. La neo mamma venne portata nella sua camera e la puericultrice le mise in braccio la bambina, appena quella frugoletta sentì l’odore della sua mamma cercò affannosamente il seno e cominciò a succhiare avidamente. Angela sentì qualcosa dentro di lei che non sapeva spiegare, emozioni contrastanti sgomitavano tra loro per prevalere: tenerezza, amore, soddisfazione, ma anche tanta preoccupazione, senso d’inadeguatezza e poi… rabbia, rancore verso i suoi genitori, verso la sua famiglia e verso Luca. Mentre stringeva Chiara tra le braccia le sue spalle cominciarono a tremare in modo convulso dando pieno sfogo ad un pianto dirotto ed irrefrenabile. Valeria che le era accanto non disse niente, le prese solo la mano e gliela strinse per dimostrare non solo solidarietà, ma sincero affetto per quella ragazzina di diciotto anni che aveva appena superato uno degli ostacoli più difficili nella vita di una donna. Dopo due giorni Angela fu dimessa con la sua bambina, Valeria e don Marco vennero a prenderle per condurle al centro d’accoglienza. Il posto era a circa un’ora di macchina, e Angela, seduta sul sedile posteriore accanto alla scocca dove Chiara dormiva beatamente, osservò dal finestrino il magnifico paesaggio che le si palesò davanti: alberi che incorniciavano una strada stretta, campi immensi, balle di fieno posizionate da mani esperte che sembravano pedoni su di un’enorme scacchiera. La temperatura era piuttosto alta, la macchina segnava trentacinque gradi e viaggiavano senza aria condizionata a causa della bambina. Ma Angela non soffriva il caldo, lei amava l’estate e non si lamentava mai per le alte temperature, inoltre la mente era catturata da tanti pensieri che le mulinavano in testa a velocità vorticosa: le sarebbe piaciuta la nuova casa? la bambina sarebbe stata tranquilla o avrebbe pianto tutte le
notti? l’assegno mensile dei suoi genitori sarebbe bastato? e il lavoro? don Marco non le aveva ancora detto nulla… i due proprietari del bistrot per caso avevano cambiato idea e non avevano più bisogno di lei? Tante domande al momento senza risposta, ma almeno una, qualunque essa fosse, Angela la voleva in quel momento, così decise di rompere il silenzio e chiese a don Marco, che nel frattempo stava dormicchiando sul sedile davanti, “Don Marco ma per quanto riguarda il lavoro, che mi dici?”. Appena posta la domanda il cuore di Angela cominciò ad accelerare il battito, temette di ricevere una risposta negativa, ma don Marco rispose: “Certo, potrai iniziare appena ti riprendi, la bambina potrai allattarla al lavoro, Valeria te la porterà, poi ci penserà sempre lei a riportarla a casa dove ne avrà cura fino a che non avrai terminato il turno. Non ti nascondo che sarà dura, ma non preoccuparti Angela, tutte le persone del centro ti daranno una mano, sono abituate ad aiutarsi l’una con l’altra, se poi avrete bisogno di me, in un’ora circa sarò da voi, Dio ci aiuterà.”. Ormai mancavano pochi chilometri, quando arrivarono Angela rimase senza parole: le si aprì dinanzi una distesa verde con delle piccole casette, e una costruzione più grande dove c’era una lavanderia all’americana a disposizione di tutti gli ospiti ed un’altra sala piuttosto grande destinata ai momenti d’incontro dotata di un grande televisore di ultima generazione. La sala era fornita di bollitori e diversi tipi di tè, caffè solubile, zucchero; un piccolo frigorifero che conteneva succhi di frutta, latte ed alcune bottiglie d’acqua, tutto il necessario perché ogni ospite del centro potesse sentirsi un po’ come a casa propria. La casetta di Angela era piccola ma confortevole, aveva tutto il necessario: un angolo cottura ben attrezzato, un piccolo frigo ed una dispensa pieni di cibarie, un minuscolo bagno fornito di doccia, e un letto con un tavolo e due sedie. Sopra c’era un soppalco a cui si accedeva con una scaletta di legno e Angela intravide un armadio abbastanza capiente, una cassettiera ed una piccola libreria. Ogni casetta era dotata di un piccolo terrazzino all’entrata e di un giardino minuscolo dove ognuno, se voleva, poteva piantare ciò che più desiderava. Don Marco fece da cicerone in questa breve visita guidata e cercò di captare da Angela ogni minima reazione. Lei osservò ogni cosa con gli occhi di un bambino al quale si fa una bella ed inaspettata sorpresa, la casetta era molto migliore di come se l’era immaginata; l’idea di poter stare sola con la sua bambina senza dover dare conto a nessuno delle sue azioni le procurò una sensazione di sollievo, ma nello stesso tempo la spaventò: sarebbe stata in grado di gestire Chiara da sola e soprattutto di notte? Don Marco, come se le avesse letto nel pensiero le disse: “Non preoccuparti per le notti, se Chiara piangerà e ti rendi conto di non farcela più, puoi con questo walkie talkie chiamare aiuto; ogni notte, a turno, un’operatrice è a disposizione delle ospiti, lo so, è solo una, ma mica tutte contemporaneamente si metteranno a chiamare, non credi?”. L’idea che qualcuno sarebbe stato lì tutte le notti anche per lei la fece sentire meglio, così cercò di godere di quei bei momenti in cui, per uno strano incantesimo, ci si sente circondati e supportati da persone che, anche se ancora non le si conosce bene, cercano di farti sentire protetta e amata.
