Per non crollare – Racconto

Quella mattina, facendo la consueta corsa nel piccolo giardino adiacente alla casa che occupava per le vacanze estive, Cecilia, dopo il primo giro, si trovò faccia a faccia con quell’arbusto che ogni anno, quando le sue vacanze stavano per terminare, cominciava a mettere alcuni fiori e, quando ciò accadeva, li odiava perché la loro presenza sanciva la fine della vacanza anche se non poteva fare a meno di ammirarli, erano dei fiori di ibisco bellissimi nonostante il colore, rosa acceso, che detestava.  Gli anni precedenti, nello stesso periodo, terminato il primo giro gli lanciava una rapida occhiata perché temeva di scorgere quei boccioli che sembrava la guardassero sempre con impudenza avvisandola che i giorni che aveva trascorso fino a quel momento nel luogo che più amava stavano per concludersi. Sapeva, ogni anno, che in quel giardino pieno di colori, erano gli ultimi a fiorire e quando questo accadeva, lei solitamente sarebbe partita a breve.  Questa volta però, pur verificando la stessa dinamica che avvenne puntuale, sorrise perché qualcosa era cambiato.  Per quest’anno aveva deciso di trattenersi qualche giorno in più e nonostante quei fiori facessero capolino tra gli altri arbusti esibendo un colore che non amava, non avvertì alcun segnale di malinconia, proseguì con il secondo e poi il terzo giro del giardino continuando a sorridere tra sé e sé pensando che aveva a disposizione ancora del tempo da trascorrere come voleva in quello che definiva ‘il mio paradiso’.  L’estate cominciava ad annunciare la sua conclusione con temporali improvvisi che rovinavano i piani di coloro che avevano deciso di trascorrere le vacanze gli ultimi giorni di agosto, ma a Cecilia, che aveva avuto l’opportunità di passare molto tempo in quella cittadina, il meteo non interessava affatto.  Aveva sfruttato tutti i giorni di sole per godere del mare perciò la pioggia ora non aveva alcuna influenza sui suoi programmi, inoltre la possibilità di avere altro tempo a disposizione prima di ritornare alla routine la riempivano di un ottimismo ignaro per chi, invece, aveva i giorni contati per riposarsi.  Ciò che l’attendeva al suo ritorno però la rendeva nervosa, inquieta, sapeva che doveva allontanare quel pensiero ad ogni costo altrimenti le avrebbe rovinato i pochi giorni che ancora le restavano.  Percepiva in sordina il dolore provocato dai ricordi belli e brutti che le giungevano di chi ormai non faceva più parte della sua vita, di chi ormai era libero da tutte le ansie, le preoccupazioni di questo mondo avendole però lasciate in eredità a lei che si era trovata, suo malgrado, ad affrontare l’enorme peso dell’assenza di chi aveva amato incondizionatamente per tanti anni.  In quel giardino, correndo nella natura, sentì il bisogno di ritardare, rallentare ciò che nella sua anima stava provocando sofferenza, rimpianti.  L’enorme fatica che l’attendeva di dover affrontare i cambiamenti, prendere decisioni che comunque sono sempre fonte di ansia per chiunque, la spaventava, questo compito ingrato che solo lei poteva assolvere lo paragonò al masso di una roccia quando si stacca da un’imponente montagna prendendo velocità lungo il percorso fino ad arrivare a valle con un tonfo, così lei lo percepiva nel suo cuore.  L’unica cosa che era in suo potere per difendersi da tutto ciò era allontanare il più possibile l’inevitabile momento in cui non avrebbe potuto più rimandare, era consapevole che alle decisioni da prendere si sarebbero aggiunte centinaia, forse migliaia di domande che l’avrebbero accerchiata pretendendo delle risposte immediate, improrogabili, risposte che per tanto, troppo tempo erano state messe in ibernazione.  Ricordava perfettamente tutto quello che era avvenuto pochi mesi prima, l’orario, il giorno, il mese.  Suo marito dopo una malattia che gli aveva sottratto la dignità, l’aveva lasciata sola, con tre ragazzi, due già sistemati, ma uno ancora da crescere e tante responsabilità, per non parlare del vuoto che provava profondo, intenso che le aggrediva il cuore incidendolo come un chirurgo esperto, provocandole un dolore fisico, una specie di fitta che si espandeva fino alla bocca dello stomaco impedendo l’introduzione di qualsiasi cibo, perfino di un semplice bicchiere d’acqua.  Erano stati mesi terribili, il tempo si era  dilatato, non riusciva a dormire di notte e al mattino era talmente occupata a destreggiarsi tra banche, uffici, organizzazione familiare, che sentiva crescere dentro di sé l’adrenalina che la faceva sentire una super donna dotata di super poteri, in realtà cercava ogni scusa pur di non fermarsi a pensare, pur di trovarsi sempre una nuova occupazione o un problema da risolvere per evitare di farsi delle domande, per evitare di piangere davanti ai figli, per evitare di crollare.  Per lunghi anni aveva tollerato, sopportato, accettato tanti comportamenti poco ortodossi di suo marito.  