“Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 13 –

Sono contenta di verificare che aspettate i nuovi capitoli, siete proprio voi, lettori del blog, che me lo dite attraverso i social!  Come premesso, in questo capitolo si parla di un argomento che tocca molte famiglie, fatemi sapere cosa ne pensate e buona lettura! –

– Al seguente link è possibile scaricare il documento in pdfQuestione di prospettiva di Nicoletta Del Gaudio cap13

Opera registrata alla SIAE /  tutti i diritti riservati

  • Capitolo tredicesimo

Clara doveva portare Alberto dal neurologo quel pomeriggio, le giornate erano diventate piuttosto corte, il cielo era nuvoloso e minacciava di piovere, andò a vedere perché Alberto stesse tardando e lo udì sbraitare ma non riusciva a capire il motivo di tanta rabbia, si affacciò alla porta della camera da letto e lo vide mentre gesticolava con un ombrello contro qualcuno che però era visibile solo a lui.  Il sangue le si ghiacciò nelle vene, non sapeva come intervenire, poi, cercando di modulare la voce per calmarlo gli disse: “Alberto caro, dobbiamo andare dal medico per il controllo, andiamo che facciamo tardi!”.    A quelle parole Alberto, tremando, le disse: “Hai visto? C’era uno che cercava di portarmi via l’orologio, ma io l’ho minacciato con l’ombrello e se ne è andato finalmente!”, poi la guardò con un’espressione disarmata, sembrava un bambino impaurito, “Dov’è che dobbiamo andare? Ma Clara, è buio, e se poi con la macchina non ritrovo la strada di casa?”.     Clara ammutolì perché non sapeva cosa ribattere, suo marito aveva completamente dimenticato di non guidare più da settimane e che era lei che lo portava tutti i giorni in clinica, si era resa conto delle sue stranezze e per questo aveva insistito molto per condurlo al lavoro ma ogni giorno doveva escogitare una scusa nuova: la difficoltà di trovare parcheggio, lo stress, il traffico assordante…ciò che però in quel momento la sconvolse di più fu scorgere quell’espressione impaurita sul viso di colui che una volta era stato suo marito, sì una volta perché ora Clara non lo riconosceva più.  Prima Alberto non si faceva impaurire da nessuno, non dimenticava mai niente, era abituato a prendere decisioni importanti ogni giorno e lo faceva con determinazione ma ora… Clara cercò di scacciare via tutti i pensieri negativi, e dopo averlo rassicurato riuscì a farlo sedere in macchina e finalmente poterono andare. Il tragitto da compiere, fortunatamente, era abbastanza breve e Alberto, nel frattempo, sembrò essersi tranquillizzato anche se, ogni tanto, farfugliava qualcosa che Clara, concentrata sulla guida, non riuscì a capire.  Giunti a destinazione parcheggiò e uscì dalla macchina convinta che suo marito avesse fatto altrettanto ma si rese conto che invece era rimasto seduto al suo posto con la cintura allacciata, immobile.  Lei allora gli disse, alzando leggermente il tono della voce, “Ma Alberto che fai?  Non scendi?  Il dottore ci sta aspettando, guarda che facciamo tardi!”, ma lui, impassibile, per nulla turbato da ciò che sua moglie gli aveva appena detto, rimase al suo posto sempre in silenzio, allora Clara si spazientì e urlò: “Alberto scendi da questa dannata macchina!  Il dottore ci sta aspettando!”.  Alcuni passanti si girarono improvvisamente assistendo alla scena che gli si stava profilando davanti, lei diventò tutta rossa in volto, odiava fare scenate in presenza di estranei ma aveva esaurito la pazienza, così, abbassando il tono della voce si rivolse a quelle persone dicendo: “È sordo, se non alzo la voce non mi sente!”, e con questo escamotage preservò la sua dignità.  Alberto, nonostante la confusione che si era creata intorno a lui, sembrava trovarsi in un’altra dimensione, lo sguardo imbambolato era perso in chissà quali pensieri, poi, dopo qualche secondo disse: “Clara non capisco perché ti scaldi tanto, sto venendo!”