Don Marco la salutò per darle il tempo necessario di ambientarsi e sistemare le sue cose. Chiara dormiva placidamente nella carrozzina totalmente ignara di quello che le stava accadendo intorno, esibiva un sorriso dolcissimo che le illuminava tutta la faccina, quel sorriso tipico dei bebè quando sognano, dando ad Angela una forza interiore per affrontare tutte quelle novità che la stavano travolgendo. Dopo aver sistemato tutte le sue cose ed aver allattato Chiara, Angela raggiunse Don Marco nella sala ricreativa mentre Chiara stava facendo un altro sonnellino pienamente appagata dopo aver mangiato. Sapeva che ora avrebbe dovuto affrontare la prima difficoltà, separarsi da Don Marco che doveva tornare per occuparsi dei suoi parrocchiani. In fondo il distacco sarebbe stato solo per poco tempo perché sarebbe tornato ai primi del mese successivo per il brainstorming mensile, lei questo lo sapeva, ma non poteva fare a meno di sentirsi persa, quell’uomo era stato genitore, amico, fratello, inoltre la sua serenità aveva qualcosa di soprannaturale che le fece sperare in un’entità superiore che per un qualche motivo avrebbe avuto cura di lei e della sua bambina, non sapeva spiegarsi questa sensazione ma decise di zittire la sua ragione. Don Marco cercò di rassicurarla intuendo quello che Angela stava provando, per tanti anni aveva aiutato tante ragazze nella sua stessa situazione. Dopo averlo salutato, Angela si rese conto in quel momento che l’unica cosa che voleva era restare sola con Chiara, voleva affrontare subito tutto quello che le faceva paura: la solitudine, l’inadeguatezza, la lotta contro tutti i pensieri negativi che erano dietro ogni angolo, così si diresse verso la sua abitazione, però sentì forte l’impulso di condividere con qualcuno quello che stava vivendo, prese il cellulare ma chi avrebbe potuto chiamare? Le gemelle? Come avrebbero potuto comprendere la sua situazione attuale, ora erano in vacanza in chissà quale parte del mondo insieme ad altri ragazzi avendo come unico pensiero quello di divertirsi. Martina? Neanche a parlarne! Le aveva detto chiaramente di non farsi più sentire, che per lei e la sua famiglia non esisteva più, quindi i suoi genitori nemmeno li prese in considerazione, praticamente non c’era nessuno con cui confidarsi, poi, pensandoci bene una persona, una sola, la individuò: Andrea. Si sorprese a pensare a lui, a quel ragazzo dall’espressione scontrosa, sempre con un ciuffo di capelli che gli cadeva sulla fronte, pronto a nasconderlo come fosse un muro che lo rendeva inaccessibile a tutti, meno che a lei. Con lei si trasformava, diventava quasi affabile, la sua voce miracolosamente si addolciva, diventava calda, ogni parola sembrava soppesata, calibrata e, a differenza di quando rispondeva agli altri, la guardava direttamente negli occhi spostando quel ciuffo che era la sua difesa. Angela fece uno sforzo con la memoria e ritornò al giorno in cui aveva detto alla classe di essere incinta. Le tante emozioni che l’avevano sopraffatta forse le avevano impedito di vedere ciò che aveva davanti agli occhi in maniera oggettiva: si, ora cominciava a ricordare qualcosa…Andrea le sedeva di fronte, all’ultimo banco, e lei, dalla cattedra dove si era posizionata per dare il grande annuncio, stava ricordando che lo vedeva bene. La mente cominciò a schiarirsi e si rese conto di ricordare perfino come era vestito, una felpa grigia con l’inseparabile cappuccio, una scritta sul davanti di una qualche università americana, rammentò anche che si accorse di quanto risaltasse il grigio azzurro dei suoi occhi e si, dopo l’annuncio ricordò nitidamente che in quei magnifici occhi percepì uno stupore e subito dopo una tristezza che non l’abbandonarono per tutto il resto dell’ora. Sul momento