Era stata tradita, umiliata, non riconosciuta per quello che valeva ed alla fine si era quasi convinta di non contare nulla in quella famiglia alla quale si era dedicata anima e corpo compiendo varie rinunce. Al lavoro aveva rifiutato un posto di prestigio in un’altra città perché non voleva che i suoi figli potessero risentirne e che suo marito potesse sentirsi trascurato.  Non le sembrava giusto pensare solo a sé, si era sposata tanti anni prima per avere una famiglia, per costruire qualcosa insieme al suo uomo, non poteva, non voleva mandare tutto all’aria solo per soddisfare il suo ego.  Continuò a svolgere il lavoro che aveva adattandosi , mettendo da parte la passione, la curiosità di affrontare nuove sfide, tutto per non alterare l’equilibrio già fragile delle persone che amava.  Ma ora? Ora che i figli erano diventati adulti e che più o meno avevano trovato la loro strada, ora che suo marito non c’era più, tante erano le domande che l’assillavano e che rendevano ancora più doloroso il suo presente.  Le rinunce, l’accettazione incondizionata di tutto, la femminilità tradita, erano state il giusto prezzo da pagare?  Ormai gli anni trascorsi nessuno glieli avrebbe più potuto restituire, era una donna di mezza età delusa e sola con un mucchio di problemi pratici da risolvere. Tornata nella casa in cui stava trascorrendo quell’ultimo periodo di riposo con suo figlio mentre continuava a fare il bilancio della sua vita, dalla sua bocca uscì un ‘basta’ urlato con tutte le sue forze, tanto che suo figlio si precipitò da lei chiedendole cosa fosse successo.  Sul momento Cecilia, sorpresa dalla propria audacia, rimase in silenzio, ma dopo poco disse: “Non preoccuparti, è tutto ok, torna pure a studiare, stavo solo pensando ad alta voce.” Sperava così di liquidarlo, ma suo figlio insisté: “Perché hai gridato ‘basta’?” Improvvisamente si accorse che non era più il bambino che amava giocare con i lego, ormai era diventato un piccolo uomo e così decise che era venuto il momento di trattarlo come tale e guardandolo intensamente negli occhi gli disse: “Avevo bisogno di urlarlo!  I tuoi fratelli hanno le loro famiglie ed ormai anche tu sei un uomo, non devo, ma soprattutto non posso più tenervi sotto una campana di vetro per proteggervi, sono stanca.  So perfettamente che vostro padre vi manca tantissimo, ma nessuno di voi sa quanto per me siano stati duri gli anni passati.  Prima ero io che dovevo proteggervi, ora sono io che ho bisogno d’aiuto. Sento di essere molto vicina ad un crollo, tutte le pratiche da sbrigare per la successione, banche e commercialisti che occupano gran parte della giornata e che non mi fanno dormire serenamente, e i pensieri…sì i pensieri…quelli che ti fanno dire: ‘e se avessi fatto così… e se avessi detto cosà…’, quel genere di domande che ti poni e che non ti portano da nessuna parte, lo so, ma che per qualche motivo misterioso occupano la mente insinuandosi come un tarlo nel legno.  In questo momento devo chiedere a te ed ai tuoi fratelli di avere molta pazienza con me, se sono triste, permettetemi di esserlo, se sono confusa ed inefficiente, tolleratelo con amore, se do in escandescenze, non arrabbiatevi con me, perché oltre ad essere vostra madre, sono stata una moglie, ho dovuto attraversare tante tempeste nel matrimonio, tante situazioni difficili, e se a voi manca vostro padre potete solo immaginare cosa possa provare io che ho vissuto per più di quarant’anni con lui!  Ma non dimenticate mai, nemmeno per un momento, che sono anche Cecilia, una donna che aveva ed ha tanti sogni, desideri, bisogni, alcuni non più realizzabili, ma altri che ancora possono concretizzarsi, ma perché questo avvenga avrò bisogno del vostro sostegno, del vostro appoggio incondizionato.  So perfettamente che potrò sembrarvi egoista, insensibile, strana, ma sapete anche che non mi sono mai tirata indietro ogni volta che avete avuto bisogno di me.  Ora è arrivato il mio turno”.  Cecilia parlò di getto perché sapeva che altrimenti non avrebbe più trovato il coraggio di esternare ciò che la opprimeva.  Dopo aver parlato attese con ansia la reazione di suo figlio, lo osservò attentamente, pronta a captare solidarietà o disprezzo ma suo figlio le andò incontro e l’abbracciò stretta senza parlare, aveva capito, forse aveva sempre saputo tutte le difficoltà che sua madre aveva dovuto affrontare ed ora, forse per la prima volta, l’aveva vista finalmente anche come una donna.

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2 thoughts on “Per non crollare – Racconto”

  1. Grazie cara amica. Quanta sensibilità e condivisione in questo racconto . Possiedi il dono di restituire attraverso la scrittura le emozioni e i le sofferenze che si nascondono nelle pieghe dell anima.

    1. ti ringrazio. Scrivere, raccontare storie mi rende felice, ma non scrivo solo per me ma anche per gli altri, per condividere, per confrontarsi. Se con questo racconto ci sono riuscita almeno con te ne sono veramente felice!

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