. S’incamminarono verso lo studio del professor Del Grande che era ubicato in centro, un edificio imponente dei primi del novecento, Clara, con la mano tremante citofonò. Furono ricevuti immediatamente dalla segretaria, entrarono nella sala d’aspetto e si accomodarono sulle accoglienti poltrone di pelle attendendo il proprio turno insieme ad un’altra coppia di anziani.  L’arredamento era molto raffinato, mobili antichi di grande valore e di importanti dimensioni erano collocati con gusto senza appesantire l’ambiente, alle pareti c’erano riproduzioni di quadri di famosi pittori, tra questi l’attenzione di Alberto venne catturata da uno in particolare, era ‘La pubertà’ di Munch, la stessa riproduzione che troneggiava sul caminetto della loro camera da letto.  Alberto si rivolse a Clara e le disse angosciato: “Guarda quella ragazza lì – e indicò la ragazza del dipinto – mi sta guardando! Anzi, mi sta fissando, ma cosa vuole da me, io non ho fatto niente! Dille di andarsene, via, via, non la voglio vedere!!!”. Mentre diceva queste parole, la sua voce tremava, era visibilmente terrorizzato, il viso diventò cereo ed iniziò a sudare copiosamente. Clara, imbarazzata per la presenza degli altri pazienti, con un sorriso mellifluo provò a calmarlo parlandogli con un tono pacato: “Ma che dici caro, nessuno ti sta guardando né tantomeno accusando di qualcosa! Poi quella ragazza, anzi, quel quadro, è esattamente la stessa riproduzione che abbiamo nella nostra camera da letto proprio sopra al caminetto, non ricordi?”.  Ma Alberto ovviamente non ricordava nulla, la sua mente ormai stava percorrendo una strada che Clara non poteva seguire, i suoi occhi avevano zoomato il viso della fanciulla che, con gli occhi sbarrati, sembravano fissare il vuoto, ma lui inconsciamente percepì quegli occhi accusatori su di sé che lo stavano devastando, continuava ad agitarsi sulla poltrona quando finalmente la segretaria annunciò che era arrivato il loro turno.  Clara ne fu enormemente sollevata e tentò con ogni mezzo di fare alzare Alberto che, ancora terrorizzato, sembrava non si rendesse conto di ciò che stava accadendo intorno a lui.  Il professore, avvertendo la confusione creatasi nella sala d’aspetto, si affacciò nella stanza ed andò in soccorso di Clara e con calma, gentilmente, riuscì a tranquillizzare Alberto convincendolo a seguirlo e da quel momento l’incubo di Clara si materializzò.  Il professore iniziò a fare alcune domande di natura generica ad Alberto che, nel frattempo, sembrò aver riacquistato padronanza di sé rispondendo in modo meticoloso. Sì, la mattina faticava parecchio a prepararsi, sì si sentiva spesso molto stanco anche se, durante la notte, aveva dormito bene, e sì, quando era al lavoro ultimamente si trovava in difficoltà a svolgere la professione e proprio non riusciva a spiegarsene il motivo.    Clara assistette al dialogo tra suo marito ed il professore in silenzio, cercò con tutte le sue forze di dominare l’ansia che la stava assalendo, per tutto il tempo della visita scrutò il viso del professore per carpire un qualsiasi indizio che potesse tranquillizzarla perché sperava con tutta sé stessa che il brutto presentimento che giaceva in un angolo remoto del suo cuore sarebbe stato annientato dopo la visita, per la prima volta sperò di essersi sbagliata, lei che non ammetteva di essere contraddetta da niente e da nessuno.  In seguito il professore gli chiese altre semplici cose ma questa volta Alberto, nel rispondere, perse quella sicurezza ed esaustività che aveva mostrato prima.  Del Grande corrugò la fronte, poi, con solennità, prescrisse una serie di esami di laboratorio e strumentali, necessari per escludere l’Alzheimer.    Come pronunciò il nome della malattia Clara ebbe un sussulto e divenne cerea, Alberto invece, ben più consapevole riguardo alla possibile diagnosi reagì pragmaticamente, cominciò a fare una serie di domande pratiche riguardo a dove effettuare i vari esami perché fossero eseguiti in breve tempo e nel miglior modo possibile.  Il professor Del Grande rispose in modo dettagliato e, dopo essersi accordati per un altro appuntamento una volta ottenuti gli esiti degli esami, si congedarono.  Questa volta i ruoli si invertirono, Alberto uscì a passo deciso dallo studio, mentre Clara sembrava in trance.  Non parlarono fino a quando salirono in macchina.  Clara si allacciò la cintura, aspettò che suo marito facesse altrettanto, e si avviarono verso casa.  Alberto fu il primo a rompere il ghiaccio, si mise a parlare di banca, di titoli, quello che si doveva vendere, cosa comprare, conti da chiudere che Clara però percepì solo come una litania.  Poi, improvvisamente, suo marito si ammutolì.  Giunti a casa, con il mondo che le era piombato sulle spalle, completamente senza forze e stanca gli disse: “Vedi pure il telegiornale, tra pochi minuti la cena sarà pronta”, ma lui le replicò: “Quale cena Clara, siamo appena tornati dal ristorante!”. L’ultimo barlume di sicurezza che Clara ancora possedeva cedette miserevolmente, appoggiata ai fornelli cominciò a piangere senza ritegno, la tensione accumulata esplose con tutta la sua virulenza e non poté far altro che constatare la propria impotenza nel fermarla. Quando il pianto si placò un poco, tentò di ricomporsi e disse: “No caro, non abbiamo ancora cenato, siamo stati dal professor Del Grande, non al ristorante, ricordi?”. Alberto, ascoltando le parole di sua moglie si rabbuiò, stette in silenzio alcuni secondi e poi le replicò: “Ma certo Clara che ricordo, stavo scherzando! Cosa credi? Mica sono rimbambito!”, ma appena pronunciate queste parole alzò il volume del televisore perché sua moglie non lo sentisse piangere.     La cena frugale si svolse nel più assoluto silenzio interrotto dalle notizie del telegiornale che riempivano l’enorme vuoto che si era creato tra loro, ognuno era immerso nei propri pensieri, l’ansia per il futuro che li attendeva era palpabile ma nessuno dei due riusciva a comunicare all’altro ciò che stava provando, i muri si erano innalzati già da tempo, il loro rapporto era ormai ridotto ad una patina formale che non concedeva spazi alla confidenza, alla complicità. Da molto tempo dormivano in camere separate, Clara alle sue figlie giustificò questa scelta con la sua difficoltà ad addormentarsi, inoltre, di notte, si svegliava spesso e non voleva disturbare Alberto, così si era sistemata in una delle camere per gli ospiti.  Apparentemente poteva sembrare un gesto altruistico, ma la verità era che Clara non solo non sentiva più attrazione per lui, quella si era esaurita progressivamente dopo ogni tradimento di Alberto, ma non provava neanche quell’affetto che negli anni sarebbe dovuto crescere, non diminuire. Inoltre, di recente, Alberto si svegliava improvvisamente durante la notte in preda agli incubi, urlava, lei dall’altra stanza lo sentiva e si spaventava, poi percepiva un borbottio per un po’, poi il silenzio, probabilmente Alberto riprendeva sonno, ma la sensazione di paura la lasciava sveglia per ore se non per tutta la notte.  Il timore la portò perfino a chiudersi a chiave ogni sera, era preoccupata per la sua incolumità e la forza di sopravvivenza ebbe il sopravvento.

4 thoughts on ““Questione di prospettiva” di Nicoletta Del Gaudio – Cap. 13 –”

  1. Cara Nicoletta , sempre più coinvolgente……….ma non ci puoi lasciare così tanto in attesa !!
    Comunque ..brava …. grazie. Lucia

    1. Grazie mille Lucia! Come divoratrice di libri ti capisco, ma questo è l’unico modo per far conoscere la storia a più persone possibili, non perdo la speranza di vedere, un giorno, il mio romanzo nelle librerie!!!! Comunque presto potrai leggere il prossimo capitolo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.