non si spiegò quello sguardo, e anche adesso, a mente fredda, faceva fatica a capirlo. Fu forse questo a spingerla a chiamarlo ed Andrea rispose quasi subito: “Ciao Angela, come stai?”, Angela sentì appena la sua voce, come se parlasse sottovoce, e gli disse con una voce squillante, leggermente eccessiva, tentando di nascondere ciò che aveva dentro: “Ciao Andrea, sai, poi ho avuto una bambina! Si chiama Chiara, sapessi quanto è bella!”, voleva dare a quella conversazione un andamento leggero, discorsivo, quello tipico del come stai, come trascorri le vacanze, che libro hai letto di recente, ma evidentemente non ci riuscì perché Andrea, dopo averla ascoltata, la bersagliò con una raffica di domande: “Ho saputo della bambina, ma cosa è successo? Stai male? Hai bisogno di qualcosa?” Insomma, quasi non le dava il tempo di rispondere, Angela avvertì nella sua voce ansia e sincera preoccupazione per lei e prima di rispondergli fece un profondo respiro coprendo il microfono con la mano tentando di riprendersi: “Tutto ok, grazie Andrea, ma non è facile…qui sono gentili e premurosi, sono appena arrivata con Chiara e ci siamo sistemate, ma per ambientarsi ci vuole un po’… credo. Ma perché non mi hai chiamato o mandato un messaggio? Mi avrebbe fatto piacere…” Andrea stette qualche secondo in silenzio, poi le disse: “Non volevo essere invadente, ma credimi, avevo voglia di sentire come stavi tu e tua figlia, molte volte ero lì pronto a mandarti un messaggio, poi rinunciavo. Sei sicura che vada tutto bene? Dove sei?” Angela gli raccontò dei suoi genitori, del luogo e delle persone che la ospitavano, della sua casetta, nel tentativo di convincersi che lì era per ora il suo posto, il suo nido dove crescere Chiara, il meglio che le potesse capitare. Man mano che parlavano le tensioni reciproche si scioglievano lasciando il posto ad una conversazione che somigliava molto a quella tra amici di vecchia data. Poi Angela dovette chiudere la telefonata perché Chiara reclamava la sua ‘merenda’ e strillava a pieni polmoni per attirare l’attenzione della mamma, urlava così forte che fu lo stesso Andrea a dirle che si sarebbero risentiti per un’altra chiacchierata. Mentre allattava Chiara ripensò a lui, a come aveva cercato di rassicurarla, era stato generoso, non aveva raccontato di sé, l’aveva fatta parlare a ruota libera. Non si poteva dire fosse stata una telefonata intima, Angela aveva parlato in linee generali, non si era totalmente messa a nudo, mentre Andrea, in passato, si era aperto molto con lei quando era stato inserito nella sua classe dopo la bocciatura, le aveva confessato il disagio che stava vivendo. Le aveva detto che la cosa che più lo feriva era l’indifferenza, tutti i compagni di classe, eccetto lei, sembrava lo considerassero invisibile, quando parlava per chiedere un’informazione sui compiti o sugli appunti nessuno gli rispondeva, le prime volte aveva pensato ad una casualità, aveva imposto a sé stesso di non essere troppo suscettibile, ma quando nel tempo vide che la storia si ripeteva, aveva capito, le disse, che non si era sbagliato. Per la prima volta Angela si ritrovò a pensare a lui in un modo diverso, non era solo il compagno di scuola introverso che la classe non accettava, ma anche un potenziale amico con cui parlare, sfogarsi, scambiare opinioni, e questo pensiero la confortò facendola sentire meno sola.

6 thoughts on ““Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio, cap.2”

  1. La letturai ha presa e accpmpagnata piacevoente non ho mai tempo per leggere ….ma il tempo e’passatp in un baleno

    1. Cara Mariella, ti ringrazio molto! Tra poco pubblicherò il quarto capitolo, continua a seguirmi e mi raccomando: PASSAPAROLA!!!